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Salute: gli italiani distinguono tra benessere del cervello e della mente

Per il 62,8% degli italiani salute mentale e salute del cervello non coincidono, tendendo a distinguere tra malattie neurologiche e del neurosviluppo e malattie psichiatriche.
Tra le malattie del cervello vengono indicate anzitutto tumori del cervello (42,8%) e demenze (40,7%), mentre tra i problemi di salute mentale prevalgono depressione (52,0%) e forme di paranoia e manie (34,5%).

Si tratta di una concezione in cui è poco presente la consapevolezza di un’interdipendenza tra salute mentale e del cervello e delle sovrapposizioni tra i disturbi cerebrali, e il fatto che entrambe dipendono dalla salute del cervello.
È quanto emerge dall’indagine ”Salute mentale e salute del cervello nella concezione della salute degli italiani”, realizzata dal Censis in collaborazione con Lundbeck Italia.

Crescita del disagio mentale giovanile

La maggioranza degli italiani si ritiene informata, con un’incertezza informativa maggiore su salute del cervello (52,2%) rispetto a salute mentale (62,7%).
Secondo dati Istat, dopo la pandemia aumenta la quota di giovani che dichiara un disagio grave, passata dal 13,1% al 16,0% tra gli adolescenti e dal 17,5% al 19,5% tra i 18-34enni.

In questo contesto, la cultura collettiva sulla salute mentale e del cervello conferma l’ipotesi di una sempre maggiore centralità della dimensione del benessere psicologico nella concezione della salute.
Per il 31,3% degli italiani la salute coincide con’equilibrio psicofisico e benessere mentale (44,0% giovani). Tra i giovani il 46,7% ritiene che il benessere fisico dipenda da quello psicologico, mentre il 45,8% che si tratta di due aspetti ugualmente rilevanti. Solo per il 7,5% è secondario.

Prevenzione possibile agendo su più fronti

Per il 90,3% degli italiani è possibile e necessario intervenire precocemente per evitare l’aggravarsi dei disturbi di salute mentale e del cervello.

Emerge la necessità di agire su più fronti: dalla promozione del benessere psicologico nella scuola (48,6%) alla presenza di un sostegno nei luoghi della quotidianità (46,8%), dal rilevamento precoce attraverso gli screening sulla popolazione (44,0%) al potenziamento dell’attività dei servizi dedicati alla salute mentale/del cervello (43,2%).
Il giudizio sull’azione di prevenzione, presa in carico e capacità di dare risposte di cura del SSN però è piuttosto critico: il 40% circa pensa che sia insufficiente.

Il pregiudizio per le malattie psichiatriche

Il pregiudizio per le malattie psichiatriche è ancora presente, ma cresce la sensibilità sul tema e si normalizza il ricorso alle cure. Il 67,9% degli italiani ritiene che sulle malattie psichiatriche pesino ancora vergogna e discriminazione, mentre i disturbi neurologici vengono considerati meno soggetti a forme di discriminazione (44,9%). Prevale quindi la convinzione che la situazione di vita di chi soffre di questi disturbi sia ancora segnata dalla vergogna e dall’isolamento sociale (59%).

Il 74,1% degli italiani afferma di aver avuto esperienze dirette (34,2% a livello personale) o indirette (36,3% attraverso familiari o amici).
A livello culturale emerge però una diffusa propensione a rivolgersi a un aiuto professionale, con l’82,0% che ricorrerebbe o è già ricorso a un professionista.

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Black Friday 2025, prevista una spesa di 3 miliardi in elettrodomestici

Secondo un’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research nei giorni del Black Friday, il 28 novembre, e del Cyber Monday, 1 dicembre, circa 13 milioni di italiani spenderanno in media 233 euro solo per gli elettrodomestici. Il che equivale a una previsione di spesa complessiva prossima a 3 miliardi di euro. E oltre a chi approfitterà di queste giornate per acquistare uno o più elettrodomestici, circa 20 milioni decideranno in base agli sconti effettivamente disponibili.

