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PMI e sostenibilità: un mix sempre più centrale nelle strategie aziendali

Per le Piccole e Medie Imprese (PMI), l’integrazione di principi di sostenibilità nelle proprie attività sta assumendo un ruolo sempre più rilevante. Secondo una ricerca condotta da BVA Doxa per il Forum per la Finanza Sostenibile, quest’anno il 71% delle PMI italiane ha adottato pratiche di sostenibilità come parte integrante della propria strategia, percentuale che sale all’82% per le medie imprese.

La sostenibilità percepita dalle PMI

L’indagine ha evidenziato come le PMI siano sempre più sensibili ai temi ambientali, sociali e di governance (ESG). Infatti, il 62% delle aziende intervistate ha dichiarato di porre maggiore attenzione a questi aspetti, rispetto agli anni precedenti, mentre il 52% li considera essenziali nelle decisioni di investimento.

Le pressioni degli stakeholder, così come le nuove normative in materia di rendicontazione, hanno spinto le imprese verso una maggiore consapevolezza e un impegno concreto sui temi ESG. Anche gli operatori finanziari intervistati confermano un aumento di interesse verso la sostenibilità da parte delle PMI, motivato dalle richieste del mercato e dalle nuove disposizioni regolatorie.

Benefici e ostacoli dell’adozione di pratiche sostenibili

Le PMI riconoscono diversi vantaggi nel percorso verso la sostenibilità. Tra questi, il 39% delle imprese indica il risparmio energetico come uno dei benefici tangibili, seguito dalla riduzione dei costi associati ai danni climatici (23%).

Tuttavia, permangono alcune difficoltà che ostacolano la transizione sostenibile: i costi di gestione elevati sono un problema per il 48% delle aziende, il carico burocratico per il 46%, mentre il 33% riscontra difficoltà nel reperimento delle risorse finanziarie necessarie.

Il contributo della finanza sostenibile

Uno strumento chiave per supportare la transizione sostenibile è rappresentato dalla finanza sostenibile. Circa la metà delle PMI dichiara di conoscere o di aver già utilizzato strumenti di questo tipo e il 70% potrebbe valutarne l’adozione in futuro.

Gli operatori finanziari, tuttavia, evidenziano alcune criticità, come la difficoltà delle PMI a individuare l’offerta finanziaria più adatta e a sostenere gli impegni legati alla finanza sostenibile, nonché una generale carenza di competenze interne.

Iniziative sostenibili e coperture assicurative

Le PMI che hanno avviato progetti sostenibili si sono finanziate principalmente con risorse proprie, mentre le imprese più strutturate fanno ricorso anche a fondi pubblici.

Inoltre, entro la fine del 2024, il 67% delle PMI è consapevole dell’obbligo di assicurarsi contro eventi catastrofali: il 49% ha già stipulato una polizza, e un ulteriore 40% prevede di farlo, segnalando una crescente attenzione verso la protezione dagli effetti dei cambiamenti climatici.

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Pmi: tassate 120 volte più dei big del web

Se le piccole imprese italiane del Nord Est pagano ogni anno 24,6 miliardi di tasse, le 25 multinazionali del web presenti in Italia ne versano molte meno: secondo l’Area Studi di Mediobanca solo 206 milioni di euro.
Certo, le dimensioni economiche di queste due realtà sono molto diverse, ma dal punto di vista dell’Ufficio studi della CGIA il risultato è sconsolante.

Le Pmi considerate producono un fatturato annuo 90 volte superiore a quello delle big tech, ma in termini di imposte ne pagano 120 volte più delle seconde.
Il ricorso sistematico all’elusione praticato negli anni ha aumentato questa disparità di trattamento, mettendo in evidenzia in misura inequivocabile che alle grandi multinazionali tecnologiche in Italia continua a essere riservato un prelievo fiscale ingiustificatamente modesto. 

