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Consumo del suolo: nel 2025 il dato peggiore degli ultimi 12 anni

Il suolo fornisce materie prime, biomassa e il cibo necessario alla sopravvivenza dell’uomo e di tutte le altre specie viventi. Nel 2024 sono stati consumati 83,7 chilometri quadrati di suolo, il +15,6% rispetto all’anno precedente. Secondo il rapporto Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici di Ispra e Snpa, il consumo netto è stato di 78,5 chilometri quadrati, il peggior saldo degli ultimi dodici anni. 

“Consumare suolo non significa soltanto deturpare il paesaggio, ma distruggere una risorsa indispensabile alla vita dichiara Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia -. Il suolo è una risorsa non rinnovabile, scarsa e non esiste tecnologia che possa sostituire i suoi servizi ecosistemici:”.

L’elemento fondamentale del ciclo vitale

“È l’elemento fondamentale del ciclo vitale sulla Terra – aggiunge Nappini -: rappresenta una riserva di biodiversità, un serbatoio di carbonio ed è regolatore del ciclo dell’acqua e degli elementi biochimici. Senza suolo non c’è agricoltura e senza agricoltura non c’è cibo”.

Ma a farne le spese sono le aree più accessibili e anche le più fertili. Preoccupa in particolar modo il consumo di suolo agricolo. Ogni anno nuove cause di consumo si sommano a quelle tradizionali. Nel 2024 il rapporto ne individua tre, le aree destinate alla logistica, i data center e i pannelli fotovoltaici a terra.
Questi ultimi impattano in modo sensibile. In un anno hanno coperto 1.702 nuovi ettari, di cui l’80% su superfici precedentemente utilizzate a fini agricoli.

Rischio idrogeologico aumentato

Il dato fotografa un trend in forte crescita. Gli impianti di questo tipo sono aumentati di oltre venti volte nel giro di quattro anni.
Non va dimenticato che il consumo di suolo, sommato all’abbandono delle aree interne, oltre a provocare danni all’agricoltura e al tanto sbandierato Made in Italy, ha impatti economici e ambientali significativi.

Ad esempio, aumenta il rischio idrogeologico (alluvioni, frane) i cui danni annuali complessivi raggiungono 3,3 miliardi di euro (dal 2010 a oggi la spesa è triplicata), più di un sesto della manovra in discussione al parlamento.

Non una voce da inserire in bilancio, ma un bene pubblico da proteggere

“O oggi le coperture artificiali occupano il 7,17% del territorio italiano, quasi il doppio della media europea – sottolinea Nappini -. Non è affatto poco, se pensiamo che solo il 23,2% dell’intero territorio nazionale è pianeggiante e che oltre un terzo è montano. Ci sono regioni, la Lombardia, il Veneto e la Campania, dove più di un decimo del suolo è già consumato”.

Il Regolamento europeo sul ripristino della natura impone però l’azzeramento della perdita netta di aree verdi urbane entro il 2030 e la Strategia del suolo per il 2030 adottata dalla Commissione Europea nel 2021 stabiliva l’obiettivo per tutti i Paesi membri di non consumare suolo entro il 2050. Allo stato attuale questi target sono irraggiungibili.

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Viaggi 2025: il mercato cresce, ma gli anni del boom sono alle spalle

Il turismo italiano continua a crescere anche nel 2025, ma a ritmi più lenti rispetto agli anni del boom registrato post pandemia. I dati dell’Osservatorio Travel Innovation del Politecnico di Milano, presentati a TTG Travel Experience, raccontano un mercato maturo, che consolida quanto guadagnato negli ultimi anni: la crescita varia tra l’1 e il 7% a seconda dei comparti.

L’eCommerce si conferma il cuore pulsante del settore: pesa ormai per il 57% del mercato dell’ospitalità (21,7 miliardi di euro su un totale di 38,2) e per il 70% di quello dei trasporti (19,3 miliardi su 27,6).

