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Le aziende familiari italiane crescono: +12% di ricavi nel 2025

C’è un primato tutto italiano, nonostante l’incertezza dello scenario internazionale e l’introduzione di nuovi dazi commerciali. La buona notizia è che le imprese familiari italiane confermano la loro solidità e capacità di crescita.
A certificarlo è il Global 500 Family Business Index 2025, report biennale redatto da EY in collaborazione con la Saint Gallen University, che fotografa le performance delle 500 principali aziende familiari del mondo.

L’Italia conquista un ruolo di primo piano, classificandosi quarta a livello globale e terza in Europa per numero di aziende presenti nella classifica. Un risultato che testimonia la vitalità e la resilienza del nostro tessuto imprenditoriale, in particolare delle realtà a conduzione familiare.

Ricavi pari a 179 miliardi di dollari

Secondo l’edizione 2025 dell’indice, le imprese familiari italiane hanno raggiunto ricavi complessivi pari a 179 miliardi di dollari, con un incremento del 12% rispetto al 2023, quando il dato si fermava a 160 miliardi. Un balzo in avanti che premia una gestione attenta, innovativa e fortemente orientata agli investimenti.

“Le aziende familiari italiane continuano a distinguersi per capacità di adattamento e visione strategica, soprattutto nei settori del made in Italy come i beni di consumo e la manifattura avanzata”, commenta Massimo Meloni, EY Italy Private Leader.

Più imprese italiane nella top 500

Nell’edizione 2025 dell’indice entrano 22 aziende italiane, pari al 4,4% del totale globale. Rispetto al 2023, si registrano 4 nuovi ingressi, a fronte di 2 uscite, a dimostrazione di un ricambio dinamico e in positivo.

Tuttavia, il valore medio dei ricavi per azienda – 8,1 miliardi di dollari – rimane al di sotto della media europea (16,1 mld) e globale (17,6 mld), evidenziando spazi di crescita ancora da colmare.

Un patrimonio radicato

Un dato distintivo delle aziende familiari italiane è la lunga storia alle spalle: il 36% delle realtà italiane nella classifica vanta oltre cento anni di attività, segno di continuità e solidità nel tempo.

Dal punto di vista geografico, è la Lombardia a primeggiare con 8 aziende nella top 500, seguita dal Piemonte. Insieme, le imprese di queste due regioni generano il 58% dei ricavi nazionali.

Centro-Sud: potenziale ancora inespresso

Le imprese del Centro-Sud Italia sono ancora poche: solo il 27% delle aziende italiane presenti nell’indice ha sede in queste regioni, contribuendo al 23% dei ricavi complessivi.
Un dato che suggerisce ampi margini di sviluppo per il Mezzogiorno, in termini di imprenditorialità familiare strutturata.

Settori di punta: consumer goods e manifattura

Le aziende familiari italiane operano in 11 macro-settori, ma è il comparto dei beni di consumo (23%) a trainare la classifica.
Seguono la manifattura avanzata e il settore retail, entrambi con una quota del 14%.

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Climate Change: italiani divisi tra consapevolezza e scetticismo

Emerge dalla Worldviews Survey sul Climate Change di WIN (Worldwide Independent Network of Market Research): nonostante una crescente consapevolezza e attenzione verso le questioni ambientali, l’opinione pubblica mondiale resta divisa su chi debba davvero farsi carico del cambiamento.

I dati per l’Italia, raccolti da BVA Doxa, raccontano che la sostenibilità resta un tema sentito, ma anche attraversato da forti contraddizioni.
Se da un lato aumentano le persone che riconoscono l’impegno di aziende e governi nel fronteggiare il cambiamento climatico, dall’altro permane un diffuso scetticismo sulle reali motivazioni delle organizzazioni e sull’efficacia delle loro azioni.

Aumenta la fiducia, ma permangono i dubbi

A livello globale, si evidenzia una crescente attenzione verso l’ambiente e la sostenibilità. Il 66% delle persone riconosce che le aziende stanno agendo in materia di sostenibilità, un dato in crescita rispetto al 58% degli anni precedenti. Anche la fiducia nei governi è in aumento: il 52% degli intervistati ritiene che le istituzioni pubbliche stiano mettendo in atto azioni concrete per affrontare le sfide ambientali (erano il 44% nel 2021).