Arrivo la Global minimum tax

In Italia c’è un trattamento fiscale che ‘penalizza’ i piccoli e ‘favorisce’ i giganti. Infatti, se sui nostri imprenditori grava un tax rate effettivo che sfiora il 50%, sulle big tech si attesta al 36%. E sebbene da quest’anno entri in vigore la Global minimum tax (Gmt), secondo il dossier curato dal Servizio Bilancio dello Stato della Camera, il gettito previsto dalla sola applicazione dell’aliquota del 15% sulle multinazionali sarà molto contenuto.

Si stima che nel 2025 il nostro erario incasserà 381,3 milioni di euro, nel 2026 427,9 e nel 2027 raggiungerà i 432,5. Nel 2033, ultimo anno in cui nel documento si stimano le entrate, le stesse dovrebbero sfiorare i 500 milioni di euro.

Stop alla fuga degli utili nei paradisi fiscali

Recuperare una decina di miliardi di euro di coperture dalla manovra per il 2025 non sarà facile. Bisognerebbe chiedere qualche sacrificio aggiuntivo a chi, in particolare, ha registrato profitti straordinariamente elevati, ma ha versato poche tasse facendo ricorso a tecniche elusive, che hanno consentito di spostare parte degli utili ante imposte realizzati in Italia nei paesi a fiscalità di vantaggio.

Le regole della Gmt sono articolate ed è verosimile ritenere che ogni norma di carattere nazionale potrebbe non essere sufficiente a rendere il prelievo fiscale più equo. È indispensabile trovare un compromesso che non pregiudichi la fuga di queste aziende dal nostro Paese, ma allo stesso tempo le costringa a pagare il giusto. 

L’elusione dei grandi player 

Non sono solo i giganti stranieri del web a sfruttare la fiscalità di vantaggio concessa ancora adesso da molti Paesi europei. Da alcuni anni anche alcuni grandi player italiani hanno trasferito la sede fiscale o quella legale, magari solo di una consociata, all’estero. Molte di queste hanno deciso di spostare la sede legale nei Paesi Bassi perché è possibile beneficiare di una legislazione societaria molto ed eventualmente, di un trattamento tributario alquanto generoso.

Con queste operazioni, ineccepibili dal punto di vista fiscale-societario, si è però ridotta la base imponibile di coloro che pagano le tasse in Italia, penalizzando in particolare le realtà imprenditoriali di piccola e piccolissima dimensione. Che, a differenza delle grandi aziende, non hanno la possibilità di trasferirsi altrove. 

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Customer Experience: tra le aziende italiane ancora poca maturità digitale

Sebbene un terzo delle aziende italiane affermi di adottare un approccio ‘cliente-centrico’ la maggior parte sta muovendo ancora i primi passi in questa direzione. Secondo il modello di maturità delle medie e grandi imprese B2b italiane elaborato dall’Osservatorio Customer Experience nel B2b del Politecnico di Milano, il 36,5% delle aziende è al livello Explorer e il 32% Experimenter, ovvero, si trovano nelle fasi iniziali della trasformazione verso il nuovo paradigma. E sono solo poche realtà pionieristiche ad avere già adottato modelli di relazione e vendita che integrano componenti digitali.

Le aziende che adottano strategie integrate di customer experience ed e-commerce B2b migliorano la soddisfazione e la fidelizzazione dei clienti. Ma la strada verso una piena maturità è ancora lunga. 

Predominano i modelli di vendita tradizionali

Nella gestione dei dati, il 70% delle imprese dispone di CRM e software gestionali, ma il suo potenziale non viene del tutto sfruttato, limitandosi alla raccolta di dati anagrafici o di vendita.

Un’azienda su due sta investendo nello sviluppo di piattaforme e-commerce B2b per l’ottimizzazione della Customer Experience, ma si preferiscono ancora modelli di vendita tradizionali, e il commercio elettronico rappresenta il 21% delle transazioni contro il 40% del mercato internazionale.
Un panorama acuito dal fatto che 7 aziende su 10 rilevano un basso livello di maturità digitale dei clienti, e per il 58% la mancanza di integrazione tra i propri sistemi e quelli dei clienti è un ostacolo.