Ospitalità: più equilibrio tra online e offline

Il giro d’affari dell’ospitalità tocca i 38,2 miliardi di euro, con un aumento dell’1% sul 2024. È una crescita trainata soprattutto dai prezzi (+2,9% secondo l’Istat), mentre la domanda segna un lieve calo, complice la flessione dei turisti tedeschi e di altri mercati europei.

L’extra-alberghiero rallenta, l’offerta si razionalizza, e il turismo open air resta stabile. Anche l’eCommerce del comparto cresce poco (+2%), ma ormai è parte strutturale del sistema.
“Non è più il digitale a spingere il mercato, ma i prezzi – spiega Filippo Renga, direttore dell’Osservatorio –. Il settore sta entrando in una fase di maturità: meno boom, più equilibrio tra online e offline.”

Trasporti: settore in lieve aumento

Il settore dei trasporti raggiunge i 27,6 miliardi di euro (+5%), con l’aereo che si conferma il principale motore (+5%), affiancato da trasporti via terra (+4%) e noleggio auto (+7%).

Anche qui il digitale è ormai dominante: il 70% delle prenotazioni passa dall’eCommerce, e l’85% avviene tramite canali diretti.
“Dopo gli anni eccezionali del post-pandemia – osserva Federica Russo, ricercatrice dell’Osservatorio – il mercato torna su ritmi normali. L’online resta però la scelta naturale dei viaggiatori italiani.”

Turismo organizzato e outdoor: piacciono open air e visite culturali  

A tenere alta la domanda ci pensa il turismo organizzato, che cresce del 5% e vale tra 6,2 e 6,5 miliardi di euro. I tour operator fanno segnare il miglior risultato (+7%), seguiti dalle agenzie (+4%), trainati anche dai numerosi ponti primaverili.

Buono anche l’andamento delle attività outdoor, che superano 1,1 miliardi di euro (+3%). La maggioranza dei viaggiatori sceglie esperienze all’aria aperta, seguite da visite culturali e momenti di relax.

Viaggiatori tra benessere, AI e disconnessione

Gli italiani continuano a viaggiare: in media quattro volte l’anno. La motivazione principale resta il bisogno di rilassarsi, ma cresce la curiosità verso la cultura locale e le esperienze condivise.
Quasi uno su due (46%) ha scelto di “staccare la spina” dai social durante le vacanze, mentre un terzo ha sperimentato strumenti di Intelligenza Artificiale per pianificare itinerari o trovare attività in loco.

“L’AI entra nel viaggio, ma non sostituisce l’esperienza umana – commenta Eleonora Lorenzini, direttrice dell’Osservatorio –. Le agenzie restano un riferimento, anche se il contatto è sempre più spesso digitale”.

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Medie imprese: scatta l’obbligo delle polizze catastrofali

La legge di Bilancio 2024 ha introdotto l’obbligo per le medie imprese di sottoscrivere una polizza catastrofale (Cat Nat). Dal 2 ottobre di quest’anno circa 25.000 medie imprese dovranno quindi assicurarsi. I premi annuali sono comunque tutt’altro che proibitivi, soprattutto se paragonati ai benefici.
Facile.it, in collaborazione con Italfinance e Finital, ha elaborato alcune simulazioni considerando i costi per un’azienda metalmeccanica, una alimentare e un mobilificio in 3 città campione, Milano, Roma e Palermo.

Per l’attività metalmeccanica con terreno da 50.000 euro, fabbricato da 1,5 milioni di euro, attrezzature industriali/commerciali di valore pari a 300.000 euro, impianti/macchinari per 800mila euro, il premio annuale a Milano parte da 584 euro, a Roma 790 euro e a Palermo 1.025 euro.

