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I nuovi trend del cicloturismo: perchè le due ruote piacciono così tanto?

Il cicloturismo si sta affermando come una delle più affascinanti espressioni di viaggio moderno, in cui la bicicletta diventa protagonista di esperienze che mettono al centro il rispetto per l’ambiente e la scoperta di territori a ritmo lento.

In quest’ottica, la Fiera del Cicloturismo, unico evento italiano dedicato al viaggio in bici, tornerà a Bologna dal 4 al 6 aprile 2025 con un focus sui trend che stanno rivoluzionando il settore.

Viaggio al femminile

Una delle evoluzioni più interessanti è l’aumento delle donne nel cicloturismo, in particolare nella fascia over 50. Per queste viaggiatrici, la bicicletta rappresenta un modo per affrontare nuove sfide e immergersi in esperienze autentiche.

Il viaggio in bicicletta diventa una forma di esplorazione che unisce avventura e benessere, offrendo momenti di connessione con la natura e le comunità.

Il turismo rigenerativo

Sempre più destinazioni scelgono un approccio rigenerativo al turismo, integrando le necessità di turisti e residenti. Questo tipo di cicloturismo promuove interazioni autentiche con le comunità locali e valorizza le risorse territoriali, favorendo uno sviluppo sostenibile.

Lontano dai modelli del passato, si punta a soluzioni che arricchiscono le comunità locali, offrendo ai cicloturisti un’esperienza profonda e significativa.

Gravel: l’avventura nella natura

Tra le modalità più apprezzate, il gravel è la scelta ideale per chi cerca libertà e versatilità. Questo stile di ciclismo combina velocità e capacità di affrontare terreni sconnessi, portando i viaggiatori fuori dai percorsi tradizionali.

Con il gravel, ogni itinerario diventa un’opportunità per scoprire panorami intatti e vivere esperienze ricche di avventura.

Un impatto economico sempre più rilevante

Il cicloturismo sta diventando un pilastro del turismo italiano, con 56,8 milioni di presenze registrate nel 2023 e un impatto economico di oltre 5,5 miliardi di euro. Rispetto al 2022, l’aumento è stato del 35%, con una spesa media giornaliera di 95 euro per i cicloturisti italiani e 104,5 euro per gli stranieri.

Questo settore non solo stimola l’economia, ma rivitalizza aree interne spesso dimenticate dai flussi turistici principali, grazie agli investimenti in infrastrutture e servizi di qualità. Il cicloturismo, dunque, si conferma come un motore di crescita e innovazione per il turismo nazionale.

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Casa: costi sempre più alti infrangono i sogni di proprietà

Tra il 2° trimestre 2014 e il 2° trimestre 2024 il valore delle abitazioni è diminuito in termini reali del 16,8%. Ma se il valore delle abitazioni è in calo, il 78,9% degli italiani è convinto che in passato fosse più facile acquistare una casa. E l’82,2% dei proprietari pensa che i costi di gestione e manutenzione siano diventati eccessivi.

Insomma, la proprietà della casa è sotto pressione. Emerge dal 3° Rapporto Federproprietà – Censis, dal titolo ‘Agenda 2024-2030. La transizione abitativa: la casa possibile’. 
Quanto alla legge Salva Casa, i favorevoli superano i contrari, ma gli indecisi sono tanti.

La legge Salva Casa divide gli italiani

Infatti, se il 69,3% degli italiani teme tasse più alte sulla casa, compresa una patrimoniale, il 44,5% esprime un giudizio positivo sulla Legge 105/2024, la cosiddetta legge Salva Casa, il 31,3% un giudizio negativo e il 24,2% non ha un’opinione al riguardo.

Inoltre, il 37,9% degli italiani è convinto che questa legge sia utile per l’economia e la società italiana, ma il 32,4% non è convinto e il 29,7% non si esprime. Tuttavia, il 26,7% dichiara esplicitamente di aver realizzato piccole migliorie in casa che potrebbero beneficiare della semplificazione di sanatoria prevista da questo provvedimento. 

Casa green ed efficientamento energetico

Il 67,6% degli italiani pensa che rendere la propria casa meno energivora (con cappotto termico, caldaie a basso impatto, ecc.) sia una necessità e non più una scelta, e l’81,7% pensa che farlo ne può incrementare il valore.
Il 44,7% dei proprietari di casa è pronto a spendere per interventi di efficientamento energetico, mentre il 37,3% non lo è, e il 18,0% è indeciso.

