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Linfodrenaggio manuale: perché dovresti provarlo

Il linfodrenaggio manuale, noto anche come drenaggio linfatico manuale, è uno specifico tipo di massaggio che va ad agire sulla circolazione linfatica, migliorandola.

Il compito della circolazione linfatica del nostro corpo è quello di trasportare la linfa in maniera efficace, e ricordiamo che essa deriva da quel liquido presente tra le cellule dei tessuti denominato liquido interstiziale.

Quando il sangue scorre nei capillari, una piccola parte del plasma va a filtrare le pareti dei tessuti fino a raggiungere il cosiddetto interstizio. I capillari vanno a riassorbire la maggior parte del plasma che ritorna così in circolo, mentre la rimanente parte resta proprio nell’interstizio dando così vita alla linfa.

Il cammino della linfa all’interno del corpo umano è simile a quello che effettua il sangue con il sistema cardiocircolatorio, con una differenza sostanziale.

Per quanto riguarda il sangue è il cuore a funzionare come una pompa per il suo percorso all’interno del corpo, mentre lo scorrere della linfa è dovuto ai muscoli che spremono i vasi linfatici spingendola di fatto da un punto all’altro.

A cosa serve il linfodrenaggio manuale?

Il linfodrenaggio manuale ha la facoltà di favorire il processo di scorrimento della linfa all’interno del sistema linfatico, ed è una pratica particolarmente indicata nel caso in cui si vogliano trattare degli edemi legati ad una situazione traumatica o post-operatoria, ad esempio, ma non solo.

Tale tecnica è indicata anche per il trattamento della cellulite, così come varie patologie linfoedematose.

Volendo sintetizzare possiamo elencare in questa maniera quelli che sono i benefici del linfodrenaggio manuale:

  • Miglioramento della circolazione
  • Trattamento degli edemi
  • Trattamento di ferite post operatorie o dovute a trauma
  • Cura della cellulite
  • Cicatrizzazione delle ferite
  • Effetto rilassante e rigenerante

Affinché tale massaggio possa essere veramente efficace e benefico per il paziente è necessario che chi effettua il trattamento abbia specifiche competenze, esperienza in questo particolare ambito e possibilmente l’aver frequentato specifici corsi di massoterapia grazie ai quali poter comprendere e mettere a punto le tecniche di manipolazione più efficaci.

Come si effettua il linfodrenaggio manuale?

Dato che i vasi linfatici sono particolarmente delicati e sensibili, non è necessario applicare particolare forza, ma al contrario è sufficiente effettuare dei movimenti ripetuti in maniera lenta e dolce.

In particolar modo il metodo di linfodrenaggio manuale più famoso è quello che si chiama Vodder e prende il nome dalla persona che lo ha messo a punto.

Adoperando questo metodo si vanno a compiere dei delicati massaggi sulla pelle, dalla periferia in direzione del tronco, in maniera tale da aiutare la linfa nel compiere il suo percorso.

A seguito di tale azione vi sono delle specifiche operazioni che servono a svuotare le sacche in cui la linfa si va a raccogliere.

Ci sono delle controindicazioni?

Ci sono alcune controindicazioni da tenere in considerazione quando si parla di linfodrenaggio manuale.

La prima da ricordare è che il linfodrenaggio manuale non è indicato in tutti quei casi in cui ci si sta curando da un tumore oppure ci sono infezioni acute, insufficienza renale o cardiaca, asma bronchiale e bronchite.

Il linfodrenaggio manuale non è consigliato anche in casi in cui ci sono delle macchie della pelle, soggetti interessati da ipertiroidismo, ipotensione e flebiti.

 In caso di dubbio dunque, è bene sempre chiedere prima al proprio medico così da avere la certezza di potersi sottoporre tranquillamente a questo tipo di trattamento e di poter usufruire di tutti i benefici che esso offre.

Conclusione

Il linfodrenaggio manuale è un trattamento in grado di risolvere parecchi problemi di salute, soprattutto quelli legati a situazioni traumatiche o post-operatorie che riguardano l’apparato muscolo-scheletrico.

Affinché questo possa offrire i frutti sperati è bene affidarsi alle mani di uno specialista con esperienza nel settore, e sentire il proprio medico in caso di dubbi.

Ingaggiare un investigatore privato per scovare i casi di assenteismo?

Il fenomeno dell’assenteismo è purtroppo è ampiamente diffuso nel nostro paese. Parliamo di quel malcostume per il quale una persona si assenta in maniera arbitraria ed ingiustificata dal luogo di lavoro per recarsi altrove e svolgere delle attività personali che nulla hanno a che vedere con il proprio lavoro e le relative mansioni.

Sempre più vengono alla cronaca episodi di assenteisti che vengono scoperti e licenziati. Nonostante questo però, per tante persone la tentazione di fare altro proprio nel momento in cui si dovrebbe svolgere il lavoro per il quale si viene pagati, è troppo forte.