Premio più alto per le aziende alimentari

Le quotazioni per l’azienda alimentare salgono, in virtù di valori assicurati più elevati. In questo caso, un terreno di 50.000 euro, un’immobile dal valore di 2 milioni di euro, attrezzature per 200.000 euro e impianti e macchinari da 1,2 milioni di euro.
La struttura posizionata a Milano deve mettere a budget un costo annuale a partire da 744 euro, a Roma 1.035 euro, mentre a Palermo 1.297 euro.

Per il mobilificio (terreno 50mila euro, fabbricato 1,8 milioni di euro, attrezzature 200.000 euro, impianti/macchinari da 1 milione di euro) il premio annuo parte da 654 euro a Milano, 897 euro a Roma e 1.136 euro a Palermo.

Chi non si assicura non potrà accedere ad agevolazioni o contributi

I prezzi, come spiegano gli esperti di Facile.it, variano in funzione di diversi elementi tra cui, la rischiosità del territorio dove sono ubicati gli immobili sede dell’azienda, la probabilità di eventi calamitosi, la vulnerabilità dei beni assicurati, le caratteristiche costruttive dell’immobile, il tipo di attività svolta dall’impresa, la collocazione dell’immobile all’interno dell’edificio (distanza da terra in numero di piani), il capitale assicurato, e le politiche commerciali e tariffarie delle compagnie assicurative.

Sebbene al momento non siano previste sanzioni pecuniarie per le aziende che non sottoscrivono la polizza, chi non si adegua all’obbligo non potrà accedere ad agevolazioni o contributi pubblici e, in caso di evento calamitoso, rischia di dover far fronte autonomamente ai danni subiti senza poter contare su eventuali indennizzi da parte dello Stato.

Coperture offerte, escluse, massimali e franchigie

Per le polizze Cat Nat è importante fare attenzione agli eventi calamitosi (sismi, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni) per i quali è obbligatorio assicurarsi, mentre non sono oggetto dell’obbligo altri fenomeni atmosferici quali grandine, trombe d’aria e bombe d’acqua.
Per tutelarsi da questi eventi, quindi, sarà necessario sottoscrivere garanzie accessorie.

Attenzione, inoltre, ad alcune specificità. La frana, ad esempio, è coperta se l’evento si manifesta in maniera “rapida”, se invece, si tratta di un evento “graduale”, non è coperto.
Tra le esclusioni rientrano anche mareggiate, valanghe e slavine. E ovviamente non è possibile assicurare edifici abusivi e non a norma.

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Italia, la parità di genere al lavoro è ancora lontana

Parità di genere sul lavoro? Un obiettivo ancora lontano. Anzi, il divario si allarga nel percepito fra uomini e donne. È quanto emerge dalla nuova Worldviews Survey di WIN, realizzata in Italia da BVA Doxa, che ha raccolto le opinioni di oltre 35mila persone in 40 Paesi. Il nostro Paese si conferma più critico della media mondiale e mette in luce una frattura profonda tra uomini e donne.

Solo il 38% pensa che ci sia uguaglianza professionale 

Appena il 38% degli intervistati in Italia pensa che uomini e donne abbiano oggi le stesse opportunità professionali. La maggioranza, il 58%, continua a vedere squilibri evidenti.

Ma il dato che colpisce di più è la differenza tra generi: quasi la metà degli uomini (46%) ritiene che la parità sia ormai realtà, mentre solo il 31% delle donne è d’accordo. Segno che chi vive più spesso discriminazioni le percepisce in modo molto concreto.

Età e geografia fanno la differenza

Non sono solo uomini e donne a pensarla diversamente. A essere più scettici sono soprattutto i giovani sotto i 35 anni e gli over 65. La fascia centrale, tra i 35 e i 54 anni, appare invece leggermente più ottimista.

Anche la geografia conta: al Nord-Est e al Centro le percezioni più basse (31-32%), mentre al Nord-Ovest e al Sud con le Isole si sale al 42-43%.