Sul fronte personale, l’82% crede che le proprie azioni possano avere un impatto positivo sull’ambiente.
Tuttavia, accanto a questi segnali positivi, permangono ampi margini di scetticismo. Il 44% degli intervistati pensa che le aziende si impegnino per convenienza, mentre il 48% non è convinto dell’efficacia delle politiche ambientali dei governi. 

In Italia i giovani sono sfiduciati 

Il quadro che emerge per l’Italia si discosta sensibilmente dalle tendenze globali, con livelli di fiducia notevolmente più bassi.
Sul fronte individuale, solo 1 italiano su 3 (34%) ritiene che le proprie azioni possano avere un impatto positivo sull’ambiente, con un andamento crescente all’aumentare dell’età: dal 27-30% nelle fasce più giovani fino al 48% tra gli over 64.

Particolarmente allarmante il dato relativo agli under25, tra i quali il 26% non crede affatto nella possibilità di incidere positivamente attraverso i propri comportamenti quotidiani.
Ancora più marcata la sfiducia verso il governo: appena il 5% degli italiani crede che le istituzioni stiano adottando misure adeguate alla tutela ambientale. Un dato uniforme su tutto il territorio nazionale e trasversale alle diverse fasce d’età.

Il sentimento dominante è la diffidenza

Anche nei confronti delle aziende, il sentimento dominante è la diffidenza: solo l’11% degli italiani ritiene che la maggior parte delle imprese operi tenendo seriamente in considerazione i principi della Responsabilità Sociale d’Impresa e della sostenibilità. La percentuale sale leggermente tra i 35-44enni (15%) e nelle regioni del Sud e Isole (16%).

Il 50% degli italiani, però, pensa che le aziende si impegnino solo per apparenza e un ulteriore 28% è convinto che agiscano esclusivamente in funzione del profitto.
I dati emersi sottolineano l’urgenza, soprattutto in Italia, di ricostruire una relazione di fiducia tra cittadini, imprese e istituzioni. L’impegno verso la sostenibilità deve essere accompagnato da maggiore trasparenza, coerenza e capacità di coinvolgere realmente le persone

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Truffe online: arriva quella del “curriculum”

Una nuova frode che sfrutta la vulnerabilità di chi è in cerca di lavoro, promettendo opportunità inesistenti per sottrarre dati sensibili o denaro. È la cosiddetta ‘truffa del curriculum’.
Il 2025 ha visto un incremento allarmante delle truffe telefoniche in Italia, con una particolare incidenza di questa frode.

La truffa del curriculum si articola in diverse fasi. La prima tipicamente avviene tramite un contatto telefonico da un numero italiano sconosciuto.
Spesso, si tratta di un messaggio vocale preregistrato che esordisce con la frase: ‘Salve, abbiamo ricevuto il tuo curriculum’. L’obiettivo è creare un’aspettativa nella vittima, soprattutto se è attivamente impegnata nella ricerca di lavoro.

Dal telefono si passa a WhatsApp

L’uso di numeri italiani e di messaggi preregistrati conferisce una parvenza di legittimità alla truffa, e permette ai truffatori di raggiungere un vasto numero di potenziali vittime.
Successivamente al primo messaggio preregistrato, la vittima viene invitata a proseguire la conversazione su WhatsApp.

Questo passaggio strategico consente ai truffatori di inviare link, documenti e interagire in modo più continuativo in un ambiente meno formale e controllato. La telefonata iniziale funge quindi da filtro, identificando individui più vulnerabili e permettendo poi un approccio più mirato via chat.
I truffatori, presentandosi come rappresentanti di agenzie per il lavoro o aziende, utilizzano un linguaggio cortese e professionale per guadagnare fiducia. In alcuni casi, creano un senso di urgenza e spingendo la vittima a decisioni affrettate. 