Ma, sempre secondo l’indagine, 400mila italiani dichiarano di non sapere cosa siano Black Friday e Cyber Monday.
Per quanto riguarda il budget, il 51% degli intervistati intenzionati ad acquistare prevede di spendere fino a 1.000 euro. E circa 80mila italiani fino a 10.000 euro.

Le ragioni degli acquisti

Numeri di questo tipo fanno gola anche ai malintenzionati, ed è proprio in periodi caldi per lo shopping che si moltiplicano i tentativi di truffa. Tanto che lo scorso anno 2,8 milioni di italiani sono stati truffati o hanno subito un tentativo di frode mentre erano alle prese con lo shopping online.

In ogni caso, il 65% degli italiani che comprerà nuovi elettrodomestici lo farà perché deve disfarsi di un oggetto ‘troppo vecchio’ o eccessivamente energivoro (21%).
Quasi 1,9 milioni vogliono invece sfruttare gli sconti per ampliare l’attrezzatura domestica, e 2,6 milioni intendono sostituire l’elettrodomestico semplicemente perché si è rotto.

La più desiderata è la friggitrice ad aria

Tra gli elettrodomestici che gli italiani vogliono comprare durante il Black Friday e il Cyber Monday al decimo posto si piazza il forno, indicato dal 7,6% degli intervistati, preceduto da lavatrice (7,7%) e frigorifero (7,8%).
Al settimo posto, il forno a microonde (8,9%), mentre un gradino più in alto il robot da cucina (10,4%).

Quinto e quarto posto sono occupati, rispettivamente, dall’aspirapolvere (13,3%) e dal robot-aspirapolvere (13,5%), mentre sul podio, al terzo posto, la macchinetta del caffè (15,7%) e al secondo il televisore (15,8%).
Vince il titolo di oggetto più desiderato la friggitrice ad aria, indicata dal 16,8%, circa 6 milioni di individui.

Quando la fretta espone alla truffa

Poiché alcune aziende gonfiano i prezzi pochi giorni prima che partano gli sconti, così da far sembrare il risparmio ancora più importante, prima di comprare è sempre bene verificare che il prezzo sia effettivamente scontato. Esistono diversi strumenti online che possono aiutare a monitorare i prezzi nel tempo.

E nessuna fretta. Quando si acquista online, è meglio prendersi sempre tutto il tempo necessario per fare le opportune verifiche, onde evitare gli acquisti “di pancia”. Spesso i malfattori cercano di prendere in contropiede i consumatori con super offerte in (finta) scadenza. Fare quindi attenzione: in quella fretta potrebbe nascondersi una truffa. 

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Italia, la parità di genere al lavoro è ancora lontana

Parità di genere sul lavoro? Un obiettivo ancora lontano. Anzi, il divario si allarga nel percepito fra uomini e donne. È quanto emerge dalla nuova Worldviews Survey di WIN, realizzata in Italia da BVA Doxa, che ha raccolto le opinioni di oltre 35mila persone in 40 Paesi. Il nostro Paese si conferma più critico della media mondiale e mette in luce una frattura profonda tra uomini e donne.

Solo il 38% pensa che ci sia uguaglianza professionale 

Appena il 38% degli intervistati in Italia pensa che uomini e donne abbiano oggi le stesse opportunità professionali. La maggioranza, il 58%, continua a vedere squilibri evidenti.

Ma il dato che colpisce di più è la differenza tra generi: quasi la metà degli uomini (46%) ritiene che la parità sia ormai realtà, mentre solo il 31% delle donne è d’accordo. Segno che chi vive più spesso discriminazioni le percepisce in modo molto concreto.

Età e geografia fanno la differenza

Non sono solo uomini e donne a pensarla diversamente. A essere più scettici sono soprattutto i giovani sotto i 35 anni e gli over 65. La fascia centrale, tra i 35 e i 54 anni, appare invece leggermente più ottimista.