L’84,0% degli italiani però teme che gli interventi di efficientamento energetico possano costare troppo.
Un timore condiviso dall’88,3% di chi ha redditi bassi e dall’81,3% dei più alti. L’88,2% degli italiani, inoltre, è convinto che le famiglie debbano avere supporto pubblico nel fronteggiare le spese per migliorare la sostenibilità della propria abitazione.

Le locazioni turistiche rovinano le città

Il 37,2% degli italiani ritiene che le locazioni turistiche, comunemente definite ‘affitti brevi per turisti’, abbiano un impatto negativo sulla vita sociale ed economica dei comuni italiani, il 37,6% non condivide questa opinione, il 25,2% è indeciso.
Il 46,8% ritiene che le locazioni turistiche stiano trasformando in peggio i luoghi che frequenta, il 27,3% non concorda con questa valutazione e il 25,9% è indeciso.

Inoltre, il 44,4% ha notato un aumento del valore delle locazioni, che attribuisce alla tendenza a usare le case per il mercato delle locazioni per turisti.
Quanto al Social Housing, è una buona soluzione ma ancora troppo poco conosciuta. Il 28,6% sa cos’è, e il 5,7% lo conosce in modo preciso. Tra coloro che sanno cosa sia, lo ritengono una valida soluzione abitativa il 74,4% in via temporanea e il 43,7% in modo permanente.

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Le PMI europee tra resilienza, sostenibilità e innovazione tecnologica

Le piccole e medie imprese (PMI) in Europa dimostrano una forte capacità di adattamento nonostante il difficile contesto economico. Secondo l’osservatorio di Qonto, leader nelle soluzioni finanziarie per PMI, il 64% di queste realtà ha raggiunto i propri obiettivi nel 2024, con il 10% che li ha addirittura superati.

Le imprese italiane si distinguono in positivo: il 67% è in linea con le aspettative, mentre il 10% va oltre. Tuttavia, ci sono settori che soffrono di più, come ad esempio l’immobiliare.

Le sfide: inflazione e carenza di domanda

L’inflazione continua a pesare, e incide sul business del 30% delle PMI europee. In Italia, però, iil problema principale è la scarsità di domanda: lo segnala il 34% delle imprese. Altre difficoltà riguardano il flusso di cassa e l’aumento della concorrenza, indicati dal 26% delle aziende.

Parlando invece di dati positivi, alcune regioni italiane come Piemonte e Lombardia vedono decisi miglioramenti grazie a una maggiore efficienza operativa.

Prospettive per il 2025: innovazione e investimenti

Le PMI guardano al futuro puntando su tre obiettivi principali: acquisire clienti (31%), innovare i prodotti (22%) e rafforzare il marketing (21%). Gli investimenti tecnologici restano la priorità, con il 28% delle aziende che prevede di aumentare la spesa per i reparti IT.

In Italia, il focus è distribuito su tecnologia, risorse umane e servizio clienti: ogni area è stata indicata come cruciale dal 29% degli intervistati.

Impegno ambientale: un tema sempre più centrale  

Il 79% delle PMI europee ha adottato o pensa di adottare misure per ridurre le emissioni, con l’Italia in prima linea: l’87% delle aziende tricolori si impegna in iniziative sostenibili, un dato tra i più alti in Europa.

Solo il 13% non ha intenzione di agire in questa direzione. Anche in questo ambito, le più attive sono le aziende di dimensioni maggiori.

Intelligenza artificiale e privacy

L’intelligenza artificiale (IA) sta rivoluzionando il panorama imprenditoriale, con il 67% delle PMI europee che già utilizza strumenti di questo tipo. Sono le aziende più grandi a guidare la trasformazione. La privacy e la tutela dei dati, specie in ambito sanitario, resta la criticità maggiore.

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Email anxiety: perchè la posta elettronica genera stress? 

Le email sono diventate un elemento fondamentale della vita lavorativa, essenziale per comunicazioni rapide e formali. Tuttavia,  nonostante l’indubbia comodità di questo strumento, non ne va sottovalutato il suo impatto sulla salute mentale. Una ricerca commissionata da Babbel e condotta negli Stati Uniti da OnePoll ha esplorato l’influenza della posta elettronica sulla vita lavorativa e sul benessere psicologico.

