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Retail, crescono gli investimenti nel digitale 

Anche nel 2024 il settore Retail italiano ha continuato ad evolversi,  consolidando le innovazioni avviate l’anno precedente. Gli investimenti digitali rappresentano il 3,2% del fatturato, con una crescita lieve rispetto al 2023. Tuttavia, il rallentamento dei consumi e l’inflazione portano le aziende a rivedere le proprie strategie di spesa.

Secondo Valentina Pontiggia, Direttrice dell’Osservatorio Innovazione Digitale nel Retail – promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano -, il settore sta affrontando una trasformazione strutturale. Per restare competitivi, i retailer puntano su fusioni, acquisizioni e alleanze strategiche, mirando a espandersi su nuovi mercati e a diversificare il business.
In un contesto incerto, emergono nuovi modelli di commercio basati su piattaforme digitali e sulla valorizzazione di asset esistenti.

Andamento del mercato e ruolo dell’e-commerce

Le vendite al dettaglio in Italia crescono dell’1% rispetto al 2023, mentre l’e-commerce segna un aumento più contenuto del 5%, raggiungendo i 38,2 miliardi di euro. Il peso del commercio online sul totale Retail resta stabile all’11%.
Parallelamente, il numero di punti vendita continua a calare: a fine 2023 si contano 555.307 negozi, con una riduzione del 2,4% rispetto all’anno precedente. I settori più colpiti includono editoria (-4,5%), giocattoli (-3,6%) e abbigliamento (-2,7%). Anche la ristorazione registra una lieve flessione (-0,5%).

Elisabetta Puglielli, Direttrice dell’Osservatorio, evidenzia come la cosiddetta “Retail Apocalypse” coinvolga non solo i negozi indipendenti, ma anche le grandi catene della distribuzione. Per contrastare il fenomeno, istituzioni e associazioni di categoria promuovono iniziative per rendere il commercio più attrattivo e sostenibile, favorendo la riqualificazione urbana e migliorando le condizioni lavorative del settore.

Innovazioni nel Grocery e Lifestyle Retail

Il Grocery Retail punta sull’uso strategico dei dati per personalizzare l’esperienza d’acquisto. Tecnologie come CRM (60%), Business Intelligence (53%) e Customer Data Platform (33%) consentono un’analisi più approfondita delle abitudini dei clienti e strategie di marketing più mirate.

L’Intelligenza Artificiale diventa sempre più centrale: il 61% dei retailer utilizza l’AI generativa per ottimizzare i processi, mentre il 67% impiega l’AI tradizionale per migliorare la gestione aziendale. Le principali applicazioni includono chatbot (75%), analisi predittive (58%) e automazione della supply chain (42%).

Nel Lifestyle Retail, la formazione del personale assume un ruolo chiave: il 77% dei retailer investe in programmi per sviluppare competenze digitali, mentre il 44% adotta soluzioni di automazione delle vendite. Tecnologie immersive come realtà aumentata (25%) e chioschi digitali (31%) migliorano l’esperienza del cliente, mentre strumenti di monitoraggio dei flussi ottimizzano la gestione degli spazi.

L’omnicanalità resta una priorità

L’omnicanalità resta una priorità: il 38% dei retailer utilizza sistemi centralizzati per la gestione degli ordini e il 44% integra le scorte tra e-commerce e negozi fisici. Inoltre, il 73% delle aziende sperimenta l’Intelligenza Artificiale per personalizzare il percorso d’acquisto con personal shopper virtuali (70%) e sistemi di raccomandazione avanzati (91%).

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AI: Italia ultima in Europa, ma ai primi posti per acquisto di soluzioni pronte all’uso

L’Italia è ultima tra 8 Paesi europei per adozione dell’Intelligenza artificiale, ma le aziende che la utilizzano l’hanno integrata nei processi. L’Italia è inoltre ai primi posti per acquisto di soluzioni pronte all’uso: il 53% delle grandi imprese ha licenze come ChatGPT o Copilot
A guidare il mercato italiano sono le grandi realtà, il ritardo è delle Pmi, con solo il 7% delle piccole e il 15% delle medie imprese che ha avviato progetti.

In generale, poi, il 99% degli italiani ha sentito parlare di AI, l’89% di AI Generativa, e se il 59% ne ha un’opinione positiva solo il 17% valuta molto positivamente l’adozione dell’AI sul lavoro.
Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano.