Le ragioni del ritardo? Resistenza al cambiamento, mancanza di competenze, difficoltà a ridisegnare processi consolidati

“Negli ultimi anni il mercato B2b ha subito trasformazioni profonde, dovute allo sviluppo di nuovi touchpoint di relazione, all’aumento della concorrenza globale e al cambiamento delle aspettative dei clienti trainato dai contesti B2c – spiega Sara Zagaria, Direttrice dell’Osservatorio -. Se molte aziende internazionali hanno riformulato le proprie strategie di gestione dei clienti, sviluppando ecosistemi digitali di approvvigionamento, il contesto italiano evidenzia un ritardo nel percorso di maturità, dovuto a una combinazione di fattori, tra cui la resistenza al cambiamento, la mancanza di competenze digitali e la difficoltà nel ridisegnare processi aziendali consolidati”.

Ma adottare il nuovo paradigma oggi è un imperativo

“Non ci sono alternative – commenta Paola Olivares, Direttrice dell’Osservatorio -: le imprese che vogliono mantenere una posizione competitiva nel mercato B2b devono abbracciare questo nuovo paradigma. L’adozione di soluzioni digitali avanzate, la promozione di una cultura aziendale orientata alla sostenibilità e alla collaborazione, l’attenzione alla trasparenza nella gestione della filiera sono oggi imperativi per garantire la continuità e la crescita nel lungo termine”.

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Terzo settore: diminuiscono i donatori italiani nel 2023

Diminuisce il numero di cittadini italiani che nel 2023 affermano di aver donato denaro almeno una volta a un’associazione, passando dal 12,8% del 2022 all’11%.
Se il 2020 è stato l’anno in cui la pandemia ha generato una reazione solidale, il 2021 è stato invece caratterizzato da difficoltà sia sul fronte dell’impegno economico sia di quello del volontariato. Nel 2022, poi, si sono avvertiti i primi segnali di ripresa in tutte le dimensioni del dono. Una tendenza almeno in parte confermata nel 2023, anche se i livelli pre-pandemia sono ancora lontani.

È quanto emerge dalla settima edizione del rapporto annuale ‘Noi doniamo’, curato dall’Istituto italiano della donazione (IID), svolto in occasione dell’edizione 2024 del Giorno del Dono sostenuta da Bper Banca.

Aumentano le donazioni informali

Nonostante il leggero calo nel numero dei donatori dichiarati, registrato dall’Istat per Bva Doxa, si assiste a un aumento del 5% delle donazioni informali, ovvero, quelle donazioni che non transitano attraverso gli enti non profit.

Allo stesso, tempo, si evidenzia una diminuzione del 4% dei non donatori, ad associazioni e non, che sono passati dal 37% del 2022 al 33% nel 2023.
Inoltre, rispetto al ‘monte’ donazioni, il totale degli importi donati, l’Italy Giving Report dichiara che nel 2021 emerge una lieve crescita dello 0,04 %, un dato che indica un timido, ma costante, aumento dal 2019.

L’identikit della donazione

Il picco massimo delle donazioni si registra tra le persone di 45-74 anni, il minimo tra i giovani: meno del 5% tra i 14-24enni sono donatori. Geograficamente, si conferma il divario tra Nord e Sud, con la quota di popolazione che vive nel Nord-Est e dichiara di aver contribuito al finanziamento di associazioni è più del doppio rispetto al Mezzogiorno (14,3% vs 6,6%).

Resta forte il legame tra istruzione e propensione alla donazione. Il 22,8% dei laureati dà contributi in denaro alle associazioni, valore quattro volte più alto rispetto a chi possiede solo la licenza media (5,3%).
Tra le cause più sostenute, Doxa Bva evidenzia al primo posto Ricerca medico-scientifica (38%), al secondo, Aiuti umanitari/emergenza, inclusi Ucraina ed Emilia-Romagna (35%), al terzo, povertà in Italia (19%).

