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Ingaggiare un investigatore privato per scovare i casi di assenteismo?

Il fenomeno dell’assenteismo è purtroppo è ampiamente diffuso nel nostro paese. Parliamo di quel malcostume per il quale una persona si assenta in maniera arbitraria ed ingiustificata dal luogo di lavoro per recarsi altrove e svolgere delle attività personali che nulla hanno a che vedere con il proprio lavoro e le relative mansioni.

Sempre più vengono alla cronaca episodi di assenteisti che vengono scoperti e licenziati. Nonostante questo però, per tante persone la tentazione di fare altro proprio nel momento in cui si dovrebbe svolgere il lavoro per il quale si viene pagati, è troppo forte.

Un fenomeno che incide sulla produttività

Si tratta chiaramente di un fenomeno che ha dei risvolti negativi per le aziende o le amministrazioni che ne sono interessate. Infatti a causa dell’ assenteismo cala notevolmente il livello di produzione e di conseguenza diminuisce la qualità dei servizi offerti al pubblico o agli utenti.

Per questo motivo tantissime aziende, realtà commerciali e amministrazioni pubbliche stanno ricorrendo ai ripari per trovare la soluzione che consenta di scovare eventuali assenteisti nel proprio organico.

Da questo punto di vista, rivolgersi ad un’agenzia investigativa è la soluzione migliore perché consente di arrivare rapidamente alla verità e dunque poter scoprire se tutti i propri dipendenti siano effettivamente dei lavoratori modello o meno.

Bisogna considerare infatti, che per gli altri dipendenti il sapere che un investigatore privato è stato ingaggiato per verificare che tutti svolgano bene il proprio lavoro, è un importante deterrente per tutti quei lavoratori che in realtà pensano anche loro di raggirare l’azienda per la quale lavorano.

Dunque rivolgendoci ad un’agenzia investigativa andremmo ad individuare eventuali lavoratori infedeli e soprattutto riusciremmo a far spegnere sul nascere eventuali desideri di assentarsi durante l’orario lavorativo da parte di altri dipendenti.

Un servizio che migliora la produttività

Dobbiamo tener conto del fatto che i dipendenti assenteisti contribuiscono chiaramente a far diminuire la quantità e la qualità del lavoro erogato, dato che coloro i quali invece rimangono si trovano a dover svolgere una mole di lavoro superiore.

Certamente in questa maniera ne risente la capacità dell’azienda o pubblica amministrazione di poter erogare prodotti o servizi all’altezza delle aspettative dei propri clienti o utenti.

A questo si associa una maggiore sensazione di frustrazione percepita dai dipendenti che invece si presentano regolarmente sul posto di lavoro e devono affrontare un carico di impegni maggiore, proprio a causa degli assenteisti.

Come si può licenziare un eventuale lavoratore infedele?

La legge prevede che il datore di lavoro possa licenziare un dipendente infedele, a patto però che vengano prodotte le prove inconfutabili che solo un investigatore privato può produrre.

Un investigatore privato agisce con la massima discrezione e serietà, riuscendo a non farsi notare mentre verifica quelle che sono le abitudini dei dipendenti sul luogo di lavoro ed individuare eventuali assenteisti e comportamenti fraudolenti producendo tutte le prove che l’azienda potrà adoperare in sede legale per giustificare il licenziamento.

Tra queste prove ci sono chiaramente quelle che includono foto e video che mostrano eventuali comportamenti anomali da parte dei lavoratori.

Ogni investigatore privato adopera tecniche di investigazione efficaci e si avvale dell’utilizzo di moderni strumenti che consentono di arrivare alla verità in maniera discreta e riservata.

Qualsiasi assenza ingiustificata dal luogo di lavoro potrà dunque essere impugnata dall’azienda o pubblica amministrazione, e poter così procedere con un eventuale licenziamento per giusta causa.