Un mercato da 1,2 miliardi di euro

In Italia nel 2024 il mercato dell’AI ha raggiunto un nuovo record, toccando quota 1,2 miliardi di euro, con una crescita del +58% rispetto al 2023.
A trainare lo sviluppo sono soprattutto le sperimentazioni che utilizzano la Generative AI, che rappresentano il 43% del valore, mentre il restante 57% è costituito in prevalenza da soluzioni di AI tradizionale.

Guardando alla spesa media per azienda, i settori più attivi risultano Telco&Media e Insurance, seguiti da Energy, Resource&Utility e Banking&Finance, ma si segnala anche una forte accelerazione del GDO&Retail.
Quanto alla PA, oggi pesa il 6% del mercato, ma il tasso di crescita supera il 100%.

L’81% delle grandi aziende ha valutato almeno un progetto

Le imprese italiane si stanno avvicinando all’AI più lentamente rispetto ad altri Paesi europei come Francia, Germania, Irlanda, Olanda, Regno Unito, Spagna. Rispetto a una media europea dell’89%, ad avere almeno valutato un progetto è l’81% delle grandi imprese italiane. E se ad avere già un progetto attivo in Europa sono in media l’69% delle aziende, l’Italia (59%) è all’ultimo posto.

Ma tra chi già utilizza l’AI, in un caso su quattro dispone di progettualità a regime
Il 65% delle grandi aziende attive nell’AI, poi, sta sperimentando anche nel campo della Generative AI, soprattutto per sistemi conversazionali a supporto degli operatori interni.

AI Act e compliance: un percorso ancora lungo

Ma il 39% delle grandi imprese che utilizzano strumenti di Generative AI ha riscontrato un effettivo aumento della produttività. Un ulteriore 48%, però, non ha ancora valutato in modo quantitativo gli impatti.

In relazione agli aspetti etici e alla compliance delle iniziative di Intelligenza artificiale, con particolare riferimento all’AI Act, il percorso è ancora lungo.
Solo il 28% delle grandi realtà italiane attive ha adottato misure concrete, e il 52% dichiara di non aver compreso a pieno il quadro normativo.

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Cyber sicurezza: la “cyber-igiene” protegge la privacy

Il 28 gennaio si è celebrata la Giornata europea della protezione dei dati. Un’occasione per riflettere sulla sicurezza delle informazioni personali online e sull’importanza di adottare comportamenti adeguati per la protezione digitale. Ma cosa significa prendersi cura della propria ‘cyber-igiene’? 

Il Centro Cybersecurity della Fondazione Bruno Kessler (FBK), l’istituto di ricerca specializzato nei campi della tecnologia, dell’innovazione, delle scienze umane e sociali, ha messo a fuoco pratiche e comportamenti che ogni utente dovrebbe adottare per proteggere le proprie informazioni digitali, nonché la propria identità online.

Password: dovrebbe essere lunga almeno 16 caratteri

Il primo suggerimento agli utenti riguarda la gestione delle password. “Le password sono la prima linea di difesa contro gli attacchi informatici – spiega Giada Sciarretta, science ambassador di Fondazione Bruno Kessler, operativa nell’unità Security & trust ed esperta in progettazione e analisi di sicurezza di soluzioni di identità digitale -; è quindi importante evitare combinazioni prevedibili come ‘123456’ o ‘password’, preferendo soluzioni più complesse e sicure. Una buona pratica è adottare una passphrase lunga almeno 16 caratteri, contenente lettere maiuscole, minuscole, numeri e simboli speciali. Inoltre, è essenziale cambiare regolarmente la ‘parola d’ordine’ e non riutilizzarla per più account”.

Secondo una stima di NordPass, azienda che fornisce applicazioni per la gestione sicura delle password, in Italia, nel 2024, tra quelle più utilizzate si trovano ancora combinazioni di numeri, come ‘123456’ o ‘12345678’, o parole come ‘password’, ‘cambiami’ e ‘juventus’, che espongono a numerosi rischi.

Autenticazione multifattore: riduce il rischio di accessi non autorizzati

Un’altra misura essenziale è l’autenticazione multifattoriale (Mfa), che aggiunge un ulteriore livello di sicurezza poiché per accedere a un account o a un’applicazione richiede un secondo fattore oltre alla password, come, ad esempio, un codice generato da una app di autenticazione o l’impronta digitale.