Crescono elemosina e collette

Quanto alle donazioni informali, nel 2023 cresce la quota di coloro che nei dodici mesi precedenti ne ha effettuata almeno una, passando dal 50% al 55%. L’ambito che registra una crescita maggiore è l’elemosina alle persone bisognose (+4%), che arriva così al 19%.
Seguono subito dopo le collette per le emergenze, con il 18%, valore stabile rispetto all’anno precedente (17%).

In base ai dati da BVA Doxa, inoltre, emerge un aumento non trascurabile fra i donatori (sia informali sia non) di giovane età, che resta comunque ben al di sotto della media. Nella fascia 15-24enni l’aumento è del 3% a favore del non profit e del 2% dei donatori informali.

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Acquisti Non Food: gli italiani spendono un po’ di più, ma comprano meno

È un quadro difforme quello delineato dall’edizione 2024 dell’Osservatorio Non Food di GS1 Italy, che analizza l’andamento di 13 comparti non alimentari. Rallenta infatti la crescita della spesa destinata all’acquisto di prodotti non alimentari (+0,4% nel 2023 vs +4,3% del 2022), che nel 2023 supera 110,3 miliardi di euro, e si allarga la forbice tra i comparti merceologici.

I top performer sono i prodotti di profumeria, seguiti a distanza dai prodotti di automedicazione, mentre elettronica di consumo, edutainment, abbigliamento e calzature chiudono l’anno con un risultato negativo.
Complessivamente, abbigliamento e calzature, elettronica di consumo, mobili e arredamento, bricolage detengono una quota del 65,4% sul giro d’affari totale rilevato.

Battuta d’arresto per Abbigliamento e Calzature

Nonostante sia al primo posto del ranking per fatturato, nel 2023 abbigliamento e calzature si ferma a 21,6 miliardi di euro di vendite (-0,9%), lontano dai valori pre-Covid (-5,6% tra 2019 e 2023), con l’unico canale in crescita l’online (+8,6% vs 2019).
Al secondo posto scende l’elettronica di consumo, che in un anno perde il 4,8% delle vendite in valore, fermandosi a 21,1 miliardi di sell-out.

Il comparto mobili e arredamento, al terzo posto, chiude il 2023 con un aumento Dell’1,9% delle vendite (15,9 miliardi). In espansione anche il sell-out del bricolage (+0,7% sul 2022), ammontato a 13,5 miliardi di euro.
Al quinto posto si confermano i prodotti di automedicazione, con 8,7 miliardi di euro di giro d’affari (+4,2% sul 2022, +16,8% vs 2019.

Balzo in avanti per la Profumeria

Il miglior balzo in avanti è quello dei prodotti di profumeria, che chiude il 2023 con 7,5 miliardi di euro di vendite (+11,1%).
Altri comparti generano nel 2023 un fatturato maggiore rispetto a quello ottenuto nel 2019. Sono i prodotti di ottica, con 2,7 miliardi di euro di vendite (+1,3%), tessile casa, con 1,3 miliardi di euro (+0,9%), e giocattoli, con 1,1 miliardi di euro (+2,7%). L’edutainment, invece, chiude il 2023 con 4,7 miliardi di euro di sell-out ( -1,6%).
Tre comparti sono poi accomunati da un bilancio annuo positivo, ma ancora inferiore al sell-out del 2019: articoli per lo sport (6,1 miliardi, +1,5 sul 2022), casalinghi (4,4 miliardi, +2,8%) e cancelleria (1,2 miliardi, +0,2%).

L’attenzione al benessere personale sostiene la spesa per i cosmetici

“Il 2023 ha segnato una nuova tappa nel percorso di ripresa dei consumi non alimentari, che mostra un trend di +6,2% nel quinquennio 2019-2023 – dichiara Marco Cuppini, research and communication director GS1 Italy -. Questa tendenza di fondo ha mostrato un’intensità diversa all’interno dei singoli settori merceologici, rispecchiando differenti atteggiamenti degli italiani nei confronti degli acquisti di prodotti Non Food. Ad esempio, l’attenzione al benessere personale ha sostenuto la spesa destinata ai prodotti cosmetici e di automedicazione, mentre la conferma dei bonus statali ha incentivato gli italiani ad ammodernare le proprie case, con interventi di efficientamento energetico e di aumento del comfort domestico”.