Grazie infatti alle prove raccolte dall’investigatore privato sarà possibile poter dimostrare nelle sedi opportune il comportamento fraudolento da parte del dipendente e dunque il venir meno del rapporto di fiducia con l’azienda.

Meglio la caldaia o lo scaldabagno?

Sono in tanti a chiedersi se sia meglio utilizzare la caldaia o lo scaldabagno per ottenere acqua calda sanitaria in casa.

Chiaramente, dietro questa domanda si cela la necessità ed il desiderio di individuare la soluzione che consente di ottenere il massimo del risultato con un buon risparmio a livello energetico e di consumi.

Tutti chiaramente sappiamo che, è importante premetterlo per gli utenti meno esperti, che una caldaia tradizionale è alimentata dal gas mentre lo scaldabagno elettrico è invece alimentato tramite la corrente elettrica di casa.

Caldaia e scaldabagno: quali le differenze?

Sebbene entrambi i dispositivi consentano di ottenere dell’acqua calda in casa, si parla di acqua calda sanitaria e dunque di quella necessaria per lavarci o per cucinare.

Lo scaldabagno però, non è in grado di produrre l’acqua calda che ci serve per riscaldare i termosifoni.

Per cui lo scaldabagno potrebbe essere la soluzione ideale solo nel caso in cui tu abbia bisogno di produrre acqua calda sanitaria ma non quella necessaria al riscaldamento della casa.

Perché la caldaia è la soluzione ideale?

Principalmente possiamo dire che la caldaia è la soluzione ideale perché un unico dispositivo ti consentirebbe di avere sia acqua calda per uso sanitario per cucinare che il riscaldamento dell’appartamento tramite i termosifoni o radiatori.

Ci sono comunque anche altri vantaggi per i quali faresti bene a propendere per una caldaia.

Considera ad esempio, che il gas costa meno dell’ energia elettrica, per cui ottenere dell’acqua calda per la doccia costerà certamente meno rispetto lo scaldabagno elettrico, il quale ha bisogno di lavorare anche per qualche ora di seguito prima di poter produrre l’acqua calda necessaria per poterci lavare.

Tieni a mente questo soprattutto se la famiglia è numerosa e dunque più persone potrebbero avere necessità di fare la doccia una dopo l’altra.

La caldaia continua ad essere la soluzione da preferire anche nel caso in cui tu abbia una famiglia non numerosa ed un sistema di riscaldamento autonomo.

Per scegliere il modello adatto di caldaia da preferire, ci sono alcuni parametri in gioco quali le dimensioni dell’appartamento ed il numero dei componenti della famiglia. Per questo fai bene a chiedere al tuo tecnico di installazione caldaie di fiducia, lui saprà consigliarti certamente al meglio.

Ci sono dei casi in cui è da preferire lo scaldabagno?

Il classico scaldabagno elettrico potrebbe essere da preferire nel momento in cui la tua sia una piccola abitazione ed il nucleo familiare composto da non più di due o tre persone.

In quel caso infatti, un piccolo scaldabagno sarebbe sufficiente a generare l’acqua calda sanitaria necessaria, mentre le ridotte dimensioni dell’appartamento fanno sì che questo sia facile da riscaldare anche con metodi alternativi ai radiatori.

Potrebbe essere una buona idea quella di utilizzare uno scaldabagno elettrico anche per la seconda casa, e dunque un appartamento dove ci si reca soltanto per un paio di settimane l’anno e quindi in cui non è necessario avere prestazioni particolarmente elevate.

In alcuni casi potrebbe essere utile anche adoperare un nuovo modello di scaldabagno elettrico, chiamato scaldabagno elettrico istantaneo. Questo va a produrre acqua calda in maniera certamente più rapida, però a fronte di consumi più elevati.

Conclusione

Le variabili in gioco sono certamente tante, ma in linea di massima possiamo dire che è preferibile adoperare una caldaia a gas sia per le prestazioni che per il risparmio economico che questa riesce a garantire.