Un fenomeno che incide sulla produttività

Si tratta chiaramente di un fenomeno che ha dei risvolti negativi per le aziende o le amministrazioni che ne sono interessate. Infatti a causa dell’ assenteismo cala notevolmente il livello di produzione e di conseguenza diminuisce la qualità dei servizi offerti al pubblico o agli utenti.

Per questo motivo tantissime aziende, realtà commerciali e amministrazioni pubbliche stanno ricorrendo ai ripari per trovare la soluzione che consenta di scovare eventuali assenteisti nel proprio organico.

Da questo punto di vista, rivolgersi ad un’agenzia investigativa è la soluzione migliore perché consente di arrivare rapidamente alla verità e dunque poter scoprire se tutti i propri dipendenti siano effettivamente dei lavoratori modello o meno.

Bisogna considerare infatti, che per gli altri dipendenti il sapere che un investigatore privato è stato ingaggiato per verificare che tutti svolgano bene il proprio lavoro, è un importante deterrente per tutti quei lavoratori che in realtà pensano anche loro di raggirare l’azienda per la quale lavorano.

Dunque rivolgendoci ad un’agenzia investigativa andremmo ad individuare eventuali lavoratori infedeli e soprattutto riusciremmo a far spegnere sul nascere eventuali desideri di assentarsi durante l’orario lavorativo da parte di altri dipendenti.

Un servizio che migliora la produttività

Dobbiamo tener conto del fatto che i dipendenti assenteisti contribuiscono chiaramente a far diminuire la quantità e la qualità del lavoro erogato, dato che coloro i quali invece rimangono si trovano a dover svolgere una mole di lavoro superiore.

Certamente in questa maniera ne risente la capacità dell’azienda o pubblica amministrazione di poter erogare prodotti o servizi all’altezza delle aspettative dei propri clienti o utenti.

A questo si associa una maggiore sensazione di frustrazione percepita dai dipendenti che invece si presentano regolarmente sul posto di lavoro e devono affrontare un carico di impegni maggiore, proprio a causa degli assenteisti.

Come si può licenziare un eventuale lavoratore infedele?

La legge prevede che il datore di lavoro possa licenziare un dipendente infedele, a patto però che vengano prodotte le prove inconfutabili che solo un investigatore privato può produrre.

Un investigatore privato agisce con la massima discrezione e serietà, riuscendo a non farsi notare mentre verifica quelle che sono le abitudini dei dipendenti sul luogo di lavoro ed individuare eventuali assenteisti e comportamenti fraudolenti producendo tutte le prove che l’azienda potrà adoperare in sede legale per giustificare il licenziamento.

Tra queste prove ci sono chiaramente quelle che includono foto e video che mostrano eventuali comportamenti anomali da parte dei lavoratori.

Ogni investigatore privato adopera tecniche di investigazione efficaci e si avvale dell’utilizzo di moderni strumenti che consentono di arrivare alla verità in maniera discreta e riservata.

Qualsiasi assenza ingiustificata dal luogo di lavoro potrà dunque essere impugnata dall’azienda o pubblica amministrazione, e poter così procedere con un eventuale licenziamento per giusta causa.

Grazie infatti alle prove raccolte dall’investigatore privato sarà possibile poter dimostrare nelle sedi opportune il comportamento fraudolento da parte del dipendente e dunque il venir meno del rapporto di fiducia con l’azienda.

Meglio la caldaia o lo scaldabagno?

Sono in tanti a chiedersi se sia meglio utilizzare la caldaia o lo scaldabagno per ottenere acqua calda sanitaria in casa.

Chiaramente, dietro questa domanda si cela la necessità ed il desiderio di individuare la soluzione che consente di ottenere il massimo del risultato con un buon risparmio a livello energetico e di consumi.

Tutti chiaramente sappiamo che, è importante premetterlo per gli utenti meno esperti, che una caldaia tradizionale è alimentata dal gas mentre lo scaldabagno elettrico è invece alimentato tramite la corrente elettrica di casa.

Caldaia e scaldabagno: quali le differenze?

Sebbene entrambi i dispositivi consentano di ottenere dell’acqua calda in casa, si parla di acqua calda sanitaria e dunque di quella necessaria per lavarci o per cucinare.

Lo scaldabagno però, non è in grado di produrre l’acqua calda che ci serve per riscaldare i termosifoni.

Per cui lo scaldabagno potrebbe essere la soluzione ideale solo nel caso in cui tu abbia bisogno di produrre acqua calda sanitaria ma non quella necessaria al riscaldamento della casa.

Perché la caldaia è la soluzione ideale?

Principalmente possiamo dire che la caldaia è la soluzione ideale perché un unico dispositivo ti consentirebbe di avere sia acqua calda per uso sanitario per cucinare che il riscaldamento dell’appartamento tramite i termosifoni o radiatori.

Ci sono comunque anche altri vantaggi per i quali faresti bene a propendere per una caldaia.

