Quello del lavoro, da qualunque parte lo si guardi, è uno dei temi più caldi e critici dell’Italia. E no, non c’è solo il problema di trovarlo: nell’immediato futuro la vera emergenza sarà riuscire a sostituire chi ne uscirà.
Nei prossimi cinque anni, infatti, l’Italia dovrà affrontare una sfida epocale: oltre tre milioni di lavoratori lasceranno il proprio impiego, pari a circa il 12,5% della forza lavoro complessiva. La gran parte andrà in pensione, ma non mancheranno abbandoni legati a scelte personali, mobilità internazionale, cambi di carriera o perdita del posto.
Secondo i dati elaborati dall’Ufficio studi della CGIA su rilevazioni Unioncamere e Ministero del Lavoro, il fenomeno colpirà soprattutto i dipendenti del settore privato, che rappresentano più della metà delle uscite (1,6 milioni). Seguiranno i lavoratori pubblici con circa 768 mila unità e gli autonomi con 665 mila.
La Lombardia dovrà rimpiazzare 568mila addetti
Non in tutto il Paese l’emergenza avrà la stessa portata. Le aree con maggiore ricambio previsto sono quelle caratterizzate da mercati del lavoro più vasti e da un’età media più elevata. La Lombardia dovrà rimpiazzare quasi 568 mila persone, seguita dal Lazio con 305 mila e dal Veneto con 291 mila. In fondo alla classifica si trovano Umbria (44.800), Basilicata (25.700) e Molise (13.800).
In alcune regioni, come Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, la quota di dipendenti privati da sostituire supererà ampiamente il 55% del totale. In altre, come Calabria, Molise e Sardegna, il peso maggiore ricadrà invece su pubblico impiego e lavoro autonomo.
Il settore dei servizi quello più a rischio
Quasi tre quarti delle sostituzioni interesseranno il settore dei servizi, con circa 2,2 milioni di uscite. Le aree più colpite saranno commercio (380 mila posti), sanità (361 mila) e Pubblica Amministrazione (332 mila).
L’industria dovrà fare i conti con 726 mila ricambi, di cui ben 179 mila nel comparto delle costruzioni, mentre l’agricoltura sarà meno coinvolta, con circa 111 mila unità.
L’invecchiamento della popolazione
Al ricambio generazionale si lega un altro problema strutturale: l’aumento dell’indice di anzianità della forza lavoro. Nel 2023, per ogni 100 under 35, erano presenti 65 lavoratori oltre i 55 anni, con una crescita di quattro punti in due anni. Questo squilibrio è dovuto a ingressi insufficienti di giovani e permanenza più lunga dei lavoratori anziani.
Il rischio è che, mancando nuove leve qualificate, le imprese saranno costrette a contendersi i profili più esperti con offerte salariali sempre più alte, innescando una competizione serrata e potenzialmente destabilizzante.
Le regioni più “anziane”
Il primato negativo spetta alla Basilicata, dove l’indice di anzianità dei dipendenti privati tocca quota 82,7, seguita da Sardegna, Molise, Abruzzo e Liguria. Meglio, ma non senza criticità, in Emilia-Romagna, Campania, Veneto e Lombardia. Il dato più basso appartiene al Trentino-Alto Adige, con il 50,2.
La prospettiva è chiara: senza un ricambio generazionale adeguato, l’Italia rischia di trovarsi con un sistema produttivo in affanno e aziende costrette a rincorrere manodopera sempre più scarsa.