Politica e famiglia: due facce della stessa medaglia

La stessa domanda posta sul mondo della politica porta a risultati simili: solo il 38% crede che la parità sia stata raggiunta. Anche qui il divario è netto: lo pensa il 46% degli uomini contro appena il 30% delle donne.

Diverso lo scenario familiare, dove quasi sei italiani su dieci (59%) dicono di vivere un equilibrio tra i generi, con differenze meno marcate.

Il confronto con il resto del mondo

Allargando lo sguardo, il clima appare meno negativo. A livello globale il 59% degli intervistati ritiene che almeno in parte la parità sia stata raggiunta, un balzo in avanti rispetto al 34% del 2019. Ma anche qui il divario di percezione è evidente: il 64% degli uomini è convinto che l’uguaglianza esista già, contro il 35% delle donne.
Le aree più ottimiste sono quelle dell’Asia-Pacifico (66%), seguite dalle Americhe (58%) e dal Medio Oriente e Nord Africa (57%).

L’Europa, invece, resta più scettica, ferma al 55%. In Italia il quadro resta fragile: se in famiglia la sensazione è di equilibrio, sul lavoro e in politica la distanza si vede e si sente. Più che i numeri, a raccontarlo è il divario di percezione, che di fatto rallenta i progressi verso una vera parità.

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Digitalizzazione: entro il 2027 al Sud il 35% delle imprese investirà in 4.0

È quanto emerge da un’indagine di Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne: per colmare il gap digitale il 35% delle imprese del Sud, contro il 32,8% della media nazionale, ha in programma di realizzare investimenti 4.0 entro il 2027.
Aumentare l’efficienza interna o ridurre i costi è il principale obiettivo che spinge oltre la metà di queste aziende a investire in questa direzione.

Una maggiore difficoltà a recuperare terreno sulla digitalizzazione mostrano le imprese femminili italiane, delle quali appena il 30% punta a investire in queste tecnologie nei prossimi tre anni.
A pianificare nuovi investimenti 4.0 sono soprattutto le imprese manifatturiere (40,6%) e più in generale le realtà produttive di grandi dimensioni (67,6%).

La volontà di recuperare il gap sul fronte innovazione

Tuttavia, la carenza di competenze interne costituisce per molte imprese il principale ostacolo nell’introduzione di tecnologie 4.0.  

“Le imprese del nostro Paese devono recuperare un gap sul fronte dell’innovazione e del digitale. In questo quadro i segnali di recupero provengono dal Mezzogiorno e sono molto importanti e certamente di buon auspicio per il futuro –  sottolinea il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli. – L’impegno delle Camere di commercio si concentra nel raccogliere le esigenze di innovazione delle imprese e nel fare da collegamento tra Centri di ricerca e sistemi produttivi per fornire risposte adeguate ai bisogni delle aziende”.

Efficienza interna e riduzione dei costi le motivazioni per investire

Il 56% delle imprese investe in digitale spinto dalla volontà di aumentare l’efficienza interna eo di ridurre i costi, con picchi del 63,2% tra le grandi imprese con più di 50 addetti.

A seguire, tra le principali motivazioni ad investire in queste tecnologie si evidenzia anche il miglioramento dei livelli qualitativi della produzione, segnalato dal 21,9% delle imprese, una quota che sale al 23% per quelle di piccole dimensioni. Una quota pari al 12,3% investe nella transizione digitale spinta dagli incentivi, anche in questo caso, la percentuale appare più elevata nel caso delle piccole imprese (14,3%). 

La barriera principale è la carenza di skill

Sul cammino della transizione digitale la strada non è priva di ostacoli: il principale appare la carenza di competenze sufficienti, dichiarato dal 27,7% delle imprese, che faticano anche a gestire i rapporti con università e centri di ricerca o seguire le procedure necessarie a ottenere gli incentivi. 
Tra le principali barriere viene segnalata la mancanza di risorse finanziarie interne (25,9%), più avvertita dalle piccole imprese in particolare (28,2%), nonché i costi troppo elevati delle tecnologie (18,4%).

