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Economia: crescita a 3,7% nel 2022. Italia resiliente, ma rischi ancora elevati

Lo scenario tratteggiato dal comitato esecutivo del Fondo Monetario Internazionale, a conclusione della consultazione Article iV con l’Italia, evidenzia l’aumento dei prezzi al consumo, in gran parte a causa della crescita dei prezzi dell’energia, e il peggioramento delle condizioni finanziarie. I rendimenti dei titoli di Stato italiani risentono dell’inasprimento della politica monetaria.
Nel 2022 però l’economia italiana cresce del 3,7%, resistendo agli effetti della guerra Russia-Ucraina. Aumentano poi consumi privati, grazie alla ripresa dell’occupazione, al turismo vivace e al sostegno fiscale del potere d’acquisto reale. La crescita dei servizi e delle costruzioni compensa inoltre la debolezza del settore manifatturiero, in particolare nelle industrie ad alta intensità energetica colpite dai prezzi elevati dell’energia.

Mercato del lavoro: forte performance, ma prospettive incerte

Il mercato del lavoro registra una forte performance, i salari nominali aumentano, ma quelli reali diminuiscono. Le riserve di capitale e di liquidità delle banche rimangono sostanzialmente stabili a livelli confortevoli, e i crediti deteriorati diminuiscono ulteriormente. Ma, avverte il Fmi, a fronte delle prospettive incerte per l’economia e del futuro andamento della politica monetaria i rischi rimangono elevati. L’ampio sostegno politico e l’aumento dei costi degli interessi mantengono i disavanzi fiscali molto elevati. Il rapporto debito pubblico/Pil è in diminuzione, ma rimane molto elevato. Una popolazione in età lavorativa in calo potrebbe ridurre la crescita a lungo termine.

Nel 2023 fase di crescita più lenta, ma rischi al ribasso

Secondo le stime del Fmi la crescita dovrebbe entrare in una fase più lenta e i rischi al ribasso dominano le prospettive. Si prevede che la crescita si modererà all’1,1% nel 2023 e allo 0,9% nel 2024, per poi riprendere temporaneamente all’1,1% nel 2025. Si prevede inoltre che l’inflazione complessiva diminuirà drasticamente al 5,2% nel 2023 e al 2,5% nel 2024, trainata dal calo dei prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari. Un inasprimento più brusco della politica monetaria, avverte il Fmi, potrebbe trasmettersi in modo asimmetrico all’Italia e aumentare ulteriormente i costi di finanziamento, mentre il rinnovato stress finanziario globale potrebbe ridurre la disponibilità di finanziamenti, causando un ridimensionamento della spesa pubblica e privata, e riaccendendo le preoccupazioni sui legami sovrano-banca-società.

Attuare tempestivamente il Pnrr e concentrarsi sulle riforme

Attuare tempestivamente ed efficacemente il Pnrr è la sollecitazione contenuta nel report conclusivo del Fmi: “Le politiche che rallentano la riduzione del debito pubblico o i ritardi prolungati nella ricezione degli esborsi di NextGenerationEU (NGEU) potrebbero sollevare problemi di finanziamento. La crescita potrebbe essere influenzata negativamente da un nuovo balzo dei prezzi dell’energia, dalla frammentazione del commercio estero e degli investimenti o da un calo generalizzato della domanda esterna”.
È necessario quindi, riporta Adnkronos, concentrarsi su riforme strutturali ambiziose per aumentare produttività e crescita potenziale, migliorare la sicurezza energetica e soddisfare gli obiettivi climatici. Importante, poi, ