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Matrimoni: quanto costa sposarsi oggi in Italia? 

Se nel 2024 tra i Millennials è un vero boom di matrimoni (70%) si comincia a registrare un incremento significativo del numero dei nozze celebrate dai nativi digitali. Nel 2023 la GenZ rappresentava solo l’1% delle coppie mentre nel 2024 sale al 18%.
In termini statistici, le coppie della GenZ attualmente rappresentano 1 matrimonio su 5 tra tutti quelli celebrati in Italia.

Ma chi sono le coppie di oggi? Persone attente ai contenuti digitali (oltre una coppia su 4 crea un sito di matrimonio su cui pubblicare i dettagli da condividere con gli invitati), finanziariamente indipendenti (il 49% paga le nozze di tasca propria) e conviventi già molto prima di pronunciare il fatidico “sì” (80%). E quanto costa un matrimonio? Poco meno di 23.800 euro.
Emerge dal Rapporto sul Settore Nuziale 2025 di Matrimonio.com.

Costo medio in aumento dell’8%

Considerando la tendenza a organizzare nozze che possono durare fino a tre giorni e tenendo presente la sempre maggiore personalizzazione di questo tipo di evento, non sorprende che attualmente la spesa media di un matrimonio, esclusi luna di miele e anello di fidanzamento, si aggiri intorno ai 23.781 euro, l’8% in più rispetto all’anno precedente.
Il 42% delle coppie assicura di aver speso almeno 25.000 euro, e il 20% sono arrivate a 35.000.

Per il 42% (+2%) l’attuale situazione economica ha avuto un impatto sostanziale sul preventivo e la pianificazione.
Per quanto riguarda la lista degli invitati resta stabile a una media di 106. Quasi la metà dei matrimoni celebrati nel 2024 (46%) aveva più di 100 invitati.

Per il 56% delle coppie matrimonio di due o più giorni

Una cosa è certa: le coppie vogliono investire nel loro giorno speciale e nei fornitori che lo renderanno magico. Questo spiega come mai tendano a ingaggiare una media di 12 professionisti.
Ciò che desiderano è trascorrere quanto più tempo possibile con familiari e amici, pertanto scelgono di organizzare nozze personalizzate in grado di coinvolgere tutti. Tanto che il 56% delle coppie ha optato per organizzare matrimoni che durano 2 o più giorni.

Rendere il proprio matrimonio un evento personalizzato fin nei minimi dettagli e destinato a restare per sempre impresso nella mente degli invitati è la priorità per le coppie di oggi.

Le priorità nella pianificazione delle nozze

Non importa il numero degli ospiti o la data quanto l’esperienza che si vuol regalare agli invitati, il look and feel generale e la scelta di temi e luoghi che rispecchino la personalità degli sposi.

Per più di 8 coppie su 10 è prioritario il benessere degli invitati, il 72% dà importanza al risultato e all’atmosfera generale dell’evento e il 47% crede fortemente che il proprio matrimonio debba riflettere i gusti e il carattere della coppia. Con 2 coppie italiane su 10 che scelgono un matrimonio a tema ispirandosi a un libro, un film una serie TV o un argomento che le appassiona.

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Moda: i profili più cercati dai grandi brand

La Polimoda Business Week 2025, l’evento dedicato all’incontro tra studenti diplomandi e HR e professionisti del settore moda, traccia la mappa delle figure su cui puntano i grandi nomi del fashion. Oltre 1.300 colloqui individuali, 328 neodiplomati e 105 aziende del sistema moda, tra cui Prada, Valentino, Hermès, Hugo Boss, Karl Lagerfeld, Max Mara, Bottega Veneta, Ferragamo, Etro, Tod’s, confermano l’urgenza di talenti in grado di unire creatività, competenze digitali e solida expertise tecnica.

I colloqui hanno coinvolto aziende italiane ed estere del comparto lusso, abbigliamento, calzature, accessori, gioielli, oltre a magazine, agenzie di comunicazione e art direction, nella selezione dei migliori talenti formati dalla scuola per opportunità di stage e lavoro.

Cambio di passo nella domanda di competenze professionali

In un momento di rapida evoluzione, guidata da sostenibilità, innovazione tecnologica e nuovi scenari internazionali, l’evento rileva un cambio di passo nella domanda di competenze professionali da parte dell’industria moda.
In testa alle richieste dei brand spicca lo sviluppo prodotto: le aziende cercano specialisti in grado di gestire ogni fase, dall’ideazione alla prototipazione, garantendo livelli di innovazione e sostenibilità.

Il social media management segue a ruota, con un aumento delle richieste a testimonianza della centralità delle piattaforme digitali nella costruzione di community e narrazioni di marca.

Design di accessori e abbigliamento, asset imprescindibile con nuove declinazioni

I creative director e i product designer vengono poi valorizzati per la capacità di tradurre i dati di mercato in collezioni distintive, richiedendo una visione che coniughi estetica e funzionalità. Al contempo, il retail si evolve verso modelli phygital, spingendo le aziende a integrare specialisti in customer experience e performance commerciale direttamente nelle strategie di store design.

In questo contesto, il visual merchandising si conferma trait d’union tra storytelling e vendite, con professionisti chiamati a creare ambienti immersivi che coinvolgano tanto il cliente in store quanto l’audience digitale.
Sul fronte più tecnico, il modellista, sempre più abile con software CAD e 3D, resta al centro dell’organizzazione produttiva, contribuendo a ottimizzare tempi e costi senza rinunciare alla precisione sartoriale.

Materiali innovativi per la maglieria

Parallelamente, il comparto maglieria vede un significativo aumento di interesse: si richiedono profili specializzati che sappiano innovare filati e lavorazioni, orientandosi verso materiali rigenerati e processi a basso impatto ambientale.
E marketing e comunicazione si ritagliano un ruolo di primo piano grazie alla crescente necessità di figure data-driven, capaci di misurare il ritorno sugli investimenti e modellare strategie omnicanale con un respiro internazionale.

Nell’instabilità dello scenario, i profili emergenti rappresentano le vere leve per la ripresa dell’industria.
Professionisti in grado di coniugare innovazione digitale, sostenibilità e radici artigianali possono dare nuovo slancio al Made in Italy sui mercati globali.

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Carte digitali nel mirino dei cybercriminali: nel 2024 “persi” 880 milioni di euro

L’uso dei pagamenti elettronici è ormai parte integrante della vita quotidiana, ma con esso aumentano anche i rischi legati alle truffe digitali.
Secondo un’indagine realizzata da mUp Research e Norstat per Facile.it, nel 2024 ben 2,9 milioni di italiani sono stati vittime di frodi legate a carte di pagamento, con un impatto economico che ha superato gli 880 milioni di euro.

Quali metodi usano i truffatori? 

Le truffe avvengono soprattutto tramite email contraffatte (38,1%), seguite da SMS ingannevoli (28,4%). Altri strumenti utilizzati includono siti web fasulli (19,4%) e finti operatori telefonici (18,7%) che fingono di rappresentare banche o istituti finanziari.

Anche i canali digitali più recenti non sono esenti: le chat istantanee (14,9%) e i social network (13,4%) stanno diventando veicoli sempre più usati per carpire dati sensibili o convincere gli utenti a condividere informazioni personali.

I più colpiti? Giovani adulti e laureati 

Sorprendentemente, a cadere più spesso nella rete dei cybercriminali non sono gli anziani, ma i giovani adulti. Nella fascia d’età 18-24 anni, la percentuale di vittime tocca il 14,1%, mentre tra i 25-34enni si attesta all’8,5%, contro una media nazionale del 6,8%.

Il dato che colpisce è anche il livello d’istruzione: i possessori di laurea risultano più vulnerabili, forse per una maggiore fiducia nella tecnologia o per l’uso più frequente dei pagamenti online.

Le denunce? Ancora troppo poche 

Dopo aver subito una frode, oltre il 26% delle vittime non segnala l’episodio alle autorità. Le motivazioni sono diverse: il 34,3% ritiene il danno economico troppo contenuto per agire, mentre il 22,9% è convinto che non ci siano possibilità di recupero.

Non mancano i motivi emotivi: una parte degli intervistati ha ammesso di sentirsi in imbarazzo (20%) o di non voler preoccupare i familiari (14,3%).

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Produzione industriale in lieve ripresa: +0,1% a marzo 2025

L’economia italiana mostra qualche segnale positivo dopo mesi di incertezza. Nel mese di marzo 2025, infatti, l’industria italiana registra un piccolo passo avanti. Secondo i dati Istat, la produzione industriale ha visto un incremento dello 0,1% rispetto a febbraio, considerando l’indice destagionalizzato. Una variazione minima, ma comunque positiva, che indica un segnale di stabilizzazione dopo un periodo di flessioni.

Se si guarda alla media del primo trimestre dell’anno, si nota un aumento dello 0,4% rispetto ai tre mesi precedenti: un dato che rivela una ripresa moderata, ma continuativa, e rappresenta il primo dato di crescita trimestrale dal secondo trimestre del 2022.

I beni strumentali hanno segnato il miglior risultato

Analizzando le performance dei diversi comparti industriali, si osserva che i beni strumentali hanno segnato il miglior risultato, con una crescita del 2,2% su base mensile. Anche i beni intermedi hanno registrato un buon andamento, salendo dell’1,1%. In calo, invece, i beni di consumo (-1,3%) e l’energia, che ha subito una contrazione dell’1,9%.

Questi andamenti mostrano un’evoluzione disomogenea tra i vari settori, segno di una ripresa che resta parziale.

Dati annuali ancora in rosso: -1,8% rispetto al 2024

Se si osservano i dati su base annua, corretti per gli effetti di calendario, il quadro diventa meno incoraggiante. Rispetto a marzo 2024, la produzione industriale generale è diminuita dell’1,8%.

Nonostante il numero dei giorni lavorativi sia rimasto invariato (21), la maggior parte dei settori ha registrato una flessione. Fanno eccezione l’energia, che cresce del 4,5%, e alcune attività specifiche come la fornitura di energia elettrica, gas e vapore, che segna un +12,2%, e la fabbricazione di apparecchiature elettriche (+5,1%).

Le flessioni più marcate colpiscono alcuni settori chiave

Non mancano, però, le criticità. Alcuni settori industriali continuano a mostrare cali rilevanti. La produzione di coke e prodotti petroliferi raffinati crolla del 17,2%, mentre il comparto tessile e moda subisce una contrazione del 12%.

Anche la fabbricazione di mezzi di trasporto non se la passa meglio, con una riduzione dell’8,3% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Una ripresa fragile ma presente

In sintesi, marzo 2025 segna una timida ma significativa ripresa per l’industria italiana. Mentre alcuni comparti mostrano segni di vitalità, altri restano in difficoltà.

Resta da capire se questi segnali positivi rappresentino l’inizio di una fase più stabile o un rimbalzo temporaneo in un contesto ancora fragile. Insomma, i prossimi mesi saranno cruciali per capire se il trend positivo si consoliderà.

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Italia sempre più digitale: aumentano gli acquisti online, anche tra gli “over”

Noi italiani siamo sempre più fan delle possibilità offerte dalla Rete, anche gli over 65. Nel biennio 2023-2024, infatti, i nostri connazionali mostrano un crescente interesse per lo shopping online e l’uso di Internet.
A confermarlo sono i dati dell’indagine annuale ‘Aspetti della Vita Quotidiana’ condotta dall’Istat.

E-commerce: vestiti e articoli per la casa i prodotti più richiesti

Gli acquisti via Internet sono in continuo aumento: rispetto al 2023, la percentuale di utenti che ha fatto shopping online è cresciuta di 2,2 punti.
I settori più gettonati sono quelli dell’abbigliamento (23,2%) e dei prodotti per la casa (13,7%).

Si rafforza inoltre l’abitudine di utilizzare piattaforme digitali della Pubblica Amministrazione per ottenere informazioni, anche se cala l’uso per attività più operative come scaricare moduli ufficiali (-9,6 punti) o prenotare appuntamenti (-8 punti).

Internet a casa: cresce la copertura, ma il Sud resta indietro

L’accesso domestico a Internet interessa oggi l’86,2% delle famiglie italiane, con un balzo in avanti di 2,5 punti percentuali. La connessione raggiunge il 93,4% delle famiglie con membri tra i 16 e i 74 anni, avvicinandosi alla media europea del 94,1%.

Restano però delle differenze importanti: tra le famiglie composte esclusivamente da over 65, solo il 60,6% è connesso. Nelle famiglie con bambini, invece, la connessione è praticamente universale (99,1%).
Permane anche uno squilibrio territoriale: nel Sud Italia l’accesso a Internet è inferiore di quasi 5 punti rispetto al Centro-Nord. Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige guidano la classifica delle regioni più digitalizzate, mentre Sicilia, Molise e Basilicata risultano le meno connesse.

Il web per tutti, anche per gli anziani

L’utilizzo di Internet interessa oggi l’81,9% degli italiani sopra i sei anni, con un aumento di 2,4 punti rispetto all’anno scorso.
Tra i 65-74enni si osserva una crescita particolarmente significativa (+7,6 punti), seguiti dagli over 75 (+6,7 punti).

Si conferma una differenza di genere: l’84,5% degli uomini utilizza Internet contro il 79,5% delle donne, divario che si accentua nelle fasce di età più alte.
Anche il livello di istruzione gioca un ruolo chiave: tra i laureati la connessione sfiora il 96%, mentre tra chi possiede solo la licenza media si ferma al 69,7%.

Chat, video e musica: come gli italiani usano la rete

I principali usi di Internet riguardano la comunicazione. Il 73,4% degli utenti utilizza app di messaggistica istantanea, il 66% effettua chiamate vocali o videochiamate e il 62% si affida alla posta elettronica.

Molto diffusa anche la fruizione di contenuti multimediali: il 57,4% guarda video su piattaforme come YouTube, Instagram o TikTok, mentre quasi la metà ascolta musica in streaming (49,4%).
Infine, il 48,2% degli utenti cerca informazioni su prodotti e servizi, il 46% si informa sulla salute e il 44,3% gestisce le proprie finanze online.

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Le aziende familiari italiane crescono: +12% di ricavi nel 2025

C’è un primato tutto italiano, nonostante l’incertezza dello scenario internazionale e l’introduzione di nuovi dazi commerciali. La buona notizia è che le imprese familiari italiane confermano la loro solidità e capacità di crescita.
A certificarlo è il Global 500 Family Business Index 2025, report biennale redatto da EY in collaborazione con la Saint Gallen University, che fotografa le performance delle 500 principali aziende familiari del mondo.

L’Italia conquista un ruolo di primo piano, classificandosi quarta a livello globale e terza in Europa per numero di aziende presenti nella classifica. Un risultato che testimonia la vitalità e la resilienza del nostro tessuto imprenditoriale, in particolare delle realtà a conduzione familiare.

Ricavi pari a 179 miliardi di dollari

Secondo l’edizione 2025 dell’indice, le imprese familiari italiane hanno raggiunto ricavi complessivi pari a 179 miliardi di dollari, con un incremento del 12% rispetto al 2023, quando il dato si fermava a 160 miliardi. Un balzo in avanti che premia una gestione attenta, innovativa e fortemente orientata agli investimenti.