Cruciale riconoscere i segnali di allarme

L’efficacia della truffa risiede nella capacità di sfruttare la speranza di trovare lavoro, rendendo le persone meno caute.
Una volta stabilito il contatto su WhatsApp, i truffatori possono richiedere la compilazione di moduli online con dati sensibili, inviare link a finte pagine di candidatura per rubare credenziali, o proporre ‘lavori online’ che si rivelano schemi di investimento fraudolenti.

In alcuni casi, il clic su link inviati può portare al download di malware, con le vittime che rischiano accessi non autorizzati al conto corrente, perdita di fondi o compromissione dei dispositivi.
Ma, come sempre, per proteggersi è cruciale riconoscere i segnali di allarme.

È importante segnalare i tentativi di truffa alla Polizia Postale

Ricevere una chiamata inaspettata riguardo al curriculum, soprattutto se non si è attivamente alla ricerca di lavoro, è un campanello d’allarme.
Pressioni per fornire dati personali, cliccare su link sospetti, comunicazioni da numeri sconosciuti o con prefissi esteri, promesse di guadagni facili e la richiesta di proseguire la conversazione su WhatsApp sono tutti indicatori di potenziale frode.

Le precauzioni da prendere per non cadere in trappola, riporta Adnkronos, sono anzitutto non rispondere a telefonate sospette e bloccare i numeri, non fornire dati personali o bancari a sconosciuti al telefono, verificare l’affidabilità dell’interlocutore (magari contattando l’ente presunto tramite canali ufficiali), non cliccare su link o scaricare allegati da numeri sconosciuti, e segnalare tentativi di truffa alla Polizia Postale e alle associazioni di consumatori.

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Foreste sostenibili: l’Italia supera il milione di ettari certificati

Lo attesta il Rapporto Annuale sulla certificazione di gestione forestale sostenibile di PEFC Italia, l’ente promotore della certificazione della buona gestione del patrimonio forestale: sono 1.061.059,26 gli ettari di superficie certificata a gestione sostenibile censiti a fine 2024, e 236 le nuove aziende che hanno ottenuto la certificazione di Catena di Custodia PEFC (+16,8%), che garantisce la tracciabilità del materiale, dal bosco al consumatore finale.

Il 2024 ha registrato il maggior numero da sempre di nuove aziende certificate in un solo anno, confermando la validità del sistema di certificazione PEFC, in particolare, per le Piccole e medie imprese. Un traguardo significativo per l’ecosistema della certificazione forestale.

Trentino Alto Adige in pole position. Sul podio anche Friuli-Venezia Giulia e Piemonte 

Secondo il Rapporto, le 236 nuove certificazioni del 2024, sommate a quelle degli anni precedenti, raggiungono un totale di 1.585, registrando un +16,8% rispetto al 2023.
Attualmente sono 14 le regioni italiane con almeno una foresta certificata, con il Trentino Alto Adige che si posiziona in cima alla classifica per la vastità di superficie certificata, con 598.463,29 ettari, seguito da Friuli-Venezia Giulia (98.570,46) e Piemonte (86.847,97).

Il Veneto e la Lombardia continuano a contribuire in modo significativo alla crescita della superficie certificata con, rispettivamente, 79.981,19 e 79.084,31 ettari.
Crescita tangibile anche per la Toscana, che raggiunge 51.926,77 ettari, e per Emilia Romagna e Marche (rispettivamente 27.855,07 e 14.610,05).
Invariata la situazione di Lazio (10.498,30), Basilicata (4.082,18) e Abruzzo (237,77 ettari), mentre registrano una lieve crescita Liguria (5.931,84), Umbria (2.486,13) e Calabria (483,92). 

Veneto in testa per numero di aziende certificate

Per quanto riguarda il numero di aziende certificate si conferma capolista il Veneto, seguito da Lombardia e Trentino Alto Adige.

“Il risultato di quest’anno – spiega Marco Bussone, Presidente di PEFC Italia – dimostra come la certificazione PEFC stia diventando un elemento chiave per le aziende italiane orientate a perseguire pratiche sostenibili e obiettivi di responsabilità sociale d’impresa. Questo è un percorso fondamentale per trasformare processi produttivi e organizzativi. La spinta verso la sostenibilità è alimentata anche dalle politiche pubbliche e dai criteri ESG, sempre più rilevanti per le aziende che desiderano accedere a fondi agevolati”.