Anche la geografia conta: al Nord-Est e al Centro le percezioni più basse (31-32%), mentre al Nord-Ovest e al Sud con le Isole si sale al 42-43%.

Politica e famiglia: due facce della stessa medaglia

La stessa domanda posta sul mondo della politica porta a risultati simili: solo il 38% crede che la parità sia stata raggiunta. Anche qui il divario è netto: lo pensa il 46% degli uomini contro appena il 30% delle donne.

Diverso lo scenario familiare, dove quasi sei italiani su dieci (59%) dicono di vivere un equilibrio tra i generi, con differenze meno marcate.

Il confronto con il resto del mondo

Allargando lo sguardo, il clima appare meno negativo. A livello globale il 59% degli intervistati ritiene che almeno in parte la parità sia stata raggiunta, un balzo in avanti rispetto al 34% del 2019. Ma anche qui il divario di percezione è evidente: il 64% degli uomini è convinto che l’uguaglianza esista già, contro il 35% delle donne.
Le aree più ottimiste sono quelle dell’Asia-Pacifico (66%), seguite dalle Americhe (58%) e dal Medio Oriente e Nord Africa (57%).

L’Europa, invece, resta più scettica, ferma al 55%. In Italia il quadro resta fragile: se in famiglia la sensazione è di equilibrio, sul lavoro e in politica la distanza si vede e si sente. Più che i numeri, a raccontarlo è il divario di percezione, che di fatto rallenta i progressi verso una vera parità.

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Vacanze: i timori degli italiani che partiranno con l’amico a 4 zampe

Secondo l’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca EMG Different sono più di 7 milioni i proprietari di cani e gatti in partenza per le vacanze che hanno deciso di portare con sé il proprio amico a quattro zampe.
Se nel caso di Fido più di un padrone su due (57,4%) lo porterà in viaggio, nel caso di Micio meno di uno su tre farà le vacanze con il proprio gatto.

Ma quali sono le  paure dei proprietari di cani e gatti quando si va in vacanza?
Il 41,6%, vale a dire 9,5 milioni, ha paura di perdere l’animale, percentuale che raggiunge il 47,0% nella fascia 35-44 anni. Il secondo è che Fido o Micio stiano male durante il viaggio, preoccupazione condivisa da 8,6 milioni di padroni (38,8%), in particolare dai 25-34enni (43,3%) e dalle donne (44,7%).

E se il pet si dovesse ammalare?

Per il 30,9% c’è anche la paura che l’animale non si ambienti ai nuovi spazi, valore che raggiunge il 41,2% tra chi ha un’età compresa tra 55 e 64 anni.
Un’altra preoccupazione è quella che in caso di necessità non ci sia una struttura veterinaria vicina (26,6%), che l’animale si ammali/infortuni una volta giunti a destinazione (17,8%) e che faccia danni alla struttura ospitante (13,9%).

La maggior parte di queste preoccupazioni possono diventare pensieri lontani se si sottoscrive un’assicurazione dedicata agli animali. Purtroppo sono ancora tanti coloro che non pensano a tutelare Micio e Fido con una polizza che durante le ferie li metta al riparo da eventuali imprevisti.

Le assicurazioni per Fido e Micio

Secondo l’indagine solo il 32,2% dei proprietari (7,5 milioni) ha sottoscritto una copertura assicurativa, percentuale che raggiunge il 42,8% nel caso dei cani e scende al 17,5% per i gatti.

Oltre alla copertura Rc contro eventuali danni arrecati a terzi e al rimborso delle spese in caso di malattia o infortunio, ci sono prodotti che mettono a disposizione servizi specificamente pensati per le vacanze, come ad esempio una centrale operativa specializzata nell’organizzazione di viaggi a misura di ‘cane e gatto’. Un supporto che va dalla ricerca della struttura ricettiva più adatta, fino alla spiaggia o ai ristoranti pet-friendly.