“Le aziende familiari italiane continuano a distinguersi per capacità di adattamento e visione strategica, soprattutto nei settori del made in Italy come i beni di consumo e la manifattura avanzata”, commenta Massimo Meloni, EY Italy Private Leader.

Più imprese italiane nella top 500

Nell’edizione 2025 dell’indice entrano 22 aziende italiane, pari al 4,4% del totale globale. Rispetto al 2023, si registrano 4 nuovi ingressi, a fronte di 2 uscite, a dimostrazione di un ricambio dinamico e in positivo.

Tuttavia, il valore medio dei ricavi per azienda – 8,1 miliardi di dollari – rimane al di sotto della media europea (16,1 mld) e globale (17,6 mld), evidenziando spazi di crescita ancora da colmare.

Un patrimonio radicato

Un dato distintivo delle aziende familiari italiane è la lunga storia alle spalle: il 36% delle realtà italiane nella classifica vanta oltre cento anni di attività, segno di continuità e solidità nel tempo.

Dal punto di vista geografico, è la Lombardia a primeggiare con 8 aziende nella top 500, seguita dal Piemonte. Insieme, le imprese di queste due regioni generano il 58% dei ricavi nazionali.

Centro-Sud: potenziale ancora inespresso

Le imprese del Centro-Sud Italia sono ancora poche: solo il 27% delle aziende italiane presenti nell’indice ha sede in queste regioni, contribuendo al 23% dei ricavi complessivi.
Un dato che suggerisce ampi margini di sviluppo per il Mezzogiorno, in termini di imprenditorialità familiare strutturata.

Settori di punta: consumer goods e manifattura

Le aziende familiari italiane operano in 11 macro-settori, ma è il comparto dei beni di consumo (23%) a trainare la classifica.
Seguono la manifattura avanzata e il settore retail, entrambi con una quota del 14%.

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Climate Change: italiani divisi tra consapevolezza e scetticismo

Emerge dalla Worldviews Survey sul Climate Change di WIN (Worldwide Independent Network of Market Research): nonostante una crescente consapevolezza e attenzione verso le questioni ambientali, l’opinione pubblica mondiale resta divisa su chi debba davvero farsi carico del cambiamento.

I dati per l’Italia, raccolti da BVA Doxa, raccontano che la sostenibilità resta un tema sentito, ma anche attraversato da forti contraddizioni.
Se da un lato aumentano le persone che riconoscono l’impegno di aziende e governi nel fronteggiare il cambiamento climatico, dall’altro permane un diffuso scetticismo sulle reali motivazioni delle organizzazioni e sull’efficacia delle loro azioni.

Aumenta la fiducia, ma permangono i dubbi

A livello globale, si evidenzia una crescente attenzione verso l’ambiente e la sostenibilità. Il 66% delle persone riconosce che le aziende stanno agendo in materia di sostenibilità, un dato in crescita rispetto al 58% degli anni precedenti. Anche la fiducia nei governi è in aumento: il 52% degli intervistati ritiene che le istituzioni pubbliche stiano mettendo in atto azioni concrete per affrontare le sfide ambientali (erano il 44% nel 2021).

Sul fronte personale, l’82% crede che le proprie azioni possano avere un impatto positivo sull’ambiente.
Tuttavia, accanto a questi segnali positivi, permangono ampi margini di scetticismo. Il 44% degli intervistati pensa che le aziende si impegnino per convenienza, mentre il 48% non è convinto dell’efficacia delle politiche ambientali dei governi. 

In Italia i giovani sono sfiduciati 

Il quadro che emerge per l’Italia si discosta sensibilmente dalle tendenze globali, con livelli di fiducia notevolmente più bassi.
Sul fronte individuale, solo 1 italiano su 3 (34%) ritiene che le proprie azioni possano avere un impatto positivo sull’ambiente, con un andamento crescente all’aumentare dell’età: dal 27-30% nelle fasce più giovani fino al 48% tra gli over 64.