Servizi ecosistemici: 15 nuove attestazioni e 35 certificati

Per quanto riguarda i servizi ecosistemici da foreste certificate, sono 15 le nuove attestazioni rilasciate, di cui 14 riguardanti il servizio ecosistemico del carbonio e 1 per la biodiversità.

Attualmente, PEFC Italia conta 35 certificati di servizi ecosistemici, con un coinvolgimento di 27.856 ettari, a dimostrazione della sempre più crescente attenzione verso la tutela della biodiversità, la promozione del turismo e del benessere forestale e dei benefici ecosistemici.
Numerosi sono stati anche i progetti di finanziamento da parte di aziende produttive italiane a favore della promozione e tutela dei benefici ecosistemici forestali.

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Evasione fiscale: partite IVA sotto accusa? Solo 1 su 8 in debito col Fisco

I contribuenti italiani con debiti fiscali non ancora riscossi dalle nostre Agenzie ammontano a circa 22,8 milioni, di cui 3,6 milioni rappresentati da persone giuridiche, come società di capitali, enti commerciali, cooperative, e i restanti 19,2 milioni da persone fisiche.

Tra queste, 16,3 milioni sono lavoratori dipendenti, pensionati e percettori di altre forme di reddito (da beni mobili, immobili…), mentre i rimanenti 2,9 milioni, corrispondenti al 12,7% del totale, svolgono un’attività economica come artigiani, commercianti o liberi professionisti.
In ogni caso, i dati ufficiali forniti dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione confermano quanto sostenuto dalla CGIA di Mestre: secondo le statistiche ufficiali solo un debitore col fisco su otto è una partita IVA. 

I lavoratori autonomi non sono un popolo di evasori

Insomma, i lavoratori autonomi non sono un popolo di evasori, come spesso vengono descritti dall’opinione pubblica, anche se è indubbio che in questa categoria vi sia anche chi non adempie ai propri obblighi fiscali.
Tra il 2000 e il 2024, tasse, contributi, imposte, bollette, multe non riscosse dal fisco italiano o altri enti sono pari a 1.274,5 miliardi di euro.

Al netto delle persone nel frattempo decedute, imprese cessate, nullatenenti e contribuenti già sottoposti ad azione cautelare/esecutiva, l’importo potenzialmente aggredibile si riduce a poco più di 100 miliardi di euro (7,9% del totale).

Il 76% dei crediti è di importo inferiore a 1.000 euro

Va altresì segnalato che il cosiddetto magazzino residuo è composto da 175 milioni di cartelle, per un numero complessivo di 291 milioni di crediti.
Gli avvisi di addebito e accertamento esecutivo sono mediamente di importo molto contenuto: il 76% dei singoli crediti, infatti, sono di importo inferiore a 1.000 euro, pari a 59 miliardi di euro complessivi. 

Sebbene al Nord sia concentrata la stragrande maggioranza della ricchezza prodotta nel Paese nonché la parte più dinamica delle attività economiche e produttive, dei 1.274 miliardi di euro di tasse non riscosse negli ultimi 25 anni, il 58% (739,3 miliardi di euro) è riconducibile alle regioni del Centro-Sud.
Il rimanente 42%, è in capo alle regioni del Nord, che ‘cubano’ 535.1 miliardi  di euro non versati.

Le modalità di evasione a elevato livello di rischio dei grandi contribuenti

I risultati ottenuti nella lotta contro l’evasione fiscale indicano l’opportunità di intensificare gli sforzi verso la semplificazione del sistema tributario, e il conseguente miglioramento della relazione tra fisco e contribuente.

Inoltre, è fondamentale sfruttare in modo più efficiente i dati detenuti dall’Amministrazione fiscale, al fine di ottimizzare il controllo su fenomeni che presentano elevati livelli di rischio. 
Tra questi, le frodi IVA, l’uso improprio di crediti inesistenti o aiuti economici non dovuti, fittizia dichiarazione di residenza fiscale all’estero, occultamento di patrimoni al di fuori dei confini nazionali.
Modalità di evasione che a differenza di quelli imputabili ad artigiani e piccoli commercianti, sono ascrivibili quasi esclusivamente a grandi contribuenti. 