Dallo studio emerge che 6 lavoratori su 10 percepiscono il volume di email ricevute come una fonte di stress. Il 39% spera di riceverne meno nei prossimi cinque anni, mentre il 25% vorrebbe aumentarle, probabilmente per preferenza verso questo mezzo rispetto ad altri come le telefonate.

Tuttavia, il problema delle email non lette è significativo: il 18% dei lavoratori ha oltre 1.000 messaggi non aperti, e l’1% ne conta più di 50.000. La generazione Z è particolarmente colpita, con il 36% che fatica a gestire la propria casella di posta.

L’impatto delle email sulla carriera

La formalità e la natura permanente delle email spesso generano ansia. Il 28% degli intervistati ritiene che almeno un’email inviata abbia avuto ripercussioni negative sulla propria carriera, mentre l’88% ha provato rimpianto subito dopo aver premuto “invia”.

Questo sentimento è particolarmente comune tra i giovani dai 18 ai 24 anni. Inoltre, errori di battitura vengono giudicati severamente dal 48% dei rispondenti, a dimostrazione dell’attenzione posta sulla qualità del linguaggio nelle comunicazioni scritte.

Il linguaggio delle email e il galateo digitale

Le email mantengono un linguaggio più formale rispetto alle conversazioni quotidiane: l’85% degli intervistati ha ammesso di usare uno stile diverso, con il 17% che lo definisce “molto diverso”. Anche i messaggi automatici, come le risposte “out of office”, sono fonte di irritazione per il 33%, percentuale che sale al 48% tra i giovani della generazione Z.

Tuttavia, le nuove generazioni stanno trasformando il galateo delle email. Più della metà dei partecipanti ritiene ormai accettabile l’uso di emoji nelle email aziendali, un segnale di come il linguaggio stia evolvendo grazie ai cambiamenti sociali e tecnologici.

Riflesso della comunicazione professionale

Esteban Touma, esperto di Babbel, commenta: “Le email, più di altri strumenti, riflettono l’evoluzione della comunicazione professionale. Man mano che le generazioni abituate ai social media entrano nel mondo del lavoro, i confini tra formalità e informalità si stanno assottigliando, ridefinendo il modo in cui ci rapportiamo a questo mezzo”.

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Assunzioni in lieve calo, ma aumenta la domanda nel settore dei servizi

A novembre 2024, le imprese italiane prevedono circa 427mila nuove assunzioni, con un totale di 1,3 milioni di ingressi programmati nel trimestre novembre 2024-gennaio 2025. Nonostante ciò, i numeri segnano una leggera diminuzione rispetto all’anno precedente, con circa 3mila assunzioni in meno nel mese (-0,7%) e 34mila in meno nel trimestre (-2,6%).

Il Bollettino Excelsior di Unioncamere e del Ministero del Lavoro evidenzia una situazione diversa per settori: i servizi trainano la domanda con 307mila assunzioni a novembre e 908mila nel trimestre, sostenuti principalmente da turismo e commercio, che registrano rispettivamente 82mila e 72mila nuovi posti.

Nel comparto industriale le maggiori criticità

In contrasto, il settore industriale mostra una flessione, con 121mila assunzioni a novembre e 360mila nel trimestre, pari a un calo dell’8% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso e del 9,9% rispetto al trimestre precedente.

L’industria manifatturiera, in particolare, prevede solo 78mila assunzioni per il mese e 239mila per il trimestre, segnando riduzioni rispettivamente del 9,9% e 12,5%. Anche il settore edile risente della diminuzione, con oltre 43mila assunzioni previste a novembre e 122mila per il trimestre, in calo del 4,3% in entrambi i periodi.

Contratti a tempo determinato i più diffusi

Il contratto a tempo determinato è il più diffuso (55,5%), seguito dal contratto a tempo indeterminato (19,2%). La difficoltà di reperimento resta elevata: quasi il 48% delle posizioni aperte è difficile da coprire, con carenze soprattutto nell’area “Installazione e riparazione” (66,8%), seguita da “Progettazione e R&S” (57,7%) e “Produzione” (52,5%).

Professioni tecniche e specializzate: le più difficili da reperire

Tra le professioni più complesse da reperire figurano ingegneri (58,8%) e specialisti nella progettazione di applicazioni (55,4%). In ambito tecnico, i profili più ricercati sono i tecnici di gestione dei processi produttivi (71,5%) e i tecnici della salute (62,9%).