Particolarmente allarmante il dato relativo agli under25, tra i quali il 26% non crede affatto nella possibilità di incidere positivamente attraverso i propri comportamenti quotidiani.
Ancora più marcata la sfiducia verso il governo: appena il 5% degli italiani crede che le istituzioni stiano adottando misure adeguate alla tutela ambientale. Un dato uniforme su tutto il territorio nazionale e trasversale alle diverse fasce d’età.

Il sentimento dominante è la diffidenza

Anche nei confronti delle aziende, il sentimento dominante è la diffidenza: solo l’11% degli italiani ritiene che la maggior parte delle imprese operi tenendo seriamente in considerazione i principi della Responsabilità Sociale d’Impresa e della sostenibilità. La percentuale sale leggermente tra i 35-44enni (15%) e nelle regioni del Sud e Isole (16%).

Il 50% degli italiani, però, pensa che le aziende si impegnino solo per apparenza e un ulteriore 28% è convinto che agiscano esclusivamente in funzione del profitto.
I dati emersi sottolineano l’urgenza, soprattutto in Italia, di ricostruire una relazione di fiducia tra cittadini, imprese e istituzioni. L’impegno verso la sostenibilità deve essere accompagnato da maggiore trasparenza, coerenza e capacità di coinvolgere realmente le persone

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Truffe online: arriva quella del “curriculum”

Una nuova frode che sfrutta la vulnerabilità di chi è in cerca di lavoro, promettendo opportunità inesistenti per sottrarre dati sensibili o denaro. È la cosiddetta ‘truffa del curriculum’.
Il 2025 ha visto un incremento allarmante delle truffe telefoniche in Italia, con una particolare incidenza di questa frode.

La truffa del curriculum si articola in diverse fasi. La prima tipicamente avviene tramite un contatto telefonico da un numero italiano sconosciuto.
Spesso, si tratta di un messaggio vocale preregistrato che esordisce con la frase: ‘Salve, abbiamo ricevuto il tuo curriculum’. L’obiettivo è creare un’aspettativa nella vittima, soprattutto se è attivamente impegnata nella ricerca di lavoro.

Dal telefono si passa a WhatsApp

L’uso di numeri italiani e di messaggi preregistrati conferisce una parvenza di legittimità alla truffa, e permette ai truffatori di raggiungere un vasto numero di potenziali vittime.
Successivamente al primo messaggio preregistrato, la vittima viene invitata a proseguire la conversazione su WhatsApp.

Questo passaggio strategico consente ai truffatori di inviare link, documenti e interagire in modo più continuativo in un ambiente meno formale e controllato. La telefonata iniziale funge quindi da filtro, identificando individui più vulnerabili e permettendo poi un approccio più mirato via chat.
I truffatori, presentandosi come rappresentanti di agenzie per il lavoro o aziende, utilizzano un linguaggio cortese e professionale per guadagnare fiducia. In alcuni casi, creano un senso di urgenza e spingendo la vittima a decisioni affrettate. 

Cruciale riconoscere i segnali di allarme

L’efficacia della truffa risiede nella capacità di sfruttare la speranza di trovare lavoro, rendendo le persone meno caute.
Una volta stabilito il contatto su WhatsApp, i truffatori possono richiedere la compilazione di moduli online con dati sensibili, inviare link a finte pagine di candidatura per rubare credenziali, o proporre ‘lavori online’ che si rivelano schemi di investimento fraudolenti.

In alcuni casi, il clic su link inviati può portare al download di malware, con le vittime che rischiano accessi non autorizzati al conto corrente, perdita di fondi o compromissione dei dispositivi.
Ma, come sempre, per proteggersi è cruciale riconoscere i segnali di allarme.