Cosa coprono le polizze?

Dato che il 10,4% dei proprietari è preoccupato che il proprio animale domestico si possa far male durante un sinistro stradale, nel caso in cui l’incidente sia con colpa l’amico a 4 zampe non è tutelato dall’Rc auto del proprietario. 
Per ovviare al problema, alcune compagnie assicurative offrono una garanzia opzionale che tutela l’animale. Ma queste coperture sono valide solo se l’animale è trasportato secondo le norme del Codice della Strada .

Cosa fare, invece, se si avvera il timore che Fido o Micio stiano male? In alcuni casi la compagnia, oltre al rimborso per eventuali spese sostenute per esami, cure e interventi chirurgici, arrivano anche a rimborsare i costi extra di alloggio sostenuti qualora si dovesse prolungare la permanenza.

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Moda: i profili più cercati dai grandi brand

La Polimoda Business Week 2025, l’evento dedicato all’incontro tra studenti diplomandi e HR e professionisti del settore moda, traccia la mappa delle figure su cui puntano i grandi nomi del fashion. Oltre 1.300 colloqui individuali, 328 neodiplomati e 105 aziende del sistema moda, tra cui Prada, Valentino, Hermès, Hugo Boss, Karl Lagerfeld, Max Mara, Bottega Veneta, Ferragamo, Etro, Tod’s, confermano l’urgenza di talenti in grado di unire creatività, competenze digitali e solida expertise tecnica.

I colloqui hanno coinvolto aziende italiane ed estere del comparto lusso, abbigliamento, calzature, accessori, gioielli, oltre a magazine, agenzie di comunicazione e art direction, nella selezione dei migliori talenti formati dalla scuola per opportunità di stage e lavoro.

Cambio di passo nella domanda di competenze professionali

In un momento di rapida evoluzione, guidata da sostenibilità, innovazione tecnologica e nuovi scenari internazionali, l’evento rileva un cambio di passo nella domanda di competenze professionali da parte dell’industria moda.
In testa alle richieste dei brand spicca lo sviluppo prodotto: le aziende cercano specialisti in grado di gestire ogni fase, dall’ideazione alla prototipazione, garantendo livelli di innovazione e sostenibilità.

Il social media management segue a ruota, con un aumento delle richieste a testimonianza della centralità delle piattaforme digitali nella costruzione di community e narrazioni di marca.

Design di accessori e abbigliamento, asset imprescindibile con nuove declinazioni

I creative director e i product designer vengono poi valorizzati per la capacità di tradurre i dati di mercato in collezioni distintive, richiedendo una visione che coniughi estetica e funzionalità. Al contempo, il retail si evolve verso modelli phygital, spingendo le aziende a integrare specialisti in customer experience e performance commerciale direttamente nelle strategie di store design.

In questo contesto, il visual merchandising si conferma trait d’union tra storytelling e vendite, con professionisti chiamati a creare ambienti immersivi che coinvolgano tanto il cliente in store quanto l’audience digitale.
Sul fronte più tecnico, il modellista, sempre più abile con software CAD e 3D, resta al centro dell’organizzazione produttiva, contribuendo a ottimizzare tempi e costi senza rinunciare alla precisione sartoriale.

Materiali innovativi per la maglieria

Parallelamente, il comparto maglieria vede un significativo aumento di interesse: si richiedono profili specializzati che sappiano innovare filati e lavorazioni, orientandosi verso materiali rigenerati e processi a basso impatto ambientale.
E marketing e comunicazione si ritagliano un ruolo di primo piano grazie alla crescente necessità di figure data-driven, capaci di misurare il ritorno sugli investimenti e modellare strategie omnicanale con un respiro internazionale.