Secondo il 66,6% delle imprese che investono nel digitale l’impatto delle tecnologie 4.0 riguarda principalmente l’innovazione organizzativa interna. Ma per quasi la metà delle aziende (48%) le tecnologie cambieranno radicalmente l’assetto tecnologico dei processi produttivi.
Meno rilevanti invece sono gli effetti attesi su innovazione di marketing e vendita dei prodotti (23,5%) e sui rapporti esterni con fornitori e clienti (19,3%).

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Italia, lavoro: tre milioni di persone andranno sostituite entro il 2029

Quello del lavoro, da qualunque parte lo si guardi, è uno dei temi più caldi e critici dell’Italia. E no, non c’è solo il problema di trovarlo: nell’immediato futuro la vera emergenza sarà riuscire a sostituire chi ne uscirà.
Nei prossimi cinque anni, infatti, l’Italia dovrà affrontare una sfida epocale: oltre tre milioni di lavoratori lasceranno il proprio impiego, pari a circa il 12,5% della forza lavoro complessiva. La gran parte andrà in pensione, ma non mancheranno abbandoni legati a scelte personali, mobilità internazionale, cambi di carriera o perdita del posto.

Secondo i dati elaborati dall’Ufficio studi della CGIA su rilevazioni Unioncamere e Ministero del Lavoro, il fenomeno colpirà soprattutto i dipendenti del settore privato, che rappresentano più della metà delle uscite (1,6 milioni). Seguiranno i lavoratori pubblici con circa 768 mila unità e gli autonomi con 665 mila.

La Lombardia dovrà rimpiazzare 568mila addetti

Non in tutto il Paese l’emergenza avrà la stessa portata. Le aree con maggiore ricambio previsto sono quelle caratterizzate da mercati del lavoro più vasti e da un’età media più elevata. La Lombardia dovrà rimpiazzare quasi 568 mila persone, seguita dal Lazio con 305 mila e dal Veneto con 291 mila. In fondo alla classifica si trovano Umbria (44.800), Basilicata (25.700) e Molise (13.800).

In alcune regioni, come Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, la quota di dipendenti privati da sostituire supererà ampiamente il 55% del totale. In altre, come Calabria, Molise e Sardegna, il peso maggiore ricadrà invece su pubblico impiego e lavoro autonomo.

Il settore dei servizi quello più a rischio

Quasi tre quarti delle sostituzioni interesseranno il settore dei servizi, con circa 2,2 milioni di uscite. Le aree più colpite saranno commercio (380 mila posti), sanità (361 mila) e Pubblica Amministrazione (332 mila).

L’industria dovrà fare i conti con 726 mila ricambi, di cui ben 179 mila nel comparto delle costruzioni, mentre l’agricoltura sarà meno coinvolta, con circa 111 mila unità.

L’invecchiamento della popolazione

Al ricambio generazionale si lega un altro problema strutturale: l’aumento dell’indice di anzianità della forza lavoro. Nel 2023, per ogni 100 under 35, erano presenti 65 lavoratori oltre i 55 anni, con una crescita di quattro punti in due anni. Questo squilibrio è dovuto a ingressi insufficienti di giovani e permanenza più lunga dei lavoratori anziani.

Il rischio è che, mancando nuove leve qualificate, le imprese saranno costrette a contendersi i profili più esperti con offerte salariali sempre più alte, innescando una competizione serrata e potenzialmente destabilizzante.

Le regioni più “anziane”

Il primato negativo spetta alla Basilicata, dove l’indice di anzianità dei dipendenti privati tocca quota 82,7, seguita da Sardegna, Molise, Abruzzo e Liguria. Meglio, ma non senza criticità, in Emilia-Romagna, Campania, Veneto e Lombardia. Il dato più basso appartiene al Trentino-Alto Adige, con il 50,2.