Considera ad esempio, che il gas costa meno dell’ energia elettrica, per cui ottenere dell’acqua calda per la doccia costerà certamente meno rispetto lo scaldabagno elettrico, il quale ha bisogno di lavorare anche per qualche ora di seguito prima di poter produrre l’acqua calda necessaria per poterci lavare.

Tieni a mente questo soprattutto se la famiglia è numerosa e dunque più persone potrebbero avere necessità di fare la doccia una dopo l’altra.

La caldaia continua ad essere la soluzione da preferire anche nel caso in cui tu abbia una famiglia non numerosa ed un sistema di riscaldamento autonomo.

Per scegliere il modello adatto di caldaia da preferire, ci sono alcuni parametri in gioco quali le dimensioni dell’appartamento ed il numero dei componenti della famiglia. Per questo fai bene a chiedere al tuo tecnico di installazione caldaie di fiducia, lui saprà consigliarti certamente al meglio.

Ci sono dei casi in cui è da preferire lo scaldabagno?

Il classico scaldabagno elettrico potrebbe essere da preferire nel momento in cui la tua sia una piccola abitazione ed il nucleo familiare composto da non più di due o tre persone.

In quel caso infatti, un piccolo scaldabagno sarebbe sufficiente a generare l’acqua calda sanitaria necessaria, mentre le ridotte dimensioni dell’appartamento fanno sì che questo sia facile da riscaldare anche con metodi alternativi ai radiatori.

Potrebbe essere una buona idea quella di utilizzare uno scaldabagno elettrico anche per la seconda casa, e dunque un appartamento dove ci si reca soltanto per un paio di settimane l’anno e quindi in cui non è necessario avere prestazioni particolarmente elevate.

In alcuni casi potrebbe essere utile anche adoperare un nuovo modello di scaldabagno elettrico, chiamato scaldabagno elettrico istantaneo. Questo va a produrre acqua calda in maniera certamente più rapida, però a fronte di consumi più elevati.

Conclusione

Le variabili in gioco sono certamente tante, ma in linea di massima possiamo dire che è preferibile adoperare una caldaia a gas sia per le prestazioni che per il risparmio economico che questa riesce a garantire.

Inoltre i modelli moderni di caldaie a gas hanno raggiunto dei livelli di efficienza davvero elevati ed in particolare le caldaie a condensazione riescono anche ad abbattere notevolmente le percentuali di inquinamento immesse nell’aria, il che va tutto vantaggio dell’ambiente.

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Mutui in Europa: Italia bene sui tassi variabili, meno sui fissi

Come sono i mutui in Italia rispetto a quelli degli altri Paesi d’Europa? Convenienti in particolare le condizioni per quelli variabili: lo riferisce una recentissima analisi di Facile.it e Mutui.it. Discorso completamente diversi per i tassi fissi, sempre secondo il report, che evidenzia che siano peggiori, ad esempio, se confrontati con quelli di Francia, Spagna, Portogallo e molti altri. L’indagine si basa sulla rilevazione dell’andamento degli indici registrati online in 12 Paesi a inizio settembre, considerando una richiesta di finanziamento di 120.000 euro da restituire in 20 anni per acquistare un immobile del valore di 180.000 euro. 

L’andamento dei mutui

Guardando al tasso fisso, in Italia questo tipo di finanziamento viene proposto con un TAN a partire dal 2,89%, valore in netto aumento rispetto allo scorso anno, quando gli indici partivano intorno allo 0,80%. Se dodici mesi fa gli aspiranti mutuatari italiani potevano godere dei tassi fissi più bassi tra quelli rilevati, oggi, rispetto ai Paesi UE analizzati, l’Italia si posiziona nei gradini bassi della classifica; solo Grecia e Germania fanno peggio, con indici fissi che partono, rispettivamente, da 3,20% e 3,12%. Valori nettamente migliori per Spagna e Portogallo, stati che tradizionalmente avevano tassi simili ai nostri e che invece oggi offrono indici più bassi; i TAN rilevati partono, rispettivamente, da 2% e 2,10%. Situazione ancor più rosea per gli aspiranti mutuatari della Francia, che possono accedere alle migliori condizioni tra quelle offerte dai Paesi oggetto di analisi, con TAN fissi che partono addirittura da 1,80%.

Meglio in Svizzera, peggio nel Regno Unito

Allargando l’analisi all’Europa geografica emerge un quadro variegato: in Svizzera, ad esempio, i TAN sono inferiori a quelli italiani e, per un tasso fisso, partono da 2,48%, mentre va decisamente peggio oltremanica, nel Regno Unito, dove partono da 3,76%. Sul fronte del tasso variabile (considerando sempre il TAN), invece, l’Italia mantiene il suo primato e nessuno, tra i Paesi analizzati, offre un tasso iniziale migliore. Nel Belpaese i tassi partono da 1,32%, mentre fuori dai confini nazionali gli indici sono più alti; 1,87% in Portogallo, 2% in Svizzera, 2,34% nel Regno Unito. Va detto però che, a differenza del fisso, le distanze tra i Paesi rispecchiano solo la prima rata e, considerata la variabilità dei tassi, potrebbero modificarsi nel tempo a seconda dell’andamento dell’indice a cui ciascun mutuo è collegato.