Nell’instabilità dello scenario, i profili emergenti rappresentano le vere leve per la ripresa dell’industria.
Professionisti in grado di coniugare innovazione digitale, sostenibilità e radici artigianali possono dare nuovo slancio al Made in Italy sui mercati globali.

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Climate Change: italiani divisi tra consapevolezza e scetticismo

Emerge dalla Worldviews Survey sul Climate Change di WIN (Worldwide Independent Network of Market Research): nonostante una crescente consapevolezza e attenzione verso le questioni ambientali, l’opinione pubblica mondiale resta divisa su chi debba davvero farsi carico del cambiamento.

I dati per l’Italia, raccolti da BVA Doxa, raccontano che la sostenibilità resta un tema sentito, ma anche attraversato da forti contraddizioni.
Se da un lato aumentano le persone che riconoscono l’impegno di aziende e governi nel fronteggiare il cambiamento climatico, dall’altro permane un diffuso scetticismo sulle reali motivazioni delle organizzazioni e sull’efficacia delle loro azioni.

Aumenta la fiducia, ma permangono i dubbi

A livello globale, si evidenzia una crescente attenzione verso l’ambiente e la sostenibilità. Il 66% delle persone riconosce che le aziende stanno agendo in materia di sostenibilità, un dato in crescita rispetto al 58% degli anni precedenti. Anche la fiducia nei governi è in aumento: il 52% degli intervistati ritiene che le istituzioni pubbliche stiano mettendo in atto azioni concrete per affrontare le sfide ambientali (erano il 44% nel 2021).

Sul fronte personale, l’82% crede che le proprie azioni possano avere un impatto positivo sull’ambiente.
Tuttavia, accanto a questi segnali positivi, permangono ampi margini di scetticismo. Il 44% degli intervistati pensa che le aziende si impegnino per convenienza, mentre il 48% non è convinto dell’efficacia delle politiche ambientali dei governi. 

In Italia i giovani sono sfiduciati 

Il quadro che emerge per l’Italia si discosta sensibilmente dalle tendenze globali, con livelli di fiducia notevolmente più bassi.
Sul fronte individuale, solo 1 italiano su 3 (34%) ritiene che le proprie azioni possano avere un impatto positivo sull’ambiente, con un andamento crescente all’aumentare dell’età: dal 27-30% nelle fasce più giovani fino al 48% tra gli over 64.

Particolarmente allarmante il dato relativo agli under25, tra i quali il 26% non crede affatto nella possibilità di incidere positivamente attraverso i propri comportamenti quotidiani.
Ancora più marcata la sfiducia verso il governo: appena il 5% degli italiani crede che le istituzioni stiano adottando misure adeguate alla tutela ambientale. Un dato uniforme su tutto il territorio nazionale e trasversale alle diverse fasce d’età.

Il sentimento dominante è la diffidenza

Anche nei confronti delle aziende, il sentimento dominante è la diffidenza: solo l’11% degli italiani ritiene che la maggior parte delle imprese operi tenendo seriamente in considerazione i principi della Responsabilità Sociale d’Impresa e della sostenibilità. La percentuale sale leggermente tra i 35-44enni (15%) e nelle regioni del Sud e Isole (16%).

Il 50% degli italiani, però, pensa che le aziende si impegnino solo per apparenza e un ulteriore 28% è convinto che agiscano esclusivamente in funzione del profitto.
I dati emersi sottolineano l’urgenza, soprattutto in Italia, di ricostruire una relazione di fiducia tra cittadini, imprese e istituzioni. L’impegno verso la sostenibilità deve essere accompagnato da maggiore trasparenza, coerenza e capacità di coinvolgere realmente le persone

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Evasione fiscale: partite IVA sotto accusa? Solo 1 su 8 in debito col Fisco

I contribuenti italiani con debiti fiscali non ancora riscossi dalle nostre Agenzie ammontano a circa 22,8 milioni, di cui 3,6 milioni rappresentati da persone giuridiche, come società di capitali, enti commerciali, cooperative, e i restanti 19,2 milioni da persone fisiche.