La prospettiva è chiara: senza un ricambio generazionale adeguato, l’Italia rischia di trovarsi con un sistema produttivo in affanno e aziende costrette a rincorrere manodopera sempre più scarsa.

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Mutui casa, si riparte: +20% nella prima metà dell’anno

Le famiglie italiane tornano a investire nel mattone. Lo conferma una recente analisi sui mutui destinati all’acquisto di un’abitazione. Nel primo semestre del 2025, la richiesta di mutui per l’acquisto della casa ha registrato una decisa crescita, con un aumento del 20% rispetto allo stesso periodo del 2024.

I dati, raccolti da CRIF tramite il sistema EURISC, mostrano come la spinta principale provenga dalle surroghe, che nel primo trimestre hanno segnato un +63,2%, favorite dalla diminuzione dei tassi d’interesse e dalla preferenza per i mutui a tasso fisso.

Cresce l’importo medio, che si attesta a 152.000 euro

L’importo medio delle richieste si attesta ora a circa 152.000 euro, con un incremento del 4,4% rispetto all’anno precedente. Anche il solo mese di giugno conferma questa tendenza, segnando un aumento del 4,6%.

La maggior parte delle richieste riguarda finanziamenti tra i 100.000 e i 300.000 euro, che rappresentano oltre il 60% del totale, mentre solo una piccola quota supera la soglia dei 300.000 euro.

Mutui a lungo termine: la scelta preferita dagli italiani

Analizzando la durata dei mutui, emerge chiaramente che i piani di rimborso più richiesti sono quelli di lungo termine. Oltre il 90% delle domande prevede un’estensione superiore a 15 anni, con il 41,6% che opta per un periodo compreso tra 25 e 30 anni.

Le durate brevi, inferiori ai 5 anni, rappresentano meno dell’1% del totale, sottolineando la preferenza per pagamenti più sostenibili nel tempo.

Chi sono i richiedenti? Soprattutto i giovani adulti

Dal punto di vista anagrafico, le fasce più rappresentate sono quelle tra i 25 e i 44 anni, che insieme coprono quasi il 63% delle richieste di mutuo.
Seguono gli adulti tra i 45 e i 54 anni con il 22%, mentre solo una minoranza (circa il 10%) appartiene alla categoria degli over 55.

Fiducia e cautela nel mercato del credito

Simone Capecchi, Executive Director di CRIF, osserva: “Nonostante un contesto economico globale ancora incerto, le famiglie italiane mostrano segnali di fiducia, tornando a investire in progetti di lungo termine. La diffusione dei mutui a tasso fisso, il livello contenuto di indebitamento e le riserve di liquidità contribuiscono a mantenere stabile la qualità del credito e a contenere i rischi di insolvenza”.

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Estate 2025: sì viaggiare, ma all’insegna della sicurezza

Quest’estatate gli italiani si preparano per affrontare le vacanze con maggiore consapevolezza e protezione.
Organizzare un viaggio è sempre un’esperienza stimolante e ricca di aspettative, ma per godersela senza preoccupazioni è indispensabile proteggersi dagli imprevisti. Per questo, l’assicurazione viaggio oggi è diventata una componente essenziale della pianificazione di ogni partenza.

Secondo i dati raccolti dalla insurtech Heymondo i mesi estivi rappresentano il periodo di maggior sottoscrizione delle polizze viaggio, con il 31,68% delle coperture emesse tra giugno e agosto.
Un dato che conferma la tendenza degli italiani a viaggiare principalmente in estate e a stipulare l’assicurazione con breve anticipo rispetto alla partenza.

Un’assicurazione di viaggio temporanea

Il dato interessante riguarda infatti la tempistica con cui gli italiani stipulano la polizza viaggio. Solo il 31,29% agisce con più di 30 giorni di anticipo, mentre la maggioranza a meno di un mese dalla partenza. 
Quest’attitudine rivela una scarsa propensione degli italiani alla pianificazione anticipata in materia di protezione in viaggio. Una tendenza che si intensifica notevolmente nei periodi dell’anno in cui gli spostamenti sono più frequenti, in particolare durante le vacanze estive.