Inoltre i modelli moderni di caldaie a gas hanno raggiunto dei livelli di efficienza davvero elevati ed in particolare le caldaie a condensazione riescono anche ad abbattere notevolmente le percentuali di inquinamento immesse nell’aria, il che va tutto vantaggio dell’ambiente.

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Mutui: i tassi superano il 2%

Dopo un periodo di tassi applicati ai mutui prossimi allo zero, nell’ultimo periodo hanno ripreso a salire, superando, nel caso di quelli indicizzati a tasso fisso, la soglia del 2%. Ma quanto incide, o inciderà, sulle tasche degli italiani che intendono acquistare un’abitazione E in che modo i consumatori possono tutelarsi? Dall’analisi dell’Osservatorio di Facile.it, relativa al confronto tra aprile 2022 e aprile 2021, emerge innanzitutto come vi sia un cambio dell’identikit del richiedente medio. Aumenta infatti la quota di Under 36 che hanno avviato le pratiche per ottenere un mutuo.
Inoltre, aumenta anche il peso percentuale delle richieste di finanziamento per l’acquisto della prima casa sul totale delle domande presentate. E anche in questo caso, il fattore determinante è l’incremento del numero di giovani richiedenti.

Tasso fisso: i valori dei migliori Taeg offerti al cliente sono cambiati

Come sono cambiati, da gennaio a oggi, i valori dell’indice EURIRS e dei migliori Taeg offerti al cliente? L’EURIRS (20 anni) è passato da 0,60 (4 gennaio 2022) a 1,97 (9 maggio 2022), mentre il tasso fisso al cliente (miglior Teag) è salito da 1,21% (gennaio 22) a 2,12% (maggio 22). Per chi ha già sottoscritto il mutuo a tasso fisso non cambia nulla, per chi invece deve sottoscriverlo oggi, le differenze sono importanti. Prendendo in considerazione un mutuo fisso di 126.000 euro da restituire in 25 anni (LTV 70%), a gennaio 2022 la rata mensile disponibile col miglior Taeg a tasso fisso era di 483 euro, mentre a maggio 2022 è arrivata a 528 euro: 45 euro in più al mese e 13.500 euro in più di interessi per tutta la durata del finanziamento.

Tasso variabile: torna a essere un’alternativa interessante

Per quanto riguarda il tasso variabile, l’EURIBOR a 3 mesi è passato da -0,57 (4 gennaio 2022) a -0,40 (9 maggio 22) e i tassi proposti all’aspirante mutuatario (miglior Taeg) sono variati da 0,72% (gennaio 22) a 0,75% (maggio 22). Considerando un mutuo di 126.000 euro da restituire in 25 anni (LTV 70%), lo scorso gennaio la rata mensile disponibile col miglior Taeg era di 456 euro, valore rimasto invariato anche a maggio. Il tasso variabile, quindi, torna a essere un’alternativa interessante rispetto a quello fisso, dal momento che la rata di partenza è inferiore di 72 euro.

Difficile fare previsioni sul fronte del mercato immobiliare

Per i tassi fissi, guidati dall’IRS, bisogna guardare all’andamento del Bund tedesco, mentre per quelli variabili, guidati dall’Euribor, sarà determinante la politica monetaria della BCE, e l’eventuale decisione di aumentare il costo del denaro.
Difficile fare previsioni sul fronte del mercato immobiliare, il primo a essere impattato dai movimenti degli indici legati ai muti. Se da un lato l’aumento dei tassi potrebbe incidere negativamente sulla richiesta di case, che alla lunga, potrebbe tradursi in un calo dei prezzi, dall’altro lato va evidenziato che in momenti di instabilità il ‘mattone’ diventa per tanti un bene rifugio, e questo potrebbe avere un effetto opposto sui prezzi. Ma sarà anche fondamentale guardare a come cambieranno le prospettive di crescita economica del Paese per i prossimi mesi.

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In due anni raddoppia il mobile messaging dalle software house

In questi ultimi due anni, la crescita dell’e-commerce, dello smart working e dei servizi di delivery ha portato con sé la necessità di comunicare in modo efficace e rapido in diverse situazioni. Complici anche la pandemia e i cambiamenti negli stili di vita, l’impiego di soluzioni di mobile messaging da parte delle software house è quasi raddoppiato. Da parte degli utenti è infatti aumentata notevolmente la richiesta di integrare soluzioni di mobile messaging all’interno di gestionali e altri applicativi.

Nel 2021 sono stati inviati oltre 96 milioni di messaggi
In base ai dati di Esendex, business provider per le soluzioni per la comunicazione mobile, nel 2021 sono stati inviati dalle software house oltre 96 milioni di messaggi, con un incremento superiore al 180% rispetto al periodo precedente la pandemia.
Nell’ultimo periodo in effetti sono aumentate anche le occasioni in cui occorre comunicare in modo veloce ed efficace con la clientela, e di conseguenza è significativamente cresciuta anche la domanda di poter integrare all’interno di gestionali e altri applicativi soluzioni di mobile messaging.

Notifiche, reminder, sicurezza e promozioni
Analizzando i dati più in profondità, emerge che il massiccio utilizzo da parte delle software house di strumenti di comunicazione mobile, tra cui SMS, omnichannel chat e altri, nel 37,7% dei casi è stato relativo all’invio di notifiche e reminder, come, ad esempio, promemoria di appuntamenti, aggiornamenti su servizi, conferme di ordini e avvisi di consegna.
Oltre a notifiche e promemoria, il boom dell’utilizzo del mobile messaging è legato poi anche al costante aumento dei messaggi con i codici per l’autenticazione a due fattori, password o altre comunicazioni nell’ambito della sicurezza, che rappresentano un buon 20,07%. A questi, fanno seguito i messaggi per promuovere le flash sales, gli inviti a eventi e le attività di drive to store e drive to web, che insieme rappresentano il 18,14% del totale.

Gestire la comunicazione mobile dall’interno dei gestionali
“Negli ultimi due anni, a seguito della forte crescita dell’e-commerce, dello smart working e dei servizi di delivery, chi si occupa di sviluppo software ha assistito a un notevole incremento delle richieste dei clienti di poter gestire la comunicazione mobile dall’interno dei loro gestionali, facendo esplodere la domanda delle nostre soluzioni – dichiara Carmine Scandale, Head of Sales di Esendex Italia -. Per le software house rappresentiamo da sempre un partner strategico poiché consentiamo loro di garantire l’affidabilità e i livelli qualitativi che solamente il leader a livello europeo nell’ambito della messaggistica è in grado di poter offrire. A tutto ciò si aggiunge la tranquillità di poter contare su API rest universali costantemente aggiornate, e grazie ai nostri server server ridondanti su due serverfarm, anche sui più elevati livelli di sicurezza”.

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La conoscenza dell’inglese sempre più importante per trovare lavoro

Ma dove vai se l’inglese non lo sai? Potrebbe essere questo il nuovo motto di chi cerca un lavoro in Italia. Anche nel nostro Paese, infatti, la conoscenza dell’inglese è una competenza sempre più richiesta da chi offre possibilità d’impiego. Questa competenza è particolarmente richiesto nel settore delle vendite (14%), nei mestieri specializzati (13%) e nell’hospitality ed eventi (11%). Per quanto concerne la richiesta di conoscenza dell’inglese, il divario tra Nord e Sud del Paese è molto ampio. È quanto emerge dallo studio condotto da Ef English Live – fa parte di EF Education First, l’azienda privata specializzata nel settore della formazione internazionale – che ha raccolto e analizzato circa 10.200 annunci di lavoro dai principali siti italiani che inserivano l’inglese tra le top competenze richieste. Sono stati analizzati in profondità ruoli, posizioni e anzianità in maniera tale da individuare i settori in cui questa lingua universale richiede maggiore utilizzo. Si tratta di uno studio dettagliato con l’obiettivo di avere una panoramica delle competenze richieste, tenendo presente anche il fattore geografico, e quindi in quali regioni italiane c’è più richiesta di conoscenza dell’inglese.

Una lingua universale e trasversale

Negli ultimi anni, si è data per scontata la conoscenza della lingua inglese, ma probabilmente senza andare a fondo su quelli che sono i ruoli in cui è particolarmente richiesto. E se appare ormai quasi un requisito naturale per un addetto al marketing, sorprende come sia sempre più richiesto per un impiegato amministrativo, al primo posto della speciale graduatoria di EF English Live, con almeno un livello intermedio (nel 59% dei casi). Probabilmente questo accade per via della globalizzazione e dell’ampliamento del mercato. Lo stesso accade agli sviluppatori, sempre più alle prese con un linguaggio tecnico in lingua inglese. Sul podio anche i tecnici di manutenzione: avendo a che fare con macchinari o strumentazioni provenienti dalle grandi fabbriche, hanno istruzioni e comandi nella lingua universale. Il livello desiderato per la maggior parte dei ruoli ricoperti da amministrativi, sviluppatori e tecnici è quello medio. Se prendiamo in considerazione il quadro europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue, il livello richiesto è compreso tra il B1 e il B2. Per quanto riguarda i livelli più alti di conoscenza della lingua, ovvero il livello C1 e C2, vanno prese in considerazione quelle professioni quali: ingegnere (professione in forte sviluppo e che richiede sempre più competenze linguistiche), lavoratori del marketing e receptionist.

La regione che più chiede la conoscenza dell’inglese? L’Emilia Romagna 

Un dato racconta il primato del settore vendite. Secondo lo studio di EF English Live infatti, in questo ramo c’è una probabilità tre volte più alta che l’inglese venga richiesto come requisito fondamentale rispetto al settore IT, in particolare al nord con il 62% dei casi. Anche per i mestieri qualificati è particolarmente richiesta la conoscenza della lingua più parlata al mondo. Anche qui il nord fa la parte del leone: 61% contro il 14% del sud e il 25% del centro Italia. Segue poi il settore dell’hospitality e degli eventi: l’11% dei 1168 annunci analizzati pone come requisito fondamentale la conoscenza dell’inglese.
È l’Emilia Romagna la regione in cui è più richiesta la lingua inglese: sono stati analizzati 1077 annunci, l’11% dei quali ne richiedeva la conoscenza. Sul podio fa notizia l’assenza della Lombardia: ci sono Piemonte (10% su 1046 annunci) e Toscana (10% su 1031). In coda Calabria, Valle d’Aosta e Basilicata (unica regione a 0%). Dati che probabilmente sono condizionati da una minore offerta di lavoro e prevalentemente legata a mestieri in cui l’inglese non è particolarmente utilizzato.

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Le aziende credono nella digital transformation

A causa della crisi nel reperimento delle materie prime molti settori industriali stanno rallentando la produzione. Oltre a mercati resi incerti dalla guerra in corso, lo scenario si complica per la coda lunga della crisi pandemica e i primi segnali di inflazione. Ma digital transformation e green revolution sono i trend che guidano il mondo dell’impresa nel 2022. Sul primo fronte le aziende venete, campioni di un’analisi, hanno iniziato a lavorare e a investire da molto tempo, mentre sulla sostenibilità si è partiti più di recente, ed è questo il focus per i prossimi anni. È quanto emerge da uno studio condotto da Fòrema, ente di formazione di Assindustria VenetoCentro, su un campione di 172 aziende venete, piccole, medie e grandi.

Come cambierà l’impresa nei prossimi tre anni?