Tra queste, 16,3 milioni sono lavoratori dipendenti, pensionati e percettori di altre forme di reddito (da beni mobili, immobili…), mentre i rimanenti 2,9 milioni, corrispondenti al 12,7% del totale, svolgono un’attività economica come artigiani, commercianti o liberi professionisti.
In ogni caso, i dati ufficiali forniti dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione confermano quanto sostenuto dalla CGIA di Mestre: secondo le statistiche ufficiali solo un debitore col fisco su otto è una partita IVA. 

I lavoratori autonomi non sono un popolo di evasori

Insomma, i lavoratori autonomi non sono un popolo di evasori, come spesso vengono descritti dall’opinione pubblica, anche se è indubbio che in questa categoria vi sia anche chi non adempie ai propri obblighi fiscali.
Tra il 2000 e il 2024, tasse, contributi, imposte, bollette, multe non riscosse dal fisco italiano o altri enti sono pari a 1.274,5 miliardi di euro.

Al netto delle persone nel frattempo decedute, imprese cessate, nullatenenti e contribuenti già sottoposti ad azione cautelare/esecutiva, l’importo potenzialmente aggredibile si riduce a poco più di 100 miliardi di euro (7,9% del totale).

Il 76% dei crediti è di importo inferiore a 1.000 euro

Va altresì segnalato che il cosiddetto magazzino residuo è composto da 175 milioni di cartelle, per un numero complessivo di 291 milioni di crediti.
Gli avvisi di addebito e accertamento esecutivo sono mediamente di importo molto contenuto: il 76% dei singoli crediti, infatti, sono di importo inferiore a 1.000 euro, pari a 59 miliardi di euro complessivi. 

Sebbene al Nord sia concentrata la stragrande maggioranza della ricchezza prodotta nel Paese nonché la parte più dinamica delle attività economiche e produttive, dei 1.274 miliardi di euro di tasse non riscosse negli ultimi 25 anni, il 58% (739,3 miliardi di euro) è riconducibile alle regioni del Centro-Sud.
Il rimanente 42%, è in capo alle regioni del Nord, che ‘cubano’ 535.1 miliardi  di euro non versati.

Le modalità di evasione a elevato livello di rischio dei grandi contribuenti

I risultati ottenuti nella lotta contro l’evasione fiscale indicano l’opportunità di intensificare gli sforzi verso la semplificazione del sistema tributario, e il conseguente miglioramento della relazione tra fisco e contribuente.

Inoltre, è fondamentale sfruttare in modo più efficiente i dati detenuti dall’Amministrazione fiscale, al fine di ottimizzare il controllo su fenomeni che presentano elevati livelli di rischio. 
Tra questi, le frodi IVA, l’uso improprio di crediti inesistenti o aiuti economici non dovuti, fittizia dichiarazione di residenza fiscale all’estero, occultamento di patrimoni al di fuori dei confini nazionali.
Modalità di evasione che a differenza di quelli imputabili ad artigiani e piccoli commercianti, sono ascrivibili quasi esclusivamente a grandi contribuenti. 

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I nuovi trend del cicloturismo: perchè le due ruote piacciono così tanto?

Il cicloturismo si sta affermando come una delle più affascinanti espressioni di viaggio moderno, in cui la bicicletta diventa protagonista di esperienze che mettono al centro il rispetto per l’ambiente e la scoperta di territori a ritmo lento.

In quest’ottica, la Fiera del Cicloturismo, unico evento italiano dedicato al viaggio in bici, tornerà a Bologna dal 4 al 6 aprile 2025 con un focus sui trend che stanno rivoluzionando il settore.

Viaggio al femminile

Una delle evoluzioni più interessanti è l’aumento delle donne nel cicloturismo, in particolare nella fascia over 50. Per queste viaggiatrici, la bicicletta rappresenta un modo per affrontare nuove sfide e immergersi in esperienze autentiche.