È importante segnalare i tentativi di truffa alla Polizia Postale

Ricevere una chiamata inaspettata riguardo al curriculum, soprattutto se non si è attivamente alla ricerca di lavoro, è un campanello d’allarme.
Pressioni per fornire dati personali, cliccare su link sospetti, comunicazioni da numeri sconosciuti o con prefissi esteri, promesse di guadagni facili e la richiesta di proseguire la conversazione su WhatsApp sono tutti indicatori di potenziale frode.

Le precauzioni da prendere per non cadere in trappola, riporta Adnkronos, sono anzitutto non rispondere a telefonate sospette e bloccare i numeri, non fornire dati personali o bancari a sconosciuti al telefono, verificare l’affidabilità dell’interlocutore (magari contattando l’ente presunto tramite canali ufficiali), non cliccare su link o scaricare allegati da numeri sconosciuti, e segnalare tentativi di truffa alla Polizia Postale e alle associazioni di consumatori.

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Foreste sostenibili: l’Italia supera il milione di ettari certificati

Lo attesta il Rapporto Annuale sulla certificazione di gestione forestale sostenibile di PEFC Italia, l’ente promotore della certificazione della buona gestione del patrimonio forestale: sono 1.061.059,26 gli ettari di superficie certificata a gestione sostenibile censiti a fine 2024, e 236 le nuove aziende che hanno ottenuto la certificazione di Catena di Custodia PEFC (+16,8%), che garantisce la tracciabilità del materiale, dal bosco al consumatore finale.

Il 2024 ha registrato il maggior numero da sempre di nuove aziende certificate in un solo anno, confermando la validità del sistema di certificazione PEFC, in particolare, per le Piccole e medie imprese. Un traguardo significativo per l’ecosistema della certificazione forestale.

Trentino Alto Adige in pole position. Sul podio anche Friuli-Venezia Giulia e Piemonte 

Secondo il Rapporto, le 236 nuove certificazioni del 2024, sommate a quelle degli anni precedenti, raggiungono un totale di 1.585, registrando un +16,8% rispetto al 2023.
Attualmente sono 14 le regioni italiane con almeno una foresta certificata, con il Trentino Alto Adige che si posiziona in cima alla classifica per la vastità di superficie certificata, con 598.463,29 ettari, seguito da Friuli-Venezia Giulia (98.570,46) e Piemonte (86.847,97).

Il Veneto e la Lombardia continuano a contribuire in modo significativo alla crescita della superficie certificata con, rispettivamente, 79.981,19 e 79.084,31 ettari.
Crescita tangibile anche per la Toscana, che raggiunge 51.926,77 ettari, e per Emilia Romagna e Marche (rispettivamente 27.855,07 e 14.610,05).
Invariata la situazione di Lazio (10.498,30), Basilicata (4.082,18) e Abruzzo (237,77 ettari), mentre registrano una lieve crescita Liguria (5.931,84), Umbria (2.486,13) e Calabria (483,92). 

Veneto in testa per numero di aziende certificate

Per quanto riguarda il numero di aziende certificate si conferma capolista il Veneto, seguito da Lombardia e Trentino Alto Adige.

“Il risultato di quest’anno – spiega Marco Bussone, Presidente di PEFC Italia – dimostra come la certificazione PEFC stia diventando un elemento chiave per le aziende italiane orientate a perseguire pratiche sostenibili e obiettivi di responsabilità sociale d’impresa. Questo è un percorso fondamentale per trasformare processi produttivi e organizzativi. La spinta verso la sostenibilità è alimentata anche dalle politiche pubbliche e dai criteri ESG, sempre più rilevanti per le aziende che desiderano accedere a fondi agevolati”.

Servizi ecosistemici: 15 nuove attestazioni e 35 certificati

Per quanto riguarda i servizi ecosistemici da foreste certificate, sono 15 le nuove attestazioni rilasciate, di cui 14 riguardanti il servizio ecosistemico del carbonio e 1 per la biodiversità.