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Retail, crescono gli investimenti nel digitale 

Anche nel 2024 il settore Retail italiano ha continuato ad evolversi,  consolidando le innovazioni avviate l’anno precedente. Gli investimenti digitali rappresentano il 3,2% del fatturato, con una crescita lieve rispetto al 2023. Tuttavia, il rallentamento dei consumi e l’inflazione portano le aziende a rivedere le proprie strategie di spesa.

Secondo Valentina Pontiggia, Direttrice dell’Osservatorio Innovazione Digitale nel Retail – promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano -, il settore sta affrontando una trasformazione strutturale. Per restare competitivi, i retailer puntano su fusioni, acquisizioni e alleanze strategiche, mirando a espandersi su nuovi mercati e a diversificare il business.
In un contesto incerto, emergono nuovi modelli di commercio basati su piattaforme digitali e sulla valorizzazione di asset esistenti.

Andamento del mercato e ruolo dell’e-commerce

Le vendite al dettaglio in Italia crescono dell’1% rispetto al 2023, mentre l’e-commerce segna un aumento più contenuto del 5%, raggiungendo i 38,2 miliardi di euro. Il peso del commercio online sul totale Retail resta stabile all’11%.
Parallelamente, il numero di punti vendita continua a calare: a fine 2023 si contano 555.307 negozi, con una riduzione del 2,4% rispetto all’anno precedente. I settori più colpiti includono editoria (-4,5%), giocattoli (-3,6%) e abbigliamento (-2,7%). Anche la ristorazione registra una lieve flessione (-0,5%).

Elisabetta Puglielli, Direttrice dell’Osservatorio, evidenzia come la cosiddetta “Retail Apocalypse” coinvolga non solo i negozi indipendenti, ma anche le grandi catene della distribuzione. Per contrastare il fenomeno, istituzioni e associazioni di categoria promuovono iniziative per rendere il commercio più attrattivo e sostenibile, favorendo la riqualificazione urbana e migliorando le condizioni lavorative del settore.

Innovazioni nel Grocery e Lifestyle Retail

Il Grocery Retail punta sull’uso strategico dei dati per personalizzare l’esperienza d’acquisto. Tecnologie come CRM (60%), Business Intelligence (53%) e Customer Data Platform (33%) consentono un’analisi più approfondita delle abitudini dei clienti e strategie di marketing più mirate.

L’Intelligenza Artificiale diventa sempre più centrale: il 61% dei retailer utilizza l’AI generativa per ottimizzare i processi, mentre il 67% impiega l’AI tradizionale per migliorare la gestione aziendale. Le principali applicazioni includono chatbot (75%), analisi predittive (58%) e automazione della supply chain (42%).

Nel Lifestyle Retail, la formazione del personale assume un ruolo chiave: il 77% dei retailer investe in programmi per sviluppare competenze digitali, mentre il 44% adotta soluzioni di automazione delle vendite. Tecnologie immersive come realtà aumentata (25%) e chioschi digitali (31%) migliorano l’esperienza del cliente, mentre strumenti di monitoraggio dei flussi ottimizzano la gestione degli spazi.

L’omnicanalità resta una priorità

L’omnicanalità resta una priorità: il 38% dei retailer utilizza sistemi centralizzati per la gestione degli ordini e il 44% integra le scorte tra e-commerce e negozi fisici. Inoltre, il 73% delle aziende sperimenta l’Intelligenza Artificiale per personalizzare il percorso d’acquisto con personal shopper virtuali (70%) e sistemi di raccomandazione avanzati (91%).

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AI: Italia ultima in Europa, ma ai primi posti per acquisto di soluzioni pronte all’uso

L’Italia è ultima tra 8 Paesi europei per adozione dell’Intelligenza artificiale, ma le aziende che la utilizzano l’hanno integrata nei processi. L’Italia è inoltre ai primi posti per acquisto di soluzioni pronte all’uso: il 53% delle grandi imprese ha licenze come ChatGPT o Copilot
A guidare il mercato italiano sono le grandi realtà, il ritardo è delle Pmi, con solo il 7% delle piccole e il 15% delle medie imprese che ha avviato progetti.