Il 97,01% degli utenti italiani opta inoltre per assicurazioni temporanee, pensate per coprire viaggi singoli e di breve durata.
Il resto dei viaggiatori si orienta verso altre opzioni disponibili, come la polizza annuale che copre tutti i viaggi fino a 60 giorni ciascuno effettuati durante l’anno.

La durata media dei viaggi

Analizzando la durata media dei viaggi, emerge una distinzione netta tra spostamenti all’interno dell’Europa e quelli verso destinazioni più lontane.
I viaggi europei durano in media circa 3 giorni e sono caratterizzati da brevi fughe o weekend lunghi. Al contrario, i viaggi verso mete internazionali prevedono una permanenza tra 10 e 12 giorni, segnalando una preferenza per vacanze più lunghe e ben organizzate.

Quasi la metà delle polizze stipulate in Italia (45,57%), poi, copre due persone, a indicare una netta tendenza a viaggiare in coppia o con un accompagnatore. Il dato sottolinea come la condivisione dell’esperienza di viaggio sia un elemento importante per molti italiani che scelgono di proteggere non solo se stessi ma anche il proprio compagno di viaggio.

Le mete più “coperte”

Dall’analisi delle polizze stipulate da Heymondo emergono le principali destinazioni in cui gli italiani scelgono di proteggersi prima di partire, soprattutto verso quei Paesi dove alcune condizioni rendono la copertura particolarmente importante: Stati Uniti, Giappone, Egitto, Marocco e Indonesia.

La scelta di coperture personalizzate e la pianificazione anticipata sono quindi ormai prassi consolidate tra i viaggiatori italiani, a testimonianza di una crescente attenzione verso la sicurezza e la gestione degli imprevisti.

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Vacanze: i timori degli italiani che partiranno con l’amico a 4 zampe

Secondo l’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca EMG Different sono più di 7 milioni i proprietari di cani e gatti in partenza per le vacanze che hanno deciso di portare con sé il proprio amico a quattro zampe.
Se nel caso di Fido più di un padrone su due (57,4%) lo porterà in viaggio, nel caso di Micio meno di uno su tre farà le vacanze con il proprio gatto.

Ma quali sono le  paure dei proprietari di cani e gatti quando si va in vacanza?
Il 41,6%, vale a dire 9,5 milioni, ha paura di perdere l’animale, percentuale che raggiunge il 47,0% nella fascia 35-44 anni. Il secondo è che Fido o Micio stiano male durante il viaggio, preoccupazione condivisa da 8,6 milioni di padroni (38,8%), in particolare dai 25-34enni (43,3%) e dalle donne (44,7%).

E se il pet si dovesse ammalare?

Per il 30,9% c’è anche la paura che l’animale non si ambienti ai nuovi spazi, valore che raggiunge il 41,2% tra chi ha un’età compresa tra 55 e 64 anni.
Un’altra preoccupazione è quella che in caso di necessità non ci sia una struttura veterinaria vicina (26,6%), che l’animale si ammali/infortuni una volta giunti a destinazione (17,8%) e che faccia danni alla struttura ospitante (13,9%).

La maggior parte di queste preoccupazioni possono diventare pensieri lontani se si sottoscrive un’assicurazione dedicata agli animali. Purtroppo sono ancora tanti coloro che non pensano a tutelare Micio e Fido con una polizza che durante le ferie li metta al riparo da eventuali imprevisti.

Le assicurazioni per Fido e Micio

Secondo l’indagine solo il 32,2% dei proprietari (7,5 milioni) ha sottoscritto una copertura assicurativa, percentuale che raggiunge il 42,8% nel caso dei cani e scende al 17,5% per i gatti.