Anche i settori della ristorazione e dell’estetica faticano a trovare operatori (59% e 56% rispettivamente), così come il comparto degli operai specializzati, in cui fabbri e saldatori raggiungono difficoltà di reperimento superiori al 74%.

Domanda di lavoratori immigrati e giovani

Per coprire le posizioni, le imprese puntano su 86mila lavoratori stranieri, pari al 20,1% delle assunzioni previste per novembre, soprattutto nei settori di trasporto e logistica (29,4%) e ristorazione (22,7%).

Sono richiesti poi giovani “under 30”, con 131mila posti a loro destinati, soprattutto nei servizi finanziari, assicurativi, informatici e nelle telecomunicazioni.

Maggiore domanda al Sud, calo nel resto d’Italia

A livello territoriale, cresce la richiesta di lavoratori nel Sud e nelle Isole, con un aumento di 10mila assunzioni nel mese e 25mila nel trimestre, mentre le altre aree italiane registrano una lieve flessione sia mensile che trimestrale.

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PMI e sostenibilità: un mix sempre più centrale nelle strategie aziendali

Per le Piccole e Medie Imprese (PMI), l’integrazione di principi di sostenibilità nelle proprie attività sta assumendo un ruolo sempre più rilevante. Secondo una ricerca condotta da BVA Doxa per il Forum per la Finanza Sostenibile, quest’anno il 71% delle PMI italiane ha adottato pratiche di sostenibilità come parte integrante della propria strategia, percentuale che sale all’82% per le medie imprese.

La sostenibilità percepita dalle PMI

L’indagine ha evidenziato come le PMI siano sempre più sensibili ai temi ambientali, sociali e di governance (ESG). Infatti, il 62% delle aziende intervistate ha dichiarato di porre maggiore attenzione a questi aspetti, rispetto agli anni precedenti, mentre il 52% li considera essenziali nelle decisioni di investimento.

Le pressioni degli stakeholder, così come le nuove normative in materia di rendicontazione, hanno spinto le imprese verso una maggiore consapevolezza e un impegno concreto sui temi ESG. Anche gli operatori finanziari intervistati confermano un aumento di interesse verso la sostenibilità da parte delle PMI, motivato dalle richieste del mercato e dalle nuove disposizioni regolatorie.

Benefici e ostacoli dell’adozione di pratiche sostenibili

Le PMI riconoscono diversi vantaggi nel percorso verso la sostenibilità. Tra questi, il 39% delle imprese indica il risparmio energetico come uno dei benefici tangibili, seguito dalla riduzione dei costi associati ai danni climatici (23%).

Tuttavia, permangono alcune difficoltà che ostacolano la transizione sostenibile: i costi di gestione elevati sono un problema per il 48% delle aziende, il carico burocratico per il 46%, mentre il 33% riscontra difficoltà nel reperimento delle risorse finanziarie necessarie.

Il contributo della finanza sostenibile

Uno strumento chiave per supportare la transizione sostenibile è rappresentato dalla finanza sostenibile. Circa la metà delle PMI dichiara di conoscere o di aver già utilizzato strumenti di questo tipo e il 70% potrebbe valutarne l’adozione in futuro.

Gli operatori finanziari, tuttavia, evidenziano alcune criticità, come la difficoltà delle PMI a individuare l’offerta finanziaria più adatta e a sostenere gli impegni legati alla finanza sostenibile, nonché una generale carenza di competenze interne.

Iniziative sostenibili e coperture assicurative

Le PMI che hanno avviato progetti sostenibili si sono finanziate principalmente con risorse proprie, mentre le imprese più strutturate fanno ricorso anche a fondi pubblici.

Inoltre, entro la fine del 2024, il 67% delle PMI è consapevole dell’obbligo di assicurarsi contro eventi catastrofali: il 49% ha già stipulato una polizza, e un ulteriore 40% prevede di farlo, segnalando una crescente attenzione verso la protezione dagli effetti dei cambiamenti climatici.

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Pmi: tassate 120 volte più dei big del web

Se le piccole imprese italiane del Nord Est pagano ogni anno 24,6 miliardi di tasse, le 25 multinazionali del web presenti in Italia ne versano molte meno: secondo l’Area Studi di Mediobanca solo 206 milioni di euro.
Certo, le dimensioni economiche di queste due realtà sono molto diverse, ma dal punto di vista dell’Ufficio studi della CGIA il risultato è sconsolante.