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Guardare la TV prima di dormire non disturba il sonno dei bambini

Dalla scienza arriva un contrordine: permettere ai bambini di usare lo smartphone o guardare la TV prima di andare a letto non ha alcuna influenza sul sonno. A smentire le tesi precedenti è una ricerca dell’Università di Otago, riportato sulla rivista Jama Pediatric.
Gli scienziati neozelandesi hanno monitorato il tempo trascorso davanti allo schermo di decine di bambini di età compresa tra 11 e 14 anni, e hanno scoperto che il sonno e il suo stato non ne risentono.

“Il tempo trascorso davanti allo schermo prima di andare a letto ha avuto un impatto minimo sul sonno della notte – spiegano i ricercatori -. Tuttavia, il tempo trascorso sullo schermo una volta a letto ha compromesso il loro sonno: ha impedito loro di addormentarsi per circa mezz’ora e ha ridotto la quantità di sonno che hanno ottenuto quella notte”.

Passare troppo tempo davanti a uno schermo non fa bene

Inoltre, una volta a letto, le attività più interattive su schermo, come il gioco e il multitasking, utilizzando più di un dispositivo contemporaneamente, come guardare Netflix su un pc portatile mentre si gioca con la Xbox, compromettevano maggiormente il sonno dei bambini.

Secondo i ricercatori, ogni 10 minuti in più di questo tipo di attività riduceva quasi della stessa misura la quantità di sonno ottenuta quella notte.
Gli studi indicano anche che i bambini che passano più tempo davanti agli schermi hanno maggiori probabilità di sviluppare problemi comportamentali o depressione infantile.

Non è colpa dello smartphone se si dorme meno

“I nostri risultati suggeriscono che l’impatto del tempo trascorso sullo schermo sul sonno è dovuto principalmente allo spostamento temporale che ritarda l’inizio del sonno, piuttosto che agli effetti diretti della luce blu o del coinvolgimento interattivo”, dichiarano gli autori.

In ogni caso, l’Agenzia svedese per la salute pubblica consiglia ai genitori di non permettere ai bambini sotto i 2 anni di usare smartphone e tablet o guardare la televisione. Anche i bambini di età compresa tra 2 e 5 anni dovrebbero limitarsi a un massimo di un’ora di schermo al giorno, mentre quelli di età compresa tra 6 e 12 anni non dovrebbero trascorrere più di un’ora o due al giorno.

I consigli dell’OMS

Nel 2019, l’Organizzazione mondiale della sanità, ha consigliato ai bambini sotto i tre anni di non guardare la tv e non giocare con i tablet. Secondo l’Oms, “anche quelli di tre e quattro anni non dovrebbero superare un’ora di schermo al giorno”.

All’epoca, tuttavia, gli esperti britannici sostenevano che le linee guida si basavano su prove insufficienti e non riconoscevano che non tutto il tempo trascorso sullo schermo era dannoso per i bambini.
Un rapporto del Royal College of Paediatrics and Child Health del 2019 concludeva, riporta AGI, che “i rischi derivanti dall’esposizione allo schermo non devono essere sopravvalutati. La letteratura tiene poco conto della crescente richiesta di svolgere i compiti scolastici sugli schermi”.

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Un sondaggio sui sondaggi: cosa ne pensano gli italiani?

In occasione della millesima rilevazione dell’Osservatorio settimanale Polimetro il team Public Affairs di Ipsos ha indagato le opinioni degli italiani proprio sul tema sondaggi. E dai risultati è emerso che gli italiani credono nei sondaggi, poiché li  considerano uno strumento che dà voce alle opinioni delle persone comuni. Inoltre, mostrano di considerare i dati dei sondaggi affidabili nell’esprimere le reali opinioni dei cittadini. 