Oltre alla copertura Rc contro eventuali danni arrecati a terzi e al rimborso delle spese in caso di malattia o infortunio, ci sono prodotti che mettono a disposizione servizi specificamente pensati per le vacanze, come ad esempio una centrale operativa specializzata nell’organizzazione di viaggi a misura di ‘cane e gatto’. Un supporto che va dalla ricerca della struttura ricettiva più adatta, fino alla spiaggia o ai ristoranti pet-friendly.

Cosa coprono le polizze?

Dato che il 10,4% dei proprietari è preoccupato che il proprio animale domestico si possa far male durante un sinistro stradale, nel caso in cui l’incidente sia con colpa l’amico a 4 zampe non è tutelato dall’Rc auto del proprietario. 
Per ovviare al problema, alcune compagnie assicurative offrono una garanzia opzionale che tutela l’animale. Ma queste coperture sono valide solo se l’animale è trasportato secondo le norme del Codice della Strada .

Cosa fare, invece, se si avvera il timore che Fido o Micio stiano male? In alcuni casi la compagnia, oltre al rimborso per eventuali spese sostenute per esami, cure e interventi chirurgici, arrivano anche a rimborsare i costi extra di alloggio sostenuti qualora si dovesse prolungare la permanenza.

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Banca on line in sicurezza: le dritte dell’Abi per difendersi dalle minacce digitali

Tutti noi ormai effettuiamo operazioni bancarie utilizzando i canali digitali, come avviene nella gran parte degli ambiti della nostra vita. Ma, a maggiore ragione in questi casi, serve una buona dose di consapevolezza per difendersi dai possibili pericoli online. Nel panorama digitale, proteggere i propri dati personali è diventato un gesto quotidiano tanto quanto fare un bonifico.

Con l’aumento dei reati informatici, l’Associazione Bancaria Italiana (Abi) rinnova il suo impegno nella promozione della cybersicurezza e diffonde un decalogo di comportamenti utili per operare online in modo protetto.
La sicurezza non è mai stata così importante: accedere ai servizi bancari digitali in modo sicuro significa tutelare sé stessi, i propri risparmi e le proprie informazioni.

Dalle password alla prudenza: le buone abitudini che fanno la differenza

Ecco le principali raccomandazioni dell’Abi per evitare spiacevoli sorprese durante l’utilizzo di internet e dei servizi bancari digitali. Dalle password alla prudenza, sono dieci buone abitudini che fanno la differenza:

  • Scegliere password complesse e uniche per ogni account, includendo numeri, simboli e lettere maiuscole e minuscole.
  • Connettersi solo da dispositivi personali e utilizzare reti Wi-Fi sicure. Le connessioni pubbliche possono essere a rischio.
  • Installare un antivirus affidabile e tenerlo aggiornato per intercettare minacce informatiche in tempo reale.
  • Limitare la condivisione dei dati personali online, specialmente su social media o siti non ufficiali.
  • Verificare sempre il mittente di email o messaggi sospetti, evitando di cliccare su link o allegati se si hanno dubbi.
  • Controllare i numeri di telefono delle chiamate ricevute, confrontandoli con i contatti ufficiali della banca. Se vengono richiesti dati sensibili, è bene non rispondere.
  • Segnalare subito alla banca eventuali operazioni anomale, sospette o non autorizzate.
  • Denunciare ogni tentativo di truffa alla Polizia Postale o agli organi competenti.

Sicurezza digitale: una “responsabilità condivisa”

L’Abi ricorda che la sicurezza informatica è una responsabilità condivisa: le banche investono costantemente in tecnologie e formazione, ma è fondamentale che anche i clienti adottino comportamenti prudenti.

Essere informati e attenti è il primo passo per evitare frodi e proteggere le proprie finanze. Per approfondimenti e aggiornamenti, è possibile consultare i canali ufficiali dell’Abi e seguire le campagne informative promosse dal settore bancario.

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