Le Pmi considerate producono un fatturato annuo 90 volte superiore a quello delle big tech, ma in termini di imposte ne pagano 120 volte più delle seconde.
Il ricorso sistematico all’elusione praticato negli anni ha aumentato questa disparità di trattamento, mettendo in evidenzia in misura inequivocabile che alle grandi multinazionali tecnologiche in Italia continua a essere riservato un prelievo fiscale ingiustificatamente modesto. 

Arrivo la Global minimum tax

In Italia c’è un trattamento fiscale che ‘penalizza’ i piccoli e ‘favorisce’ i giganti. Infatti, se sui nostri imprenditori grava un tax rate effettivo che sfiora il 50%, sulle big tech si attesta al 36%. E sebbene da quest’anno entri in vigore la Global minimum tax (Gmt), secondo il dossier curato dal Servizio Bilancio dello Stato della Camera, il gettito previsto dalla sola applicazione dell’aliquota del 15% sulle multinazionali sarà molto contenuto.

Si stima che nel 2025 il nostro erario incasserà 381,3 milioni di euro, nel 2026 427,9 e nel 2027 raggiungerà i 432,5. Nel 2033, ultimo anno in cui nel documento si stimano le entrate, le stesse dovrebbero sfiorare i 500 milioni di euro.

Stop alla fuga degli utili nei paradisi fiscali

Recuperare una decina di miliardi di euro di coperture dalla manovra per il 2025 non sarà facile. Bisognerebbe chiedere qualche sacrificio aggiuntivo a chi, in particolare, ha registrato profitti straordinariamente elevati, ma ha versato poche tasse facendo ricorso a tecniche elusive, che hanno consentito di spostare parte degli utili ante imposte realizzati in Italia nei paesi a fiscalità di vantaggio.

Le regole della Gmt sono articolate ed è verosimile ritenere che ogni norma di carattere nazionale potrebbe non essere sufficiente a rendere il prelievo fiscale più equo. È indispensabile trovare un compromesso che non pregiudichi la fuga di queste aziende dal nostro Paese, ma allo stesso tempo le costringa a pagare il giusto. 

L’elusione dei grandi player 

Non sono solo i giganti stranieri del web a sfruttare la fiscalità di vantaggio concessa ancora adesso da molti Paesi europei. Da alcuni anni anche alcuni grandi player italiani hanno trasferito la sede fiscale o quella legale, magari solo di una consociata, all’estero. Molte di queste hanno deciso di spostare la sede legale nei Paesi Bassi perché è possibile beneficiare di una legislazione societaria molto ed eventualmente, di un trattamento tributario alquanto generoso.

Con queste operazioni, ineccepibili dal punto di vista fiscale-societario, si è però ridotta la base imponibile di coloro che pagano le tasse in Italia, penalizzando in particolare le realtà imprenditoriali di piccola e piccolissima dimensione. Che, a differenza delle grandi aziende, non hanno la possibilità di trasferirsi altrove. 

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Customer Experience: tra le aziende italiane ancora poca maturità digitale

Sebbene un terzo delle aziende italiane affermi di adottare un approccio ‘cliente-centrico’ la maggior parte sta muovendo ancora i primi passi in questa direzione. Secondo il modello di maturità delle medie e grandi imprese B2b italiane elaborato dall’Osservatorio Customer Experience nel B2b del Politecnico di Milano, il 36,5% delle aziende è al livello Explorer e il 32% Experimenter, ovvero, si trovano nelle fasi iniziali della trasformazione verso il nuovo paradigma. E sono solo poche realtà pionieristiche ad avere già adottato modelli di relazione e vendita che integrano componenti digitali.

Le aziende che adottano strategie integrate di customer experience ed e-commerce B2b migliorano la soddisfazione e la fidelizzazione dei clienti. Ma la strada verso una piena maturità è ancora lunga. 

Predominano i modelli di vendita tradizionali

Nella gestione dei dati, il 70% delle imprese dispone di CRM e software gestionali, ma il suo potenziale non viene del tutto sfruttato, limitandosi alla raccolta di dati anagrafici o di vendita.