In generale, poi, il 99% degli italiani ha sentito parlare di AI, l’89% di AI Generativa, e se il 59% ne ha un’opinione positiva solo il 17% valuta molto positivamente l’adozione dell’AI sul lavoro.
Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano.

Un mercato da 1,2 miliardi di euro

In Italia nel 2024 il mercato dell’AI ha raggiunto un nuovo record, toccando quota 1,2 miliardi di euro, con una crescita del +58% rispetto al 2023.
A trainare lo sviluppo sono soprattutto le sperimentazioni che utilizzano la Generative AI, che rappresentano il 43% del valore, mentre il restante 57% è costituito in prevalenza da soluzioni di AI tradizionale.

Guardando alla spesa media per azienda, i settori più attivi risultano Telco&Media e Insurance, seguiti da Energy, Resource&Utility e Banking&Finance, ma si segnala anche una forte accelerazione del GDO&Retail.
Quanto alla PA, oggi pesa il 6% del mercato, ma il tasso di crescita supera il 100%.

L’81% delle grandi aziende ha valutato almeno un progetto

Le imprese italiane si stanno avvicinando all’AI più lentamente rispetto ad altri Paesi europei come Francia, Germania, Irlanda, Olanda, Regno Unito, Spagna. Rispetto a una media europea dell’89%, ad avere almeno valutato un progetto è l’81% delle grandi imprese italiane. E se ad avere già un progetto attivo in Europa sono in media l’69% delle aziende, l’Italia (59%) è all’ultimo posto.

Ma tra chi già utilizza l’AI, in un caso su quattro dispone di progettualità a regime
Il 65% delle grandi aziende attive nell’AI, poi, sta sperimentando anche nel campo della Generative AI, soprattutto per sistemi conversazionali a supporto degli operatori interni.

AI Act e compliance: un percorso ancora lungo

Ma il 39% delle grandi imprese che utilizzano strumenti di Generative AI ha riscontrato un effettivo aumento della produttività. Un ulteriore 48%, però, non ha ancora valutato in modo quantitativo gli impatti.

In relazione agli aspetti etici e alla compliance delle iniziative di Intelligenza artificiale, con particolare riferimento all’AI Act, il percorso è ancora lungo.
Solo il 28% delle grandi realtà italiane attive ha adottato misure concrete, e il 52% dichiara di non aver compreso a pieno il quadro normativo.

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Cyber sicurezza: la “cyber-igiene” protegge la privacy

Il 28 gennaio si è celebrata la Giornata europea della protezione dei dati. Un’occasione per riflettere sulla sicurezza delle informazioni personali online e sull’importanza di adottare comportamenti adeguati per la protezione digitale. Ma cosa significa prendersi cura della propria ‘cyber-igiene’? 

Il Centro Cybersecurity della Fondazione Bruno Kessler (FBK), l’istituto di ricerca specializzato nei campi della tecnologia, dell’innovazione, delle scienze umane e sociali, ha messo a fuoco pratiche e comportamenti che ogni utente dovrebbe adottare per proteggere le proprie informazioni digitali, nonché la propria identità online.

Password: dovrebbe essere lunga almeno 16 caratteri

Il primo suggerimento agli utenti riguarda la gestione delle password. “Le password sono la prima linea di difesa contro gli attacchi informatici – spiega Giada Sciarretta, science ambassador di Fondazione Bruno Kessler, operativa nell’unità Security & trust ed esperta in progettazione e analisi di sicurezza di soluzioni di identità digitale -; è quindi importante evitare combinazioni prevedibili come ‘123456’ o ‘password’, preferendo soluzioni più complesse e sicure. Una buona pratica è adottare una passphrase lunga almeno 16 caratteri, contenente lettere maiuscole, minuscole, numeri e simboli speciali. Inoltre, è essenziale cambiare regolarmente la ‘parola d’ordine’ e non riutilizzarla per più account”.

Secondo una stima di NordPass, azienda che fornisce applicazioni per la gestione sicura delle password, in Italia, nel 2024, tra quelle più utilizzate si trovano ancora combinazioni di numeri, come ‘123456’ o ‘12345678’, o parole come ‘password’, ‘cambiami’ e ‘juventus’, che espongono a numerosi rischi.