I sondaggi sono uno strumento fondamentale per conoscere non solo le opinioni, ma anche le abitudini e le percezioni delle persone su una vasta gamma di tematiche.  E il rigore e le competenze con cui vengono condotti costruiscono la reputazione degli istituti di ricerca.

L’affidabilità è confermata dall’ 88% degli intervistati 

I risultati dell’indagine Ipsos confermano infatti che ben l’88% degli intervistati ritiene i sondaggi uno strumento importante per dar voce alle opinioni delle persone comuni.

Inoltre, quasi nove italiani su dieci considerano i sondaggi molto o abbastanza affidabili, con solo il 13% che li reputa poco o per niente affidabili.

Gli argomenti di maggior interesse: abitudini di consumo, tematiche sociali, politica

L’affidabilità percepita dei sondaggi varia però a seconda dell’argomento trattato.
Ad esempio, i sondaggi sulle abitudini di consumo e sui comportamenti di acquisto sono considerati i più affidabili (86%), seguiti da quelli sui temi social, come povertà e famiglia (83%) e i sondaggi politici e sulle intenzioni di voto (73%). 

In generale, l’interesse degli italiani verso i sondaggi risulta essere decisamente alto: il 90% degli intervistati si dichiara infatti molto o abbastanza interessato.
In particolare, anche in questo caso i sondaggi che destano maggior interesse sono quelli sulle abitudini di consumo e i comportamenti di acquisto (51%), seguiti dai sondaggi sui temi di interesse sociale (25%) e da quelli politici o elettorali (21%).

Servono rigore metodologico e competenze tecniche per realizzare ricerche valide

Gli italiani sono consapevoli della necessità di rigore metodologico e competenze tecniche per realizzare sondaggi validi e affidabili. Tanto che quasi una persona su due ritiene che costruire e svolgere un buon sondaggio sia abbastanza o molto difficile. 
Rigore, competenze e affidabilità costruiscono la reputazione degli istituti di ricerca.

Il 63% degli italiani ritiene più attendibili i risultati dei sondaggi svolti da grandi istituti di ricerca e aziende internazionali del settore. Al contrario, solo il 19% degli intervistati afferma di fidarsi di più dei risultati riportati dalle piccole aziende e da istituti di ricerca locali, mentre il 18% afferma di non fidarsi di nessuno dei due.

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Travel & Food: mangiare bene determina il successo dei viaggi last minute

Food e vacanze sono un binomio perfetto. Lo conferma uno studio condotto da TheFork: il 96% dei suoi utenti ritiene che mangiare bene sia determinante per il successo di una vacanza. E per oltre la metà (52%) vivere un’esperienza gastronomica piacevole è un fattore importante per poter poi affermare, una volta rientrati a casa, di aver passato bene le proprie vacanze. Per il 44% di loro è addirittura molto importante.

Secondo un sondaggio di WeRoad, a cui hanno risposto 4.500 viaggiatori di Italia, Spagna, Francia, Germania e Gran Bretagna, l’aspetto culinario diventa ancora più importante tra chi prenoterà last-minute, ovvero, il 55% di chi partirà quest’estate. Tanto che il 51% dei vacanzieri last minute sceglierà la destinazione in base ai cibi tipici da assaggiare.

I 5 profili tipo dei vacanzieri golosi

La scelta di quale tipologia di viaggio, meta e ristorante dipende dunque dal profilo del viaggiatore. TheFork e WeRoad hanno individuato 5 profili tipo di viaggiatori ‘food’ con gusti inequivocabili.
Per ognuno di loro, TheFork e WeRoad hanno selezionato una destinazione europea coerente con il profilo, poiché il 41% di chi prenoterà all’ultimo momento viaggerà in Europa.

E il primo profilo è quello dell’Autentico. Affascinato dalle città d’arte, interpreta la cucina come un tratto distintivo della cultura della propria destinazione. Il viaggio consigliato quindi è ‘Autentico: Portogallo 360°’.