Attualmente, PEFC Italia conta 35 certificati di servizi ecosistemici, con un coinvolgimento di 27.856 ettari, a dimostrazione della sempre più crescente attenzione verso la tutela della biodiversità, la promozione del turismo e del benessere forestale e dei benefici ecosistemici.
Numerosi sono stati anche i progetti di finanziamento da parte di aziende produttive italiane a favore della promozione e tutela dei benefici ecosistemici forestali.

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Evasione fiscale: partite IVA sotto accusa? Solo 1 su 8 in debito col Fisco

I contribuenti italiani con debiti fiscali non ancora riscossi dalle nostre Agenzie ammontano a circa 22,8 milioni, di cui 3,6 milioni rappresentati da persone giuridiche, come società di capitali, enti commerciali, cooperative, e i restanti 19,2 milioni da persone fisiche.

Tra queste, 16,3 milioni sono lavoratori dipendenti, pensionati e percettori di altre forme di reddito (da beni mobili, immobili…), mentre i rimanenti 2,9 milioni, corrispondenti al 12,7% del totale, svolgono un’attività economica come artigiani, commercianti o liberi professionisti.
In ogni caso, i dati ufficiali forniti dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione confermano quanto sostenuto dalla CGIA di Mestre: secondo le statistiche ufficiali solo un debitore col fisco su otto è una partita IVA. 

I lavoratori autonomi non sono un popolo di evasori

Insomma, i lavoratori autonomi non sono un popolo di evasori, come spesso vengono descritti dall’opinione pubblica, anche se è indubbio che in questa categoria vi sia anche chi non adempie ai propri obblighi fiscali.
Tra il 2000 e il 2024, tasse, contributi, imposte, bollette, multe non riscosse dal fisco italiano o altri enti sono pari a 1.274,5 miliardi di euro.

Al netto delle persone nel frattempo decedute, imprese cessate, nullatenenti e contribuenti già sottoposti ad azione cautelare/esecutiva, l’importo potenzialmente aggredibile si riduce a poco più di 100 miliardi di euro (7,9% del totale).

Il 76% dei crediti è di importo inferiore a 1.000 euro

Va altresì segnalato che il cosiddetto magazzino residuo è composto da 175 milioni di cartelle, per un numero complessivo di 291 milioni di crediti.
Gli avvisi di addebito e accertamento esecutivo sono mediamente di importo molto contenuto: il 76% dei singoli crediti, infatti, sono di importo inferiore a 1.000 euro, pari a 59 miliardi di euro complessivi. 

Sebbene al Nord sia concentrata la stragrande maggioranza della ricchezza prodotta nel Paese nonché la parte più dinamica delle attività economiche e produttive, dei 1.274 miliardi di euro di tasse non riscosse negli ultimi 25 anni, il 58% (739,3 miliardi di euro) è riconducibile alle regioni del Centro-Sud.
Il rimanente 42%, è in capo alle regioni del Nord, che ‘cubano’ 535.1 miliardi  di euro non versati.

Le modalità di evasione a elevato livello di rischio dei grandi contribuenti

I risultati ottenuti nella lotta contro l’evasione fiscale indicano l’opportunità di intensificare gli sforzi verso la semplificazione del sistema tributario, e il conseguente miglioramento della relazione tra fisco e contribuente.

Inoltre, è fondamentale sfruttare in modo più efficiente i dati detenuti dall’Amministrazione fiscale, al fine di ottimizzare il controllo su fenomeni che presentano elevati livelli di rischio. 
Tra questi, le frodi IVA, l’uso improprio di crediti inesistenti o aiuti economici non dovuti, fittizia dichiarazione di residenza fiscale all’estero, occultamento di patrimoni al di fuori dei confini nazionali.
Modalità di evasione che a differenza di quelli imputabili ad artigiani e piccoli commercianti, sono ascrivibili quasi esclusivamente a grandi contribuenti. 

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