Il viaggio in bicicletta diventa una forma di esplorazione che unisce avventura e benessere, offrendo momenti di connessione con la natura e le comunità.

Il turismo rigenerativo

Sempre più destinazioni scelgono un approccio rigenerativo al turismo, integrando le necessità di turisti e residenti. Questo tipo di cicloturismo promuove interazioni autentiche con le comunità locali e valorizza le risorse territoriali, favorendo uno sviluppo sostenibile.

Lontano dai modelli del passato, si punta a soluzioni che arricchiscono le comunità locali, offrendo ai cicloturisti un’esperienza profonda e significativa.

Gravel: l’avventura nella natura

Tra le modalità più apprezzate, il gravel è la scelta ideale per chi cerca libertà e versatilità. Questo stile di ciclismo combina velocità e capacità di affrontare terreni sconnessi, portando i viaggiatori fuori dai percorsi tradizionali.

Con il gravel, ogni itinerario diventa un’opportunità per scoprire panorami intatti e vivere esperienze ricche di avventura.

Un impatto economico sempre più rilevante

Il cicloturismo sta diventando un pilastro del turismo italiano, con 56,8 milioni di presenze registrate nel 2023 e un impatto economico di oltre 5,5 miliardi di euro. Rispetto al 2022, l’aumento è stato del 35%, con una spesa media giornaliera di 95 euro per i cicloturisti italiani e 104,5 euro per gli stranieri.

Questo settore non solo stimola l’economia, ma rivitalizza aree interne spesso dimenticate dai flussi turistici principali, grazie agli investimenti in infrastrutture e servizi di qualità. Il cicloturismo, dunque, si conferma come un motore di crescita e innovazione per il turismo nazionale.

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Casa: costi sempre più alti infrangono i sogni di proprietà

Tra il 2° trimestre 2014 e il 2° trimestre 2024 il valore delle abitazioni è diminuito in termini reali del 16,8%. Ma se il valore delle abitazioni è in calo, il 78,9% degli italiani è convinto che in passato fosse più facile acquistare una casa. E l’82,2% dei proprietari pensa che i costi di gestione e manutenzione siano diventati eccessivi.

Insomma, la proprietà della casa è sotto pressione. Emerge dal 3° Rapporto Federproprietà – Censis, dal titolo ‘Agenda 2024-2030. La transizione abitativa: la casa possibile’. 
Quanto alla legge Salva Casa, i favorevoli superano i contrari, ma gli indecisi sono tanti.

La legge Salva Casa divide gli italiani

Infatti, se il 69,3% degli italiani teme tasse più alte sulla casa, compresa una patrimoniale, il 44,5% esprime un giudizio positivo sulla Legge 105/2024, la cosiddetta legge Salva Casa, il 31,3% un giudizio negativo e il 24,2% non ha un’opinione al riguardo.

Inoltre, il 37,9% degli italiani è convinto che questa legge sia utile per l’economia e la società italiana, ma il 32,4% non è convinto e il 29,7% non si esprime. Tuttavia, il 26,7% dichiara esplicitamente di aver realizzato piccole migliorie in casa che potrebbero beneficiare della semplificazione di sanatoria prevista da questo provvedimento. 

Casa green ed efficientamento energetico

Il 67,6% degli italiani pensa che rendere la propria casa meno energivora (con cappotto termico, caldaie a basso impatto, ecc.) sia una necessità e non più una scelta, e l’81,7% pensa che farlo ne può incrementare il valore.
Il 44,7% dei proprietari di casa è pronto a spendere per interventi di efficientamento energetico, mentre il 37,3% non lo è, e il 18,0% è indeciso.

L’84,0% degli italiani però teme che gli interventi di efficientamento energetico possano costare troppo.
Un timore condiviso dall’88,3% di chi ha redditi bassi e dall’81,3% dei più alti. L’88,2% degli italiani, inoltre, è convinto che le famiglie debbano avere supporto pubblico nel fronteggiare le spese per migliorare la sostenibilità della propria abitazione.