Un’azienda su due sta investendo nello sviluppo di piattaforme e-commerce B2b per l’ottimizzazione della Customer Experience, ma si preferiscono ancora modelli di vendita tradizionali, e il commercio elettronico rappresenta il 21% delle transazioni contro il 40% del mercato internazionale.
Un panorama acuito dal fatto che 7 aziende su 10 rilevano un basso livello di maturità digitale dei clienti, e per il 58% la mancanza di integrazione tra i propri sistemi e quelli dei clienti è un ostacolo.

Le ragioni del ritardo? Resistenza al cambiamento, mancanza di competenze, difficoltà a ridisegnare processi consolidati

“Negli ultimi anni il mercato B2b ha subito trasformazioni profonde, dovute allo sviluppo di nuovi touchpoint di relazione, all’aumento della concorrenza globale e al cambiamento delle aspettative dei clienti trainato dai contesti B2c – spiega Sara Zagaria, Direttrice dell’Osservatorio -. Se molte aziende internazionali hanno riformulato le proprie strategie di gestione dei clienti, sviluppando ecosistemi digitali di approvvigionamento, il contesto italiano evidenzia un ritardo nel percorso di maturità, dovuto a una combinazione di fattori, tra cui la resistenza al cambiamento, la mancanza di competenze digitali e la difficoltà nel ridisegnare processi aziendali consolidati”.

Ma adottare il nuovo paradigma oggi è un imperativo

“Non ci sono alternative – commenta Paola Olivares, Direttrice dell’Osservatorio -: le imprese che vogliono mantenere una posizione competitiva nel mercato B2b devono abbracciare questo nuovo paradigma. L’adozione di soluzioni digitali avanzate, la promozione di una cultura aziendale orientata alla sostenibilità e alla collaborazione, l’attenzione alla trasparenza nella gestione della filiera sono oggi imperativi per garantire la continuità e la crescita nel lungo termine”.

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Terzo settore: diminuiscono i donatori italiani nel 2023

Diminuisce il numero di cittadini italiani che nel 2023 affermano di aver donato denaro almeno una volta a un’associazione, passando dal 12,8% del 2022 all’11%.
Se il 2020 è stato l’anno in cui la pandemia ha generato una reazione solidale, il 2021 è stato invece caratterizzato da difficoltà sia sul fronte dell’impegno economico sia di quello del volontariato. Nel 2022, poi, si sono avvertiti i primi segnali di ripresa in tutte le dimensioni del dono. Una tendenza almeno in parte confermata nel 2023, anche se i livelli pre-pandemia sono ancora lontani.

È quanto emerge dalla settima edizione del rapporto annuale ‘Noi doniamo’, curato dall’Istituto italiano della donazione (IID), svolto in occasione dell’edizione 2024 del Giorno del Dono sostenuta da Bper Banca.

Aumentano le donazioni informali

Nonostante il leggero calo nel numero dei donatori dichiarati, registrato dall’Istat per Bva Doxa, si assiste a un aumento del 5% delle donazioni informali, ovvero, quelle donazioni che non transitano attraverso gli enti non profit.

Allo stesso, tempo, si evidenzia una diminuzione del 4% dei non donatori, ad associazioni e non, che sono passati dal 37% del 2022 al 33% nel 2023.
Inoltre, rispetto al ‘monte’ donazioni, il totale degli importi donati, l’Italy Giving Report dichiara che nel 2021 emerge una lieve crescita dello 0,04 %, un dato che indica un timido, ma costante, aumento dal 2019.

L’identikit della donazione

Il picco massimo delle donazioni si registra tra le persone di 45-74 anni, il minimo tra i giovani: meno del 5% tra i 14-24enni sono donatori. Geograficamente, si conferma il divario tra Nord e Sud, con la quota di popolazione che vive nel Nord-Est e dichiara di aver contribuito al finanziamento di associazioni è più del doppio rispetto al Mezzogiorno (14,3% vs 6,6%).

Resta forte il legame tra istruzione e propensione alla donazione. Il 22,8% dei laureati dà contributi in denaro alle associazioni, valore quattro volte più alto rispetto a chi possiede solo la licenza media (5,3%).
Tra le cause più sostenute, Doxa Bva evidenzia al primo posto Ricerca medico-scientifica (38%), al secondo, Aiuti umanitari/emergenza, inclusi Ucraina ed Emilia-Romagna (35%), al terzo, povertà in Italia (19%).