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Imprese e lavoro: mancano candidati per 227mila assunzioni 

Nel mese di settembre le assunzioni per cui le imprese dichiarano difficoltà di reperimento salgono a 227mila. Le cause prevalenti? Si confermano la ‘mancanza di candidati’ (27,8%) e la ‘preparazione inadeguata’ (11,9%), e il mismatch riguarda soprattutto gli operai specializzati (56,8%), i conduttori di impianti fissi e mobili e le professioni tecniche (47%).  Le figure di più difficile reperimento sono invece Meccanici artigianali, montatori, riparatori e manutentori (65,8%), Artigiani e operai specializzati nelle costruzioni (65,6%), ma anche tecnici in campo ingegneristico (64,1%), tecnici della gestione dei processi produttivi di beni e servizi (59,9%), tecnici della salute (54,5%), specialisti in scienze matematiche, informatiche, chimiche, fisiche e naturali (53,3%) e ingegneri (46,5%). A delineare questo scenario è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal. 

In leggero calo le assunzioni previste

A incontrare le maggiori difficoltà di reperimento sono le imprese delle regioni del Nord-Est, dove sono difficili da reperire il 49% delle figure ricercate, seguite da Nord-Ovest (43%), Centro (42,1%), Sud e Isole (39,3%). Secondo Excelsior sono 524mila i lavoratori ricercati dalle imprese per il mese di settembre, 2mila in meno (-0,4%) rispetto a quanto programmato un anno fa. In frenata il comparto manifatturiero (-13,6%, 15mila posti in meno rispetto a settembre 2021) e soprattutto il commercio (-30,0%, -25mila). Su queste dinamiche sta incidendo il continuo rialzo dei costi dell’energia e delle materie prime, con i relativi effetti su inflazione e consumi. Per quanto riguarda il trimestre settembre-novembre 2022, le assunzioni previste superano di poco 1,4milioni, -3,0% rispetto al 2021.

Mismatch tra domanda e offerta: +7% rispetto al 2021

La difficoltà di reperimento interessa il 43,3% delle assunzioni programmate (+7% rispetto a settembre 2021), quando il mismatch tra domanda e offerta era pari al 36,4% dei profili ricercati. Quasi un’assunzione su tre (31,7%) riguarda giovani fino a 29 anni d’età. Continua però l’andamento positivo delle costruzioni: 57mila le entrate programmate nel mese (+37,3% annuo), e 154mila per il trimestre settembre-novembre (+30,4%). Sono negative invece le previsioni per la maggior parte dei comparti manifatturieri, che stanno programmando 99mila entrate nel mese e 275mila nel trimestre, con una flessione tendenziale rispettivamente del -13,6% e -13,4%.

Settori in frenata per Industria e Servizi

Tra i settori in frenata, soprattutto le Industrie tessili, dell’abbigliamento e calzature (-31,8% annuo e -31,2% nel trimestre), le Industrie metallurgiche e dei prodotti in metallo (-27,4%, -25,6%), le Industrie meccaniche ed elettroniche (-18,2%, -19,9%) e le Industrie della carta, cartotecnica e stampa (-11,4%, -14,6%). Sono invece 368mila i contratti di lavoro programmati dalle imprese dei servizi (-0,5% su settembre 2021), e oltre 976mila quelli previsti per il trimestre (-3,7% sull’analogo trimestre del 2021). Il dato negativo è imputabile soprattutto alla contrazione del commercio (-30% e -33,0%), seguito dai servizi media e comunicazione (-5,4% e -2,0%).

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Lavoro e Metaverso: quali sono le figure professionali del futuro?

È possibile pensare al Metaverso come a una rete di mondi virtuali tridimensionali, all’interno dei quali gli avatar (e ogni persona che vi accederà avrà un avatar) potranno interagire tra loro, parlare, discutere di un nuovo progetto, condividere informazioni o fare affari. Attualmente l’impatto mediatico del Metaverso è maggiore rispetto a quello economico: lo ha sottolineato in occasione del Milano Marketing Festival, Sir Martin Sorrell, già fondatore di WPP nonché ceo di S4 Capital. Di fatto, le Big Tech, come Facebook o Microsoft stiano concentrando sempre più attenzioni e investimenti nello sviluppo di mondi virtuali. O, per l’appunto, di metaversi. E questi, quando si diffonderanno, cambieranno concretamente il modo di lavorare.

Nuove forme immersive di collaborazione

In un mondo in cui lo smart working è ormai parte della ‘normalità’, il Metaverso può rimodellare il concetto stesso di lavoro a distanza, creando nuove forme immersive di collaborazione. Il Metaverso, però, non si creerà e non si svilupperà da solo: parallelamente al suo impatto sul mondo del lavoro, questo nuovo universo virtuale impatterà anche sul mercato del lavoro, con l’aumento importante delle ricerche di figure ben definite.
“Non si tratterà della nascita da zero di nuove figure professionali – spiega Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, società internazionale di selezione del personale – quanto invece della specializzazione di figure già esistenti”.

Sviluppatori, ingegneri, designer, creatori digitali ed esperti di cyber security

“Prima di tutto – prosegue l’head hunter – serviranno professionisti in grado di costruire sia gli spazi virtuali sia i prodotti che li comporranno. Ecco allora che le aziende attive nel Metaverso avranno la necessità di poter contare su sviluppatori, ingegneri, designer e creatori digitali, tutti profili che nei prossimi anni saranno quindi ancora più ricercati di quanto avviene oggi”.
Il mondo virtuale del Metaverso non deve però essere unicamente creato, deve essere anche gestito e protetto, soprattutto dalle minacce esterne. Ecco quindi che il Metaverso incrementerà ulteriormente le ricerche di esperti di cyber security, “capaci di ridurre al minimo le falle degli spazi virtuali, per mettere al sicuro sia i dati dei singoli utenti del Metaverso sia quelli delle imprese”, sottolinea Adami.

Conseguenze importanti anche nel mondo del gaming e del turismo

“Sarebbe infine sbagliato pensare al Metaverso unicamente come a un luogo per ottimizzare il lavoro da remoto – puntualizza ancora Carola Adami -. Ci saranno conseguenze importanti anche nel mondo della socialità, del gaming e persino del turismo. Non è fantascienza: tra qualche anno potremmo effettivamente essere alla ricerca di architetti per la realizzazione di sale meeting virtuali, e allo stesso tempo, di consulenti di viaggio virtuali”. 

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Italiani più vecchi, ed è boom per le creme antietà

Se in piena pandemia i prodotti più usati erano quelli per disinfettare le mani, ora in calo del -33% di vendite nella grande distribuzione, levando le mascherine abbiamo visto quanto siamo invecchiati. Creme, maschere e gel antirughe nell’ultimo anno sono tra i preferiti nei carrelli della spesa degli italiani. Lo skincare è infatti una categoria tra le più vendute, e anche quella che sta subendo un veloce processo di ‘democratizzazione’ verso prezzi più bassi e qualità più elevata. I prodotti dedicati allo skincare pesano infatti per oltre il 17% dei consumi di cosmetici degli italiani, con 1.510 milioni di euro spesi e una crescita dei consumi del +9,3%. Lo segnalano gli analisti NielsenIQ che hanno partecipato alla presentazione del 54° rapporto annuale a cura del Centro Studi di Cosmetica Italia, l’associazione nazionale delle imprese cosmetiche.

Nuove marche si affacciano sul mercato

“Stiamo invecchiando – dichiara Alessandra Coletta, analista NielsenIQ – e nei prossimi dieci anni il cambiamento sarà ancora più evidente, con un picco che si sposterà a 56-70anni. Questo significa che le industrie beauty si dedicheranno sempre di più alle famiglie più vecchie e meno verso quelle con bambini”.
Nonostante le fragranze stiano trainando i fatturati in termini di valori in tutti i paesi europei, “si tratta di un effetto legato a diversi elementi, in primis l’aumento dei prezzi – precisa Sylvie Cagnoni, di NDP -. La vera rivelazione dell’anno sono i prodotti dello skincare, che in termini di volumi sono la categoria più dinamica, crescendo in termini di pezzi venduti con nuove marche e un posizionamento più democratico”.

La democratizzazione dello skincare si vede anche in profumeria

La cura della pelle è quindi al centro delle nostre attenzioni e trova risposte soprattutto sui social. TikTok, Instagram e Youtube sono le piattaforme più battute da influencer e celebrities per spiegare i vantaggi dei loro nuovi brand ‘democratici’. La democratizzazione dello skincare si vede anche in profumeria, trainata da nuovi brand, emergenti, innovativi e spesso ideati dalle celebreties che hanno invaso il mercato. Questo significa prezzi più bassi, ma anche creme originali, ben formulate ed efficaci, che si affiancano ai sieri di brand iconici riconosciuti in tutto il mondo, ma dai prezzi molto più alti, riporta Ansa.

Ingredienti e ‘ricerca’ scientifica i componenti fondamentali dei prodotti

Insomma, i nuovi brand specializzati in skincare stanno sfidando i marchi più rinomati puntando all’aspetto clinico, ovvero all’uso di ingredienti testati, con una solida base scientifica e clinica, frutto di tecnologia e ricerca. Ingredienti e ‘ricerca’ scientifica sono quindi le componenti fondamentali dei prodotti.
“Poi ci sono i prodotti ideati per pelli sensibili, per la difesa della pelle in città inquinate, contro le aggressioni climatiche – continua Cagnoni -. I nuovi sieri si fondono anche col make-up con la nascita di prodotti ad effetto ‘glow’, ibridi tra trattamento e trucco, che scalzano i classici fondotinta”.

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Meno meeting ma più mirati: così migliora l’efficienza aziendale

Se c’è un aspetto che la pandemia ha veramente rivoluzionato è la modalità del lavoro. Che da tradizionale, alla propria scrivania e in ufficio, è stato catapultato verso nuove formule, come lo smart working. Spesso rivelando che il “nuovo” è spesso più produttivo ed efficace di quello che ritenevano assodato. In sintesi, le aziende hanno dovuto adattarsi in fretta ai cambiamenti obbligati e, passata la tempesta, quelle più lungimiranti hanno esplorato le modalità in cui le attività di business potevano essere ripensate sulla base delle esperienze fatte. È interessante capire in che modo molte organizzazioni abbiano imparato a sfruttare questa situazione per cogliere l’opportunità di rinnovarsi e migliorarsi al fine di soddisfare le esigenze di clienti e dipendenti. Da una recente indagine interna realizzata da Verizon in collaborazione con Boston Consulting Group, ad esempio, emerge come, solo cambiando l’approccio con cui si svolgono i meeting, si possano ottenere grandi risultati in termini di produttività.

Il ruolo della tecnologia

Per far sì che le aziende affrontino efficacemente questi nuovi approcci al lavoro, è necessario disporre prima di tutto infrastrutture tecnologiche, standard di sicurezza e soluzioni adeguate, insieme alle competenze e alle risorse giuste, come sostiene Sampah Sowmyanarayan, Chief Revenue Officer di Verizon Business.
Inizialmente, il rapido passaggio a un modello di lavoro da remoto o distribuito è stato uno shock per il sistema, ma ora può essere visto dalle aziende come un’opportunità per plasmare il modo in cui i dipendenti adottano i nuovi strumenti e si adattano ai nuovi processi di collaborazione. Per avere un impatto significativo, non sono necessari grandi cambiamenti, bastano, invece, piccole azioni per fare una grande differenza, come ad esempio: adottare pratiche semplici e di impatto per migliorare le riunioni; pianificare meeting di 25 o 50 minuti con un orario di inizio ritardato di 5-10 minuti; indicare chiaramente lo scopo e l’ordine del giorno sull’invito alla riunione; rivalutare la necessità di riunioni periodiche ricorrenti; verificare la reale necessità dei meeting e la possibilità di sostituirli con modalità di lavoro asincrone, ad esempio e-mail, chat, documenti condivisi o revisione offline.

Vietato perdere tempo

Nel corso dell’indagine interna, portata avanti per un mese, Verizon Business ha analizzato le abitudini relative alla partecipazione ai meeting di un team di circa 150 dipendenti, monitorando i risultati relativi alle varie modifiche apportate alle riunioni. Per tutto il mese sono stati inviati ai partecipanti sondaggi giornalieri e settimanali per un feedback continuo, consentendo l’evoluzione in tempo reale di processi e attività. I risultati sono stati straordinariamente positivi, a dimostrazione dell’impatto che possono avere anche piccoli cambiamenti: il 90% dei partecipanti ha affermato che i nuovi modi di gestire le riunioni hanno contribuito a migliorare l’efficacia complessiva delle stesse; l’83% ha affermato di sentirsi più a suo agio nel lavorare attraverso modalità asincrone, come e-mail, strumenti di collaborazione e documenti condivisi; il 78% ha affermato di sentirsi come se stesse perdendo meno tempo, evitando di prendere parte a riunioni in cui non è richiesta la partecipazione dal vivo.

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Welfare familiare e valore sociale del lavoro domestico in Italia

Per l’assistenza a un familiare anziano o non autosufficiente, il 58,5% delle famiglie italiane non esita a scartare il ricorso a una Rsa (Residenza sanitaria assistenziale), preferendo l’assunzione di una badante. Solo il 41,5% prende in considerazione la scelta di una Rsa: di queste, il 21,3% si rivolgerebbe a una struttura convenzionata, il 14,2% privata, e il 6,0% pubblica. È quanto emerge dal report Le famiglie, il lavoro domestico, i caregiver, le Rsa, elaborato nell’ambito del progetto Welfare familiare e valore sociale del lavoro domestico in Italia, realizzato dal Censis per Assindatcolf, l’Associazione Nazionale dei Datori di Lavoro Domestico. Secondo il report le donne mostrano l’orientamento più marcato a evitare una Rsa (60,1% vs 56,1% uomini). Anche gli stessi anziani sono scettici: dal 50,8% di chi ha un’età inferiore ai 55 anni si passa al 52,9% di chi ha un’età compresa tra 55-64 anni, per salire al 69,5% degli over 64.

Un sistema ancora zoppicante

Da report si ricava la rappresentazione di un sistema di welfare ancora zoppicante, al quale non corrisponde un’iniziativa riformatrice tempestiva. Il disegno di legge ‘Disposizioni per il riconoscimento e il sostegno del caregiver familiare’, datato agosto 2019, è infatti ancora fermo in Senato. La distanza dal modello organizzativo delle Rsa, per come si configura oggi, è spiegata soprattutto dai dubbi relativi alla qualità delle relazioni che si potrebbero mantenere all’interno delle strutture di assistenza. Chi esclude il ricorso a una Rsa è consapevole delle difficoltà a riproporre, all’esterno della propria casa, le attenzioni rivolte alla persona anziana o non autosufficiente (59,0%).