Autenticazione multifattore: riduce il rischio di accessi non autorizzati

Un’altra misura essenziale è l’autenticazione multifattoriale (Mfa), che aggiunge un ulteriore livello di sicurezza poiché per accedere a un account o a un’applicazione richiede un secondo fattore oltre alla password, come, ad esempio, un codice generato da una app di autenticazione o l’impronta digitale.

Questo riduce notevolmente il rischio di accessi non autorizzati e garantisce una maggiore protezione anche in caso di furto delle credenziali di accesso. Configurare l’Mfa per tutti gli account che lo supportano è una delle migliori strategie per proteggere i dati personali.

Alias email: l’indirizzo temporaneo che salvaguarda quello principale

Il terzo consiglio è l’utilizzo di ‘alias email’, che permette di creare alias temporanei per evitare di esporre il proprio indirizzo principale e proteggere la propria identità digitale.
Gli alias possono essere utili per iscriversi a servizi online senza compromettere l’account principale, riducendo la possibilità di ricevere spam o di essere vittime di phishing.

Le cause principali di un data breach, riporta Adnkronos, includono attacchi hacker, configurazioni errate dei sistemi, vulnerabilità software e negligenza umana. Le conseguenze possono essere gravi, con impatti finanziari e reputazionali significativi per individui e aziende. Per proteggersi, è possibile controllare regolarmente siti come ‘Have i been pwned’ se il proprio indirizzo email è stato compromesso. IN tal caso, cambiare subito le password in caso di compromissione e abilitare sempre l’autenticazione multifattoriale per limitare i danni.

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Data Center: investimenti per oltre 10 miliardi nel 2025-2026

Il 2024 è l’anno della definitiva presa di coscienza in Italia sull’importanza delle infrastrutture Data Center. Nel biennio 2023-2024 sono già stati spesi 5 miliardi di euro per la costruzione, l’approntamento e il riempimento di server IT di nuove infrastrutture Data Center, e ulteriori 10,1 miliardi sono previsti per il biennio 2025-2026.

Le nuove aperture hanno consentito di raggiungere ai Data Center presenti nel nostro Paese una potenza energetica di 513 MW IT (+17% rispetto al 2023). Un numero crescente di nuove aperture è previsto oltre il 2026, che potrà ulteriormente alimentare il giro d’affari della filiera infrastrutturale italiana. Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano.

Un’area totale di 333.341mq

I Data Center attualmente attivi occupano un’area totale di 333.341mq (+15% vs 2023). Parallelamente, inizia a emergere una tendenza di aumento della densità di potenza nelle singole infrastrutture, con richieste di armadi rack sempre più performanti, soprattutto a causa dell’accelerazione del mercato dell’AI, che influenzerà la progettazione e l’operatività dei nuovi Data Center.

Un ruolo centrale viene ricoperto dai campus Data Center, la via principale per la progettazione e la costruzione delle infrastrutture, e che detengono il 44% della potenza energetica IT nominale attiva.
Sono costruzioni decisamente estese, che necessitano di collegamenti ad alta tensione. Spesso, osservate con grande attenzione dai Cloud Provider, con l’obiettivo di accordi strategici con i ‘colocator’ per offrire i propri servizi digitali sul territorio italiano.

Milano nuovo hub a livello europeo

Dal punto di vista geografico, la Lombardia detiene 318 MW IT, con un ruolo centrale occupato dalla città di Milano, che possiede 238 MW IT totali (+34%). Numeri decisamente interessanti, ancora distanti da Londra (1.065 MW IT) o Francoforte (867 MW IT), ma che posizionano il capoluogo lombardo in vantaggio rispetto ad altri mercati emergenti, di cui il principale è Madrid (172 MW IT).

La crescita delle infrastrutture a livello nazionale è spinta in modo significativo dai Data Center ad Alta Potenza (>10 MW IT), che necessitano l’allacciamento alle reti di alta tensione per il loro funzionamento, e che occupano il 37% della potenza energetica IT totale. Queste infrastrutture sono concentrate per il 70% nell’area milanese e rivestono il ruolo di assolute protagoniste negli annunci di nuove aperture.