Crescono elemosina e collette

Quanto alle donazioni informali, nel 2023 cresce la quota di coloro che nei dodici mesi precedenti ne ha effettuata almeno una, passando dal 50% al 55%. L’ambito che registra una crescita maggiore è l’elemosina alle persone bisognose (+4%), che arriva così al 19%.
Seguono subito dopo le collette per le emergenze, con il 18%, valore stabile rispetto all’anno precedente (17%).

In base ai dati da BVA Doxa, inoltre, emerge un aumento non trascurabile fra i donatori (sia informali sia non) di giovane età, che resta comunque ben al di sotto della media. Nella fascia 15-24enni l’aumento è del 3% a favore del non profit e del 2% dei donatori informali.

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Acquisti Non Food: gli italiani spendono un po’ di più, ma comprano meno

È un quadro difforme quello delineato dall’edizione 2024 dell’Osservatorio Non Food di GS1 Italy, che analizza l’andamento di 13 comparti non alimentari. Rallenta infatti la crescita della spesa destinata all’acquisto di prodotti non alimentari (+0,4% nel 2023 vs +4,3% del 2022), che nel 2023 supera 110,3 miliardi di euro, e si allarga la forbice tra i comparti merceologici.

I top performer sono i prodotti di profumeria, seguiti a distanza dai prodotti di automedicazione, mentre elettronica di consumo, edutainment, abbigliamento e calzature chiudono l’anno con un risultato negativo.
Complessivamente, abbigliamento e calzature, elettronica di consumo, mobili e arredamento, bricolage detengono una quota del 65,4% sul giro d’affari totale rilevato.

Battuta d’arresto per Abbigliamento e Calzature

Nonostante sia al primo posto del ranking per fatturato, nel 2023 abbigliamento e calzature si ferma a 21,6 miliardi di euro di vendite (-0,9%), lontano dai valori pre-Covid (-5,6% tra 2019 e 2023), con l’unico canale in crescita l’online (+8,6% vs 2019).
Al secondo posto scende l’elettronica di consumo, che in un anno perde il 4,8% delle vendite in valore, fermandosi a 21,1 miliardi di sell-out.

Il comparto mobili e arredamento, al terzo posto, chiude il 2023 con un aumento Dell’1,9% delle vendite (15,9 miliardi). In espansione anche il sell-out del bricolage (+0,7% sul 2022), ammontato a 13,5 miliardi di euro.
Al quinto posto si confermano i prodotti di automedicazione, con 8,7 miliardi di euro di giro d’affari (+4,2% sul 2022, +16,8% vs 2019.

Balzo in avanti per la Profumeria

Il miglior balzo in avanti è quello dei prodotti di profumeria, che chiude il 2023 con 7,5 miliardi di euro di vendite (+11,1%).
Altri comparti generano nel 2023 un fatturato maggiore rispetto a quello ottenuto nel 2019. Sono i prodotti di ottica, con 2,7 miliardi di euro di vendite (+1,3%), tessile casa, con 1,3 miliardi di euro (+0,9%), e giocattoli, con 1,1 miliardi di euro (+2,7%). L’edutainment, invece, chiude il 2023 con 4,7 miliardi di euro di sell-out ( -1,6%).
Tre comparti sono poi accomunati da un bilancio annuo positivo, ma ancora inferiore al sell-out del 2019: articoli per lo sport (6,1 miliardi, +1,5 sul 2022), casalinghi (4,4 miliardi, +2,8%) e cancelleria (1,2 miliardi, +0,2%).

L’attenzione al benessere personale sostiene la spesa per i cosmetici

“Il 2023 ha segnato una nuova tappa nel percorso di ripresa dei consumi non alimentari, che mostra un trend di +6,2% nel quinquennio 2019-2023 – dichiara Marco Cuppini, research and communication director GS1 Italy -. Questa tendenza di fondo ha mostrato un’intensità diversa all’interno dei singoli settori merceologici, rispecchiando differenti atteggiamenti degli italiani nei confronti degli acquisti di prodotti Non Food. Ad esempio, l’attenzione al benessere personale ha sostenuto la spesa destinata ai prodotti cosmetici e di automedicazione, mentre la conferma dei bonus statali ha incentivato gli italiani ad ammodernare le proprie case, con interventi di efficientamento energetico e di aumento del comfort domestico”.

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