Timore degli effetti negativi sul familiare da assistere

C’è inoltre la convinzione che il distacco dalla propria abitazione produrrebbe effetti negativi sul familiare da assistere (20,9%). Al contrario, la scelta di una Rsa è invece motivata dalla professionalità del personale impiegato nelle strutture di assistenza (63,3%).  Minore rilevanza assumono altri aspetti, come l’importo della retta da pagare, che rimanda a una valutazione della sostenibilità della spesa (9,1%), e la vicinanza della struttura (9,0%), che garantirebbe la possibilità di visitare più frequentemente il familiare affidato alla Rsa. Qualità dell’ambiente e dotazione di strumenti che garantiscano un certo grado di autonomia agli assistiti raccolgono complessivamente circa il 15% delle indicazioni.

I caregiver familiari: essenziali, ma invisibili

Il 53,4% delle famiglie considera prioritario alleviare la fatica che grava sui caregiver attraverso l’intervento di personale esterno. Tra le soluzioni da adottare a favore dei caregiver viene indicato il riconoscimento di forme di reddito che possano almeno in parte ricompensare il ruolo sostitutivo svolto a causa della mancanza di strumenti di welfare adeguati per l’assistenza di persone anziane o non autosufficienti (25,5%). A seguire, si auspica la possibilità per il caregiver di lavorare da casa (9,0%), mentre per il 6,7% servirebbero l’assicurazione contro gli infortuni domestici e la possibilità di poter accedere a una pensione sulla base di contributi figurativi. Per il 5,4%, poi, sarebbero utili percorsi formativi per qualificare l’assistenza offerta al familiare.

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Lombardia, la disoccupazione scende ai livelli pre-crisi

La Lombardia, ancora una volta, dimostra di saper “reggere” alle difficoltà e di saper reagire con altrettanta forza. E’ il caso della risposta della Regione agli effetti della pandemia, che ha avuto pesanti ripercussioni sul mondo del lavoro. Passata la fase più critica dell’emergenza, nel primo trimestre 2022 gli occupati in Lombardia sono tornati a crescere. Nel dettaglio, sono  4 milioni e 365 mila, ben 133 mila in più rispetto allo stesso trimestre dell’anno scorso. In termini percentuali la crescita è pari al +3,1%, un valore leggermente inferiore al dato italiano (+4,8%). Il tasso di occupazione nella regione si conferma però tra i più elevati a livello nazionale, attestandosi al 67,1%: la Lombardia resta, dunque, il motore dell’economia italiana.

Più uomini nella forza lavoro

Prosegue quindi il processo di ripresa dell’occupazione lombarda, avviato nel 2° trimestre 2021 dopo la crisi generata dall’emergenza sanitaria. Il recupero dei livelli non è però ancora completo: mancano infatti 82 mila occupati per raggiungere i valori del 2019 e 1,3 punti percentuali per quanto riguarda il tasso di occupazione. I maggiori contributi alla crescita in questo trimestre provengono dalla componente maschile della forza lavoro (+3,6% su base annua), dopo tre trimestri in cui erano state soprattutto le donne a trainare l’occupazione.

Bene i settori di commercio, alloggio e ristorazione

Forti segnali positivi dalle attività commerciali, di alloggio e ristorazione (+9,1%) – che sono tuttavia ancora lontane dal recuperare i livelli persi a seguito della crisi – e dai lavoratori indipendenti (+4,1%), che nel 2021 avevano mostrato una tendenza ancora negativa. L’aumento dell’occupazione si associa a un calo del numero di persone in cerca di lavoro: il tasso di disoccupazione scende al 5,5%, un valore inferiore sia al 2021 che ai livelli pre-crisi, grazie in particolare alla discesa della componente maschile.

Le considerazioni di Unioncamere

“L’occupazione in Lombardia continua a crescere, nonostante le incertezze della congiuntura economica – commenta Gian Domenico Auricchio, Presidente di Unioncamere Lombardia – tuttavia la partecipazione al mercato del lavoro è ancora al di sotto dei livelli del 2019, mentre molte imprese segnalano difficoltà nel reperire il personale necessario. Diventa quindi importante favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro e lo sviluppo delle competenze ricercate dalle imprese e supportare la conciliazione tra lavoro e vita privata per favorire la partecipazione femminile”.

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Secondo Bankitalia un figlio costa 640 euro al mese

Mantenere un figlio in Italia costa 640 euro al mese. È questa la cifra che secondo Bankitalia, spende in media una famiglia mensilmente per ogni figlio appartenente al nucleo. Il dato emerge in un riquadro all’interno della Relazione annuale della Banca d’Italia, che ha preso come riferimento i costi dei nuclei familiari composti da due adulti con uno o più figli minori, durante il periodo compreso tra il 2017 e il 2020. All’interno della spesa di 640 euro, precisa l’istituzione, sono compresi gli acquisti relativi a beni e servizi destinati esclusivamente ai figli, come gli alimenti per neonati o le rette scolastiche, e una quota dei consumi rilevati a livello familiare, come le spese per l’abitazione e per i trasporti, stimati utilizzando diversi criteri di ripartizione.