Questo riduce notevolmente il rischio di accessi non autorizzati e garantisce una maggiore protezione anche in caso di furto delle credenziali di accesso. Configurare l’Mfa per tutti gli account che lo supportano è una delle migliori strategie per proteggere i dati personali.

Alias email: l’indirizzo temporaneo che salvaguarda quello principale

Il terzo consiglio è l’utilizzo di ‘alias email’, che permette di creare alias temporanei per evitare di esporre il proprio indirizzo principale e proteggere la propria identità digitale.
Gli alias possono essere utili per iscriversi a servizi online senza compromettere l’account principale, riducendo la possibilità di ricevere spam o di essere vittime di phishing.

Le cause principali di un data breach, riporta Adnkronos, includono attacchi hacker, configurazioni errate dei sistemi, vulnerabilità software e negligenza umana. Le conseguenze possono essere gravi, con impatti finanziari e reputazionali significativi per individui e aziende. Per proteggersi, è possibile controllare regolarmente siti come ‘Have i been pwned’ se il proprio indirizzo email è stato compromesso. IN tal caso, cambiare subito le password in caso di compromissione e abilitare sempre l’autenticazione multifattoriale per limitare i danni.

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Data Center: investimenti per oltre 10 miliardi nel 2025-2026

Il 2024 è l’anno della definitiva presa di coscienza in Italia sull’importanza delle infrastrutture Data Center. Nel biennio 2023-2024 sono già stati spesi 5 miliardi di euro per la costruzione, l’approntamento e il riempimento di server IT di nuove infrastrutture Data Center, e ulteriori 10,1 miliardi sono previsti per il biennio 2025-2026.

Le nuove aperture hanno consentito di raggiungere ai Data Center presenti nel nostro Paese una potenza energetica di 513 MW IT (+17% rispetto al 2023). Un numero crescente di nuove aperture è previsto oltre il 2026, che potrà ulteriormente alimentare il giro d’affari della filiera infrastrutturale italiana. Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano.

Un’area totale di 333.341mq

I Data Center attualmente attivi occupano un’area totale di 333.341mq (+15% vs 2023). Parallelamente, inizia a emergere una tendenza di aumento della densità di potenza nelle singole infrastrutture, con richieste di armadi rack sempre più performanti, soprattutto a causa dell’accelerazione del mercato dell’AI, che influenzerà la progettazione e l’operatività dei nuovi Data Center.

Un ruolo centrale viene ricoperto dai campus Data Center, la via principale per la progettazione e la costruzione delle infrastrutture, e che detengono il 44% della potenza energetica IT nominale attiva.
Sono costruzioni decisamente estese, che necessitano di collegamenti ad alta tensione. Spesso, osservate con grande attenzione dai Cloud Provider, con l’obiettivo di accordi strategici con i ‘colocator’ per offrire i propri servizi digitali sul territorio italiano.

Milano nuovo hub a livello europeo

Dal punto di vista geografico, la Lombardia detiene 318 MW IT, con un ruolo centrale occupato dalla città di Milano, che possiede 238 MW IT totali (+34%). Numeri decisamente interessanti, ancora distanti da Londra (1.065 MW IT) o Francoforte (867 MW IT), ma che posizionano il capoluogo lombardo in vantaggio rispetto ad altri mercati emergenti, di cui il principale è Madrid (172 MW IT).

La crescita delle infrastrutture a livello nazionale è spinta in modo significativo dai Data Center ad Alta Potenza (>10 MW IT), che necessitano l’allacciamento alle reti di alta tensione per il loro funzionamento, e che occupano il 37% della potenza energetica IT totale. Queste infrastrutture sono concentrate per il 70% nell’area milanese e rivestono il ruolo di assolute protagoniste negli annunci di nuove aperture.

Il costo dell’energia sposta l’attenzione degli investitori?

“Lo sviluppo di infrastrutture di potenza sempre maggiore solleva tuttavia interrogativi riguardo il loro approvvigionamento energetico e la sostenibilità della rete elettrica italiana – dichiara Marina Natalucci, Direttrice dell’Osservatorio -. Il problema energetico si aggiunge a quello del prezzo dell’energia, attualmente ben al di sopra della media europea e circa il doppio dell’equivalente spagnolo, dove il governo ha fortemente incentivato lo sviluppo di impianti per la produzione di energie rinnovabili. L’energia è un elemento critico per il funzionamento dei Data Center e la situazione italiana potrebbe generare uno spostamento dell’attenzione degli investitori verso altri mercati emergenti”.

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Calcio: per i tifosi italiani la partita in TV costa fino a 900 euro

In Italia, per seguire il campionato di Serie A 2024/2025 e le coppe internazionali per club si spendono non meno di 648 euro per l’abbonamento annuale. Ma la cifra può arrivare a 900 euro per chi opta per un abbonamento mensile.
Lo ha scoperto Facile.it esaminando i prezzi degli abbonamenti alle piattaforme digitali e Pay TV per poter seguire la squadra del cuore dal divano di casa.

La buona notizia è che i tifosi italiani sono i più fortunati d’Europa. Non solo perché la Serie A è stata riconosciuta come il miglior campionato al mondo, ma anche perché i prezzi per seguire la propria squadra, se gioca nel nostro campionato, sono più bassi rispetto ai Paesi considerati nell’analisi del comparatore prezzi.

Quanto spendono i tifosi spagnoli, inglesi, tedeschi e francesi?

Varcando i confini nazionali si scopre che i prezzi degli abbonamenti alle piattaforme salgono notevolmente. In Inghilterra, ad esempio, per seguire da casa Premier League e competizioni europee i tifosi mettono a budget almeno 876 euro per un abbonamento annuale, mentre in Germania e Francia, per seguire da casa i rispettivi campionati e le coppe internazionali, i supporter spendono almeno 888 euro, il 37% in più rispetto ai 648 euro dell’Italia.
Va decisamente peggio ai tifosi spagnoli, che per vedere in TV LaLiga e le coppe europee spendono ben 1.320 euro l’anno, il doppio degli italiani.

Unica consolazione, in Spagna basta un solo abbonamento per guardare tutte le competizioni, mentre negli altri Paesi, Italia inclusa, per seguire campionato e coppe occorre abbonarsi a più piattaforme.

Le squadre italiane

Il prezzo per seguire la propria squadra del cuore da casa varia a seconda delle competizioni in cui è coinvolta, quindi, delle piattaforme a cui è necessario fare l’abbonamento.
Nel 2024, per tifare Milan, Inter, Juventus, Bologna e Atalanta, impegnate in Champions League, il prezzo degli abbonamenti annuali è stato appunto pari a 648 euro, mentre i tifosi di Lazio e Roma, impegnate in Europa League, e della Fiorentina, in corsa per la Conference League, per l’abbonamento annuale hanno messo a budget 600 euro.

Possono consolarsi, quantomeno dal punto di vista del portafogli, i tifosi di squadre non impegnate in competizioni europee. Per loro il costo dell’abbonamento annuale per seguire il campionato di Serie A 2024/2025 è stato pari a 420 euro.

Abbonamento annuale o mensile?

 “Optare per un abbonamento annuale è sicuramente la soluzione migliore per risparmiare sul costo complessivo degli abbonamenti alle piattaforme, mentre il rinnovo mensile potrebbe essere conveniente per le coppe europee, ma solo se la propria squadra uscisse nelle prime fasi della competizione – spiegano gli esperti di Facile.it -. Insomma, se non ci si vuol trovare a tifare contro pur di risparmiare qualche euro, è meglio bloccare il prezzo per 12 mesi, magari approfittando delle offerte proposte dalle piattaforme in alcuni periodi dell’anno”. 

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I nuovi trend del cicloturismo: perchè le due ruote piacciono così tanto?

Il cicloturismo si sta affermando come una delle più affascinanti espressioni di viaggio moderno, in cui la bicicletta diventa protagonista di esperienze che mettono al centro il rispetto per l’ambiente e la scoperta di territori a ritmo lento.

In quest’ottica, la Fiera del Cicloturismo, unico evento italiano dedicato al viaggio in bici, tornerà a Bologna dal 4 al 6 aprile 2025 con un focus sui trend che stanno rivoluzionando il settore.

Viaggio al femminile

Una delle evoluzioni più interessanti è l’aumento delle donne nel cicloturismo, in particolare nella fascia over 50. Per queste viaggiatrici, la bicicletta rappresenta un modo per affrontare nuove sfide e immergersi in esperienze autentiche.

Il viaggio in bicicletta diventa una forma di esplorazione che unisce avventura e benessere, offrendo momenti di connessione con la natura e le comunità.

Il turismo rigenerativo

Sempre più destinazioni scelgono un approccio rigenerativo al turismo, integrando le necessità di turisti e residenti. Questo tipo di cicloturismo promuove interazioni autentiche con le comunità locali e valorizza le risorse territoriali, favorendo uno sviluppo sostenibile.

Lontano dai modelli del passato, si punta a soluzioni che arricchiscono le comunità locali, offrendo ai cicloturisti un’esperienza profonda e significativa.

Gravel: l’avventura nella natura

Tra le modalità più apprezzate, il gravel è la scelta ideale per chi cerca libertà e versatilità. Questo stile di ciclismo combina velocità e capacità di affrontare terreni sconnessi, portando i viaggiatori fuori dai percorsi tradizionali.

Con il gravel, ogni itinerario diventa un’opportunità per scoprire panorami intatti e vivere esperienze ricche di avventura.

Un impatto economico sempre più rilevante

Il cicloturismo sta diventando un pilastro del turismo italiano, con 56,8 milioni di presenze registrate nel 2023 e un impatto economico di oltre 5,5 miliardi di euro. Rispetto al 2022, l’aumento è stato del 35%, con una spesa media giornaliera di 95 euro per i cicloturisti italiani e 104,5 euro per gli stranieri.

Questo settore non solo stimola l’economia, ma rivitalizza aree interne spesso dimenticate dai flussi turistici principali, grazie agli investimenti in infrastrutture e servizi di qualità. Il cicloturismo, dunque, si conferma come un motore di crescita e innovazione per il turismo nazionale.

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Casa: costi sempre più alti infrangono i sogni di proprietà

Tra il 2° trimestre 2014 e il 2° trimestre 2024 il valore delle abitazioni è diminuito in termini reali del 16,8%. Ma se il valore delle abitazioni è in calo, il 78,9% degli italiani è convinto che in passato fosse più facile acquistare una casa. E l’82,2% dei proprietari pensa che i costi di gestione e manutenzione siano diventati eccessivi.

Insomma, la proprietà della casa è sotto pressione. Emerge dal 3° Rapporto Federproprietà – Censis, dal titolo ‘Agenda 2024-2030. La transizione abitativa: la casa possibile’. 
Quanto alla legge Salva Casa, i favorevoli superano i contrari, ma gli indecisi sono tanti.

La legge Salva Casa divide gli italiani

Infatti, se il 69,3% degli italiani teme tasse più alte sulla casa, compresa una patrimoniale, il 44,5% esprime un giudizio positivo sulla Legge 105/2024, la cosiddetta legge Salva Casa, il 31,3% un giudizio negativo e il 24,2% non ha un’opinione al riguardo.

Inoltre, il 37,9% degli italiani è convinto che questa legge sia utile per l’economia e la società italiana, ma il 32,4% non è convinto e il 29,7% non si esprime. Tuttavia, il 26,7% dichiara esplicitamente di aver realizzato piccole migliorie in casa che potrebbero beneficiare della semplificazione di sanatoria prevista da questo provvedimento. 

Casa green ed efficientamento energetico

Il 67,6% degli italiani pensa che rendere la propria casa meno energivora (con cappotto termico, caldaie a basso impatto, ecc.) sia una necessità e non più una scelta, e l’81,7% pensa che farlo ne può incrementare il valore.
Il 44,7% dei proprietari di casa è pronto a spendere per interventi di efficientamento energetico, mentre il 37,3% non lo è, e il 18,0% è indeciso.

L’84,0% degli italiani però teme che gli interventi di efficientamento energetico possano costare troppo.
Un timore condiviso dall’88,3% di chi ha redditi bassi e dall’81,3% dei più alti. L’88,2% degli italiani, inoltre, è convinto che le famiglie debbano avere supporto pubblico nel fronteggiare le spese per migliorare la sostenibilità della propria abitazione.

Le locazioni turistiche rovinano le città

Il 37,2% degli italiani ritiene che le locazioni turistiche, comunemente definite ‘affitti brevi per turisti’, abbiano un impatto negativo sulla vita sociale ed economica dei comuni italiani, il 37,6% non condivide questa opinione, il 25,2% è indeciso.
Il 46,8% ritiene che le locazioni turistiche stiano trasformando in peggio i luoghi che frequenta, il 27,3% non concorda con questa valutazione e il 25,9% è indeciso.

Inoltre, il 44,4% ha notato un aumento del valore delle locazioni, che attribuisce alla tendenza a usare le case per il mercato delle locazioni per turisti.
Quanto al Social Housing, è una buona soluzione ma ancora troppo poco conosciuta. Il 28,6% sa cos’è, e il 5,7% lo conosce in modo preciso. Tra coloro che sanno cosa sia, lo ritengono una valida soluzione abitativa il 74,4% in via temporanea e il 43,7% in modo permanente.

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Le PMI europee tra resilienza, sostenibilità e innovazione tecnologica

Le piccole e medie imprese (PMI) in Europa dimostrano una forte capacità di adattamento nonostante il difficile contesto economico. Secondo l’osservatorio di Qonto, leader nelle soluzioni finanziarie per PMI, il 64% di queste realtà ha raggiunto i propri obiettivi nel 2024, con il 10% che li ha addirittura superati.

Le imprese italiane si distinguono in positivo: il 67% è in linea con le aspettative, mentre il 10% va oltre. Tuttavia, ci sono settori che soffrono di più, come ad esempio l’immobiliare.

Le sfide: inflazione e carenza di domanda

L’inflazione continua a pesare, e incide sul business del 30% delle PMI europee. In Italia, però, iil problema principale è la scarsità di domanda: lo segnala il 34% delle imprese. Altre difficoltà riguardano il flusso di cassa e l’aumento della concorrenza, indicati dal 26% delle aziende.

Parlando invece di dati positivi, alcune regioni italiane come Piemonte e Lombardia vedono decisi miglioramenti grazie a una maggiore efficienza operativa.

Prospettive per il 2025: innovazione e investimenti

Le PMI guardano al futuro puntando su tre obiettivi principali: acquisire clienti (31%), innovare i prodotti (22%) e rafforzare il marketing (21%). Gli investimenti tecnologici restano la priorità, con il 28% delle aziende che prevede di aumentare la spesa per i reparti IT.

In Italia, il focus è distribuito su tecnologia, risorse umane e servizio clienti: ogni area è stata indicata come cruciale dal 29% degli intervistati.

Impegno ambientale: un tema sempre più centrale  

Il 79% delle PMI europee ha adottato o pensa di adottare misure per ridurre le emissioni, con l’Italia in prima linea: l’87% delle aziende tricolori si impegna in iniziative sostenibili, un dato tra i più alti in Europa.

Solo il 13% non ha intenzione di agire in questa direzione. Anche in questo ambito, le più attive sono le aziende di dimensioni maggiori.

Intelligenza artificiale e privacy

L’intelligenza artificiale (IA) sta rivoluzionando il panorama imprenditoriale, con il 67% delle PMI europee che già utilizza strumenti di questo tipo. Sono le aziende più grandi a guidare la trasformazione. La privacy e la tutela dei dati, specie in ambito sanitario, resta la criticità maggiore.

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Email anxiety: perchè la posta elettronica genera stress? 

Le email sono diventate un elemento fondamentale della vita lavorativa, essenziale per comunicazioni rapide e formali. Tuttavia,  nonostante l’indubbia comodità di questo strumento, non ne va sottovalutato il suo impatto sulla salute mentale. Una ricerca commissionata da Babbel e condotta negli Stati Uniti da OnePoll ha esplorato l’influenza della posta elettronica sulla vita lavorativa e sul benessere psicologico.

Dallo studio emerge che 6 lavoratori su 10 percepiscono il volume di email ricevute come una fonte di stress. Il 39% spera di riceverne meno nei prossimi cinque anni, mentre il 25% vorrebbe aumentarle, probabilmente per preferenza verso questo mezzo rispetto ad altri come le telefonate.

Tuttavia, il problema delle email non lette è significativo: il 18% dei lavoratori ha oltre 1.000 messaggi non aperti, e l’1% ne conta più di 50.000. La generazione Z è particolarmente colpita, con il 36% che fatica a gestire la propria casella di posta.

L’impatto delle email sulla carriera

La formalità e la natura permanente delle email spesso generano ansia. Il 28% degli intervistati ritiene che almeno un’email inviata abbia avuto ripercussioni negative sulla propria carriera, mentre l’88% ha provato rimpianto subito dopo aver premuto “invia”.

Questo sentimento è particolarmente comune tra i giovani dai 18 ai 24 anni. Inoltre, errori di battitura vengono giudicati severamente dal 48% dei rispondenti, a dimostrazione dell’attenzione posta sulla qualità del linguaggio nelle comunicazioni scritte.

Il linguaggio delle email e il galateo digitale

Le email mantengono un linguaggio più formale rispetto alle conversazioni quotidiane: l’85% degli intervistati ha ammesso di usare uno stile diverso, con il 17% che lo definisce “molto diverso”. Anche i messaggi automatici, come le risposte “out of office”, sono fonte di irritazione per il 33%, percentuale che sale al 48% tra i giovani della generazione Z.

Tuttavia, le nuove generazioni stanno trasformando il galateo delle email. Più della metà dei partecipanti ritiene ormai accettabile l’uso di emoji nelle email aziendali, un segnale di come il linguaggio stia evolvendo grazie ai cambiamenti sociali e tecnologici.

Riflesso della comunicazione professionale

Esteban Touma, esperto di Babbel, commenta: “Le email, più di altri strumenti, riflettono l’evoluzione della comunicazione professionale. Man mano che le generazioni abituate ai social media entrano nel mondo del lavoro, i confini tra formalità e informalità si stanno assottigliando, ridefinendo il modo in cui ci rapportiamo a questo mezzo”.

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Assunzioni in lieve calo, ma aumenta la domanda nel settore dei servizi

A novembre 2024, le imprese italiane prevedono circa 427mila nuove assunzioni, con un totale di 1,3 milioni di ingressi programmati nel trimestre novembre 2024-gennaio 2025. Nonostante ciò, i numeri segnano una leggera diminuzione rispetto all’anno precedente, con circa 3mila assunzioni in meno nel mese (-0,7%) e 34mila in meno nel trimestre (-2,6%).

Il Bollettino Excelsior di Unioncamere e del Ministero del Lavoro evidenzia una situazione diversa per settori: i servizi trainano la domanda con 307mila assunzioni a novembre e 908mila nel trimestre, sostenuti principalmente da turismo e commercio, che registrano rispettivamente 82mila e 72mila nuovi posti.

Nel comparto industriale le maggiori criticità

In contrasto, il settore industriale mostra una flessione, con 121mila assunzioni a novembre e 360mila nel trimestre, pari a un calo dell’8% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso e del 9,9% rispetto al trimestre precedente.

L’industria manifatturiera, in particolare, prevede solo 78mila assunzioni per il mese e 239mila per il trimestre, segnando riduzioni rispettivamente del 9,9% e 12,5%. Anche il settore edile risente della diminuzione, con oltre 43mila assunzioni previste a novembre e 122mila per il trimestre, in calo del 4,3% in entrambi i periodi.

Contratti a tempo determinato i più diffusi

Il contratto a tempo determinato è il più diffuso (55,5%), seguito dal contratto a tempo indeterminato (19,2%). La difficoltà di reperimento resta elevata: quasi il 48% delle posizioni aperte è difficile da coprire, con carenze soprattutto nell’area “Installazione e riparazione” (66,8%), seguita da “Progettazione e R&S” (57,7%) e “Produzione” (52,5%).

Professioni tecniche e specializzate: le più difficili da reperire

Tra le professioni più complesse da reperire figurano ingegneri (58,8%) e specialisti nella progettazione di applicazioni (55,4%). In ambito tecnico, i profili più ricercati sono i tecnici di gestione dei processi produttivi (71,5%) e i tecnici della salute (62,9%).

Anche i settori della ristorazione e dell’estetica faticano a trovare operatori (59% e 56% rispettivamente), così come il comparto degli operai specializzati, in cui fabbri e saldatori raggiungono difficoltà di reperimento superiori al 74%.

Domanda di lavoratori immigrati e giovani

Per coprire le posizioni, le imprese puntano su 86mila lavoratori stranieri, pari al 20,1% delle assunzioni previste per novembre, soprattutto nei settori di trasporto e logistica (29,4%) e ristorazione (22,7%).

Sono richiesti poi giovani “under 30”, con 131mila posti a loro destinati, soprattutto nei servizi finanziari, assicurativi, informatici e nelle telecomunicazioni.

Maggiore domanda al Sud, calo nel resto d’Italia

A livello territoriale, cresce la richiesta di lavoratori nel Sud e nelle Isole, con un aumento di 10mila assunzioni nel mese e 25mila nel trimestre, mentre le altre aree italiane registrano una lieve flessione sia mensile che trimestrale.

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