Chi ama la comodità e chi la compagnia

Il Gourmet ama la comodità, e in vacanza è disposto a concedersi qualche coccola in più. Le sue mete ideali sono le città d’arte o le vacanze rilassanti in spiaggia. Spazio quindi alle cucine mediterranee e a esperienze fine dining. Da non perdere per il Gourmet ‘Francia Express Food & Wine: la via dello Champagne da Parigi a Reims’.

Il Conviviale, spinto a viaggiare dalla voglia di socializzare mette invece al centro dell’esperienza il gruppo e lo spirito di amicizia.
La scelta del ristorante è quindi orientata verso locali capaci di accogliere tavolate numerose, proponendo un buon rapporto qualità-prezzo, piatti sinceri e servizio celere e cordiale. La destinazione più consigliata è ‘Andalusia 360°: Siviglia, Malaga, Cordoba e Granada’.

Vacanza Slow o avventura?

Il viaggiatore Green ha un approccio slow e orientato a limitare l’impatto del viaggio sull’ambiente. I suoi ristoranti favoriti sono quelli che limitano l’uso delle proteine di origine animale e che privilegiano ingredienti locali, stagionali e bio e preparazione tipiche del territorio.
Il viaggio ideale? ‘Nord Europa in treno: Danimarca, Svezia e Norvegia’.

Quanto all’Esploratore, è il viaggiatore che ama la scoperta di nuove culture e paesaggi, lanciandosi a capofitto in avventure anche impegnative come trekking e safari.
Sulla cucina non ha dubbi: sapori originali, decisi e piatti anche estremi. Meta da scoprire ‘Tour Isole Azzorre: alla scoperta di Sao Miguel’.

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Con l’AI medicina personalizzata entro 5 anni

È quanto emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Life Science Innovation della School of Management del Politecnico di Milano: per il 93% delle aziende dell’offerta e il 74% dei direttori delle strutture sanitarie entro 5 anni l’Intelligenza artificiale rivoluzionerà la medicina personalizzata. E per il 77% delle aziende dell’offerta e il 55% delle aziende sanitarie le terapie digitali (DTx) avranno un impatto rilevante sul settore sanitario.

Le DTx, sono soluzioni digitali validate clinicamente per integrare o sostituire le terapie tradizionali, ma in Italia non esiste ancora una normativa di riferimento.
A giugno 2023, però, è stata presentata una proposta di legge per definirne gli ambiti d’uso e istituire organi per valutare e monitorare le soluzioni.

Quali benefici per medici e pazienti?

Il 65% dei pazienti italiani sarebbe disposto a utilizzare una terapia digitale proposta dal medico curante se consentisse di migliorare lo stile di vita e lo stato di salute (77%), e di avere maggior consapevolezza della propria patologia (72%). È però fondamentale che risponda alle proprie esigenze (71%) e migliori la relazione con il medico curante (70%).

Circa metà dei medici specialisti e di medicina generale sarebbe disposta a prescrivere una DTx, soprattutto se il paziente possegga le competenze digitali per un corretto utilizzo (72% dei medici specialisti e 69% dei MMG).
Tra i principali benefici riconosciuti dai medici specialisti, emerge la possibilità di avere a disposizione un maggior numero di dati a supporto della ricerca clinica (68%) e prendere decisioni (65%).

A livello internazionale censite 93 DTx

L’AI supporta e potenzia la medicina personalizzata grazie alla sua capacità di analizzare grandi quantità di dati e identificare le possibili correlazioni tra dati anche eterogenei, mentre le terapie digitali si confermano un ambito di innovazione rilevante nel panorama mondiale. A livello internazionale l’Osservatorio ne ha censite 93: il 37% nell’area psichiatria, il 14% nell’endocrinologia, il 10% reumatologia e il 10% nell’oncologia.

Il modello di business più adottato è di tipo B2b, che prevede il rimborso della DTx da parte di un’assicurazione a seguito della prescrizione da parte del medico. Il prezzo medio proposto dal produttore di una terapia digitale è poco più di 500 euro per un ciclo di trattamento della durata di 90 giorni, con un aumento di circa il 10% rispetto a quanto rilevato nel 2023.