Ma come cambierà l’azienda nei prossimi tre anni in termini di attività, funzioni e relazioni organizzative? Il 30% delle aziende intervistate, in maggioranza appartenente al settore industriale e metalmeccanico, prevede un aumento delle attività, e il 17% si aspetta un cambiamento radicale dell’azienda, contro il 16% che si aspetta una struttura organizzativa sostanzialmente simile a quella attuale. In termini assoluti prevale l’aspettativa di prossime modifiche a processi, attività e modelli di lavoro (15%), e solo il 2% dichiara di non essere in grado di fare previsioni. Le grandi aziende prospettano trasformazioni più radicali rispetto alle Pmi, sia in termini quantitativi (aumento di funzioni/attività o focalizzazione) sia qualitativi (nuovi processi e relazioni).

Si punta a nuove professionalità

Per affrontare la situazione, le aziende puntano a nuove professionalità. In molti stanno assumendo nuovi Chief Technology Officer-IT manager, tecnici capaci di individuare le migliori tecnologie da applicare ai prodotti o ai servizi che l’azienda produce. Anche i Digital manufacturing manager sono profili su cui puntano le imprese, profili che nei processi produttivi sappiano usare le innovazioni.
Su tutte, però, emerge l’attenzione per figure capaci di riprogettare e pianificare la produzione e la gestione dei flussi di materiali in ingresso e in uscita sulle linee produttive. In questo periodo di crisi dei costi dei materiali sono infatti figure fondamentali per mantenere redditizio il ciclo produttivo.

Digitalizzazione e sostenibilità

In tema di digitalizzazione, il 52% delle aziende dichiara di aver già realizzato interventi formativi per adeguare le competenze in ambito digitale. Solo il 25% dichiara azioni scarse o nulle in quest’ambito.
I processi di digitalizzazione hanno coinvolto la maggior parte delle aziende intervistate, anche se tali processi riguardano prevalentemente i settori progettazione e direzionale, e in minor parte i profili più operativi. Sul tema della sostenibilità, invece, meno della metà delle aziende (42%) dichiara di aver realizzato azioni specifiche per dotarsi di competenze per una maggiore sostenibilità d’impresa. Di queste, il 15% parla di azioni complete e concluse, e il restante 27% riferisce azioni incomplete.
Il campione di aziende che invece dichiara di non aver ancora fatto nulla in tema di sostenibilità si attesta al 37%.

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Telefonia, il 61% italiani ha ancora il telefono fisso in casa

È vero che lo smartphone ha soppiantato il telefono fisso? Il ‘fisso’ è considerato un oggetto ormai obsoleto oppure non abbiamo rinunciato del tutto all’apparecchio con filo e cornetta? A quanto pare non tutti gli italiani utilizzano esclusivamente lo smartphone per comunicare. Se infatti in molti lo considerano un oggetto di altri tempi, sono più di 26,5 milioni gli italiani, precisamente il 60,8%, che a oggi in casa hanno ancora il telefono fisso. Il motivo? Il cellulare potrebbe rompersi, o essere spento, e per qualcuno il fisso è utile per le chiamate di emergenza. Lo ha scoperto l’indagine commissionata da Facile.it agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat.

Lo si usa in caso di emergenza o per comunicare con i contatti più stretti 

L’indagine è stata svolta tra il 21 e il 23 gennaio 2022 attraverso la somministrazione di 1.009 interviste CAWI a un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana adulta residente sull’intero territorio nazionale. E analizzando i dati dell’indagine, risulta che se quasi il 61% degli intervistati possiede il telefono fisso oggi la sua funzione, almeno parzialmente, è cambiata o addirittura invertita rispetto a quella del cellulare.
“Chi continua a tenere in casa il fisso lo fa principalmente per ragioni di sicurezza in caso di emergenza (41%), o come mezzo di comunicazione riservato a pochi intimi (28%)”, ha spiegato Mario Rasimelli, Managing Director Utilities di Facile.it.

È ancora presente nelle case degli over 65

“Insomma, un tempo i contatti stretti erano gli unici a cui davamo il numero di cellulare, oggi sono i soli che possono raggiungerci anche quando il nostro smartphone è spento”, ha aggiunto Mario Rasimelli.
Guardando più da vicino i risultati dell’indagine, emerge inoltre che il telefono fisso è presente in misura maggiore nelle case degli over 65, in particolare, nel 78% dei casi, mentre a livello territoriale, i più affezionati al telefono ‘tradizionale’ sono risultati i residenti al Sud e nelle Isole (64%).