Il costo dell’energia sposta l’attenzione degli investitori?

“Lo sviluppo di infrastrutture di potenza sempre maggiore solleva tuttavia interrogativi riguardo il loro approvvigionamento energetico e la sostenibilità della rete elettrica italiana – dichiara Marina Natalucci, Direttrice dell’Osservatorio -. Il problema energetico si aggiunge a quello del prezzo dell’energia, attualmente ben al di sopra della media europea e circa il doppio dell’equivalente spagnolo, dove il governo ha fortemente incentivato lo sviluppo di impianti per la produzione di energie rinnovabili. L’energia è un elemento critico per il funzionamento dei Data Center e la situazione italiana potrebbe generare uno spostamento dell’attenzione degli investitori verso altri mercati emergenti”.

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Calcio: per i tifosi italiani la partita in TV costa fino a 900 euro

In Italia, per seguire il campionato di Serie A 2024/2025 e le coppe internazionali per club si spendono non meno di 648 euro per l’abbonamento annuale. Ma la cifra può arrivare a 900 euro per chi opta per un abbonamento mensile.
Lo ha scoperto Facile.it esaminando i prezzi degli abbonamenti alle piattaforme digitali e Pay TV per poter seguire la squadra del cuore dal divano di casa.

La buona notizia è che i tifosi italiani sono i più fortunati d’Europa. Non solo perché la Serie A è stata riconosciuta come il miglior campionato al mondo, ma anche perché i prezzi per seguire la propria squadra, se gioca nel nostro campionato, sono più bassi rispetto ai Paesi considerati nell’analisi del comparatore prezzi.

Quanto spendono i tifosi spagnoli, inglesi, tedeschi e francesi?

Varcando i confini nazionali si scopre che i prezzi degli abbonamenti alle piattaforme salgono notevolmente. In Inghilterra, ad esempio, per seguire da casa Premier League e competizioni europee i tifosi mettono a budget almeno 876 euro per un abbonamento annuale, mentre in Germania e Francia, per seguire da casa i rispettivi campionati e le coppe internazionali, i supporter spendono almeno 888 euro, il 37% in più rispetto ai 648 euro dell’Italia.
Va decisamente peggio ai tifosi spagnoli, che per vedere in TV LaLiga e le coppe europee spendono ben 1.320 euro l’anno, il doppio degli italiani.

Unica consolazione, in Spagna basta un solo abbonamento per guardare tutte le competizioni, mentre negli altri Paesi, Italia inclusa, per seguire campionato e coppe occorre abbonarsi a più piattaforme.

Le squadre italiane

Il prezzo per seguire la propria squadra del cuore da casa varia a seconda delle competizioni in cui è coinvolta, quindi, delle piattaforme a cui è necessario fare l’abbonamento.
Nel 2024, per tifare Milan, Inter, Juventus, Bologna e Atalanta, impegnate in Champions League, il prezzo degli abbonamenti annuali è stato appunto pari a 648 euro, mentre i tifosi di Lazio e Roma, impegnate in Europa League, e della Fiorentina, in corsa per la Conference League, per l’abbonamento annuale hanno messo a budget 600 euro.

Possono consolarsi, quantomeno dal punto di vista del portafogli, i tifosi di squadre non impegnate in competizioni europee. Per loro il costo dell’abbonamento annuale per seguire il campionato di Serie A 2024/2025 è stato pari a 420 euro.

Abbonamento annuale o mensile?

 “Optare per un abbonamento annuale è sicuramente la soluzione migliore per risparmiare sul costo complessivo degli abbonamenti alle piattaforme, mentre il rinnovo mensile potrebbe essere conveniente per le coppe europee, ma solo se la propria squadra uscisse nelle prime fasi della competizione – spiegano gli esperti di Facile.it -. Insomma, se non ci si vuol trovare a tifare contro pur di risparmiare qualche euro, è meglio bloccare il prezzo per 12 mesi, magari approfittando delle offerte proposte dalle piattaforme in alcuni periodi dell’anno”. 

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