Le locazioni turistiche rovinano le città

Il 37,2% degli italiani ritiene che le locazioni turistiche, comunemente definite ‘affitti brevi per turisti’, abbiano un impatto negativo sulla vita sociale ed economica dei comuni italiani, il 37,6% non condivide questa opinione, il 25,2% è indeciso.
Il 46,8% ritiene che le locazioni turistiche stiano trasformando in peggio i luoghi che frequenta, il 27,3% non concorda con questa valutazione e il 25,9% è indeciso.

Inoltre, il 44,4% ha notato un aumento del valore delle locazioni, che attribuisce alla tendenza a usare le case per il mercato delle locazioni per turisti.
Quanto al Social Housing, è una buona soluzione ma ancora troppo poco conosciuta. Il 28,6% sa cos’è, e il 5,7% lo conosce in modo preciso. Tra coloro che sanno cosa sia, lo ritengono una valida soluzione abitativa il 74,4% in via temporanea e il 43,7% in modo permanente.

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Email anxiety: perchè la posta elettronica genera stress? 

Le email sono diventate un elemento fondamentale della vita lavorativa, essenziale per comunicazioni rapide e formali. Tuttavia,  nonostante l’indubbia comodità di questo strumento, non ne va sottovalutato il suo impatto sulla salute mentale. Una ricerca commissionata da Babbel e condotta negli Stati Uniti da OnePoll ha esplorato l’influenza della posta elettronica sulla vita lavorativa e sul benessere psicologico.

Dallo studio emerge che 6 lavoratori su 10 percepiscono il volume di email ricevute come una fonte di stress. Il 39% spera di riceverne meno nei prossimi cinque anni, mentre il 25% vorrebbe aumentarle, probabilmente per preferenza verso questo mezzo rispetto ad altri come le telefonate.

Tuttavia, il problema delle email non lette è significativo: il 18% dei lavoratori ha oltre 1.000 messaggi non aperti, e l’1% ne conta più di 50.000. La generazione Z è particolarmente colpita, con il 36% che fatica a gestire la propria casella di posta.

L’impatto delle email sulla carriera

La formalità e la natura permanente delle email spesso generano ansia. Il 28% degli intervistati ritiene che almeno un’email inviata abbia avuto ripercussioni negative sulla propria carriera, mentre l’88% ha provato rimpianto subito dopo aver premuto “invia”.

Questo sentimento è particolarmente comune tra i giovani dai 18 ai 24 anni. Inoltre, errori di battitura vengono giudicati severamente dal 48% dei rispondenti, a dimostrazione dell’attenzione posta sulla qualità del linguaggio nelle comunicazioni scritte.

Il linguaggio delle email e il galateo digitale

Le email mantengono un linguaggio più formale rispetto alle conversazioni quotidiane: l’85% degli intervistati ha ammesso di usare uno stile diverso, con il 17% che lo definisce “molto diverso”. Anche i messaggi automatici, come le risposte “out of office”, sono fonte di irritazione per il 33%, percentuale che sale al 48% tra i giovani della generazione Z.

Tuttavia, le nuove generazioni stanno trasformando il galateo delle email. Più della metà dei partecipanti ritiene ormai accettabile l’uso di emoji nelle email aziendali, un segnale di come il linguaggio stia evolvendo grazie ai cambiamenti sociali e tecnologici.

Riflesso della comunicazione professionale

Esteban Touma, esperto di Babbel, commenta: “Le email, più di altri strumenti, riflettono l’evoluzione della comunicazione professionale. Man mano che le generazioni abituate ai social media entrano nel mondo del lavoro, i confini tra formalità e informalità si stanno assottigliando, ridefinendo il modo in cui ci rapportiamo a questo mezzo”.

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