Perché si rinuncia a filo e cornetta?

Ma cosa ha determinato la scelta di quei 17 milioni di italiani che hanno rinunciato a filo e cornetta?
Nel 59% dei casi chi ha scelto di eliminare il telefono fisso lo ha fatto per ragioni economiche, nel 45% dei casi per sostituirlo con il cellulare, e il 19% degli intervistati ha affermato di averlo sostituito per non essere disturbato a casa dalle chiamate da parte dei call center.

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Percezioni e abitudini sulla salute nel mondo

WIN International, di cui fa parte BWA Doxa, ha diffuso i risultati dell’Annual WIN World Survey – WWS 2021, il sondaggio sulla percezione e le abitudini relative alla salute, che ha coinvolto 33.236 persone in 39 Paesi. A livello mondiale, nel 2021 la percezione sullo stato generale della propria salute registra un lieve calo rispetto al 2020 (dal 79% al 77%), ma gli uomini si percepiscono più in salute (80%) rispetto alle donne (75%). In Italia l’83% della popolazione si dichiara abbastanza o molto in salute, un dato superiore a quello di altri Paesi europei, come Spagna (74%), Germania (70%), Regno Unito (63%), e superiore dell’11% rispetto alla media europea (72%). Secondo l’OMS, c’è disuguaglianza nell’accesso ai servizi e negli stili di vita, legati a variabili socio-economiche e alle condizioni del luogo in cui si è nati.

La pandemia influisce sulla salute mentale

Mentre quasi tutte le abitudini erano già state incluse nei precedenti sondaggi e possono quindi essere confrontate con i risultati passati, ‘mangiar sano’ è una nuova abitudine aggiunta. Nonostante siano trascorsi più di due anni dall’inizio della pandemia, non ci sono cambiamenti significativi rispetto agli anni precedenti nelle abitudini prese in considerazione. Tuttavia, la pandemia potrebbe aver influito sulla salute mentale. Il numero di persone che soffre di stress negli ultimi 2 anni è aumentato, seppur lievemente, passando dal 30% del 2019 al 33% del 2021.

Mangiar sano ed esercizio fisico

Il 67% degli intervistati, in maggioranza donne, e il 67% degli europei, afferma di mantenere una sana alimentazione quotidiana, così come gli ultra 65enni (76%), e i 55-64enni (69%). In Italia il 77% afferma di seguire una dieta salutare, una delle percentuali più alte in Europa, seconda solo alla Spagna (84%). Il 40% degli intervistati globali afferma poi di fare esercizio fisico in maniera costante, un dato che conferma un trend in crescita (37% nel 2019 e 39% nel 2021). Gli uomini più delle donne (43% vs 37%), mentre gli italiani che fanno esercizio fisico (38%) sono inferiori rispetto alla media generale (40%) e a quella europea (42%).

Stress, fumo, consumo di alcolici

Oggi sempre più persone affermano di soffrire lo stress, soprattutto le donne (38%), chi ha redditi più bassi (37%) e gli studenti (40%). I Paesi dell’area MENA (42%) e l’Europa (35%) registrano le percentuali più alte. Il dato Italia (40%) è più alto della media europea. A livello globale il 74% dichiara poi di non fumare o farlo occasionalmente. Gli uomini sono più fumatori delle donne (22% vs 13%), e in Italia i fumatori sono il 21%, in linea con la media europea (20%). Nonostante il consumo indiscriminato di alcolici sia associato a diverse malattie è un’abitudine ampiamente diffusa in molti Paesi, come il Giappone (46%). Gli uomini che dichiarano di bere sono quasi il doppio rispetto alle donne (20% vs 11%). In Europa lo dichiara il 20%, mentre in Italia lo afferma il 15%.

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