Quasi il 60% della spesa per cibo, abbigliamento, casa, istruzione e salute 

Di fatto, quasi il 60% della spesa è destinato a soddisfare bisogni primari, ovvero beni alimentari, e spese per la casa, istruzione e salute.
Queste stime si basano su criteri di ripartizione dei consumi rilevati per l’intero nucleo tra i diversi componenti della famiglia, e “non tengono conto del fatto che i genitori potrebbero decidere di comprimere i propri consumi per soddisfare pienamente quelli della prole”, si legge nel rapporto. Bankitalia ricorda poi che dallo scorso marzo è iniziata l’erogazione dell’assegno unico e universale per rafforzare le misure di sostegno economico ai nuclei con figli.

L’importo nel 2020 si è contratto a 580 euro

L’importo, spiega ancora Bankitalia, pressoché stabile nel triennio 2017-19, si è contratto nel 2020 a 580 euro, il 12% in meno rispetto al 2019, quando i timori del contagio e le restrizioni alla mobilità connesse alla pandemia hanno fortemente ridotto la spesa per consumi, in particolare per i trasporti e per il tempo libero, riporta Askanews. In ogni caso, la spesa di 640 euro al mese per mantenere ogni figlio è pari a un quarto della spesa media di una famiglia italiana.

Al Sud meno spese per casa, tempo libero e trasporti

Durante il periodo preso in esame, si legge ancora nel rapporto, nel Mezzogiorno la spesa per ogni figlio è risultata inferiore rispetto al Centro Nord, anche se l’incidenza sulla spesa media delle famiglie è tuttavia simile nelle due macroaree. Il divario tra Sud e Nord, riferisce Agi, ha riguardato per circa un quinto le spese per la casa, che riflettono il più elevato costo degli immobili nelle regioni centro-settentrionali, e per circa due terzi i consumi meno essenziali, come tempo libero, trasporti e altro.

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Per i mutui a tasso variabile la rata aumenterà fino a 120 euro

I mutui a tasso variabile per l’acquisto di un’abitazione aumenteranno: tra gli ‘osservati speciali’ della riunione di politica monetaria della BCE c’è proprio l’annuncio sui tassi. L’aumento, previsto per luglio e settembre 2022, avrà un impatto sull’Euribor, l’indice di riferimento per i mutui a tasso variabile, e questo comporterà un aumento delle rate dei mutui degli italiani. Ma di quanto aumenteranno? Facile.it, il portale di comparazione prezzi, ha fatto alcune simulazioni, scoprendo che da qui al prossimo anno la rata mensile di un mutuo variabile medio potrebbero salire di circa 120 euro rispetto a oggi.

Oggi un tasso variabile medio è pari allo 0,85%

Per effettuare la sua analisi Facile.it ha preso come riferimento un finanziamento da 120.000 euro da restituire in 20 anni, e ha simulato i possibili cambiamenti tenendo in considerazione i cosiddetti futures sull’Euribor, che rappresentano l’aspettativa che gli operatori hanno sull’andamento dell’indice nei prossimi 5 anni. In pratica, oggi un tasso variabile medio (TAN) disponibile online per l’operazione simulata è pari a 0,85%, con una rata mensile pari a 544 euro. Secondo i futures sull’Euribor, entro la fine del 2022 l’indice Euribor a 3 mesi sfiorerà l’1% (oggi si trova a -0,30%) e questo farà salire il tasso variabile a circa il 2,20%.

Fra un anno l’indice Euribor potrebbe arrivare a circa 1,75%

La rata mensile sarà quindi più pesante di circa 75 euro. Tra dodici mesi, ovvero a giugno 2023, l’indice potrebbe arrivare a circa 1,75%, e questo farebbe salire il tasso variabile a 2,95% e la rata del muto a 663 euro. Vale a dire, quasi 120 euro in più rispetto a oggi. A dicembre 2027, fra 5 anni, le previsioni danno l’Euribor intorno al 2,10%. Se così fosse il tasso salirebbe a 3,30%, e la rata mensile a 684 euro, ovvero 140 euro in più rispetto a oggi.

Difficile fare previsioni, ma i messaggi del mercato non vanno sottovalutati

“Sebbene in periodi di grande incertezza come quello attuale sia difficile fare previsioni, è importante non sottovalutare i messaggi che arrivano dal mercato – spiega Ivano Cresto, Managing Director prodotti di finanziamento di Facile.it -. Oggi più che mai, quindi, la scelta del mutuo va affrontata con grande attenzione – prosegue Cresto -; il consiglio è di affidarsi a un consulente esperto in grado di identificare la soluzione più adatta alle esigenze dell’aspirante mutuatario”.

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