“Investire in nuove competenze e modelli organizzativi”

“La trasformazione digitale in atto impone a tutti gli attori dell’ecosistema Life Science di monitorare e comprendere i trend emergenti così come i segnali deboli – spiega Emanuele Lettieri, responsabile scientifico dell’Osservatorio -. Le imprese Pharma, Biotech e Medtech devono investire in nuove competenze e nuovi modelli organizzativi per migliorare la loro capacità di catturare il valore generato dall’innovazione digitale, sia potenziando il proprio portafoglio prodotti e servizi sia migliorando l’efficienza nei processi aziendali e nella catena del valore”.

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Addio codice a barre: dal 2027 arriva lo standard QR code

Dal 26 giugno 1974 il codice a barre è adottato da retailer e produttori come metodo universale per identificare i prodotti di largo consumo, e viene scansionato miliardi di volte ogni giorno. Attualmente è presente sulle confezioni di oltre 1 miliardo di referenze.
Ma a 50 anni dal primo bip alla cassa di un supermercato, 22 grandi aziende del largo consumo firmano una dichiarazione congiunta: entro il 2027 sostengono l’adozione globale dei QR code standard GS1.

L’iniziativa, denominata Sunrise 2027, dà quindi il via alla transizione globale ai codici 2D di nuova generazione, che possono contenere una grande quantità di informazioni sui prodotti e renderle facilmente accessibili tramite smartphone.
Tra i firmatari, Alibaba, Barilla, Carrefour, L’Oréal, Lidl, Mondelēz, Nestlé, Procter & Gamble e Savencia.

Rivoluzionare l’esperienza del consumatore

A differenza dei codici a barre tradizionali, i QR code standard GS1 possono collegare i consumatori a una vasta quantità di informazioni sui prodotti, come le istruzioni per l’uso e il riciclo, indicazioni sulla sicurezza, informazioni nutrizionali e certificazioni.

Grazie alla facilità di accesso alle informazioni tramite smartphone, i QR code standard GS1 aprono una serie di nuove possibilità, ovvero, fornire tutte le informazioni di cui i consumatori hanno bisogno e che desiderano, migliorare la tracciabilità e promuovere l’efficienza attraverso la catena di fornitura, consentendo allo stesso tempo la scansione alla cassa.

Scelte più consapevoli e smart

I QR code standard GS1 permettono alle informazioni di superare il limite dello spazio disponibile sul packaging dei prodotti.
Con la crescente richiesta da parte dei consumatori di comprendere l’impatto ambientale dei prodotti da acquistare, i QR code standard GS1 possono fornire informazioni come la provenienza di un prodotto, i suoi componenti, l’impronta di carbonio e indicazioni sul riciclo o il riutilizzo degli imballaggi.

Oltre a indicazioni su salute e nutrizione, i QR code standard GS1 forniranno informazioni normative, consigli dettagliati su allergie e date di scadenza, consentendo di respingere alla cassa gli alimenti scaduti e di vendere quelli prossimi alla scadenza a prezzi ridotti, con conseguente riduzione dello spreco alimentare.

Sunrise 2027

L’iniziativa Sunrise 2027 è uno sforzo innovativo per far progredire il settore dei beni di consumo in termini di efficienza, sicurezza e sostenibilità.
Per far ciò, le aziende dovranno valutare tecnologia e processi interni per sfruttare al massimo le potenzialità dei nuovi codici, e aggiungere informazioni più dettagliate sul prodotto, anche in modo graduale per consentire di pianificare le modifiche secondo i propri ritmi.

Sarà anche necessario uno sforzo coordinato tra produttori e distributori, I produttori dovranno iniziare a implementare i QR code standard GS1 sulle confezioni dei prodotti, mentre i retailer dovranno assicurarsi che gli scanner delle casse nei punti vendita siano attrezzati per leggere i codici di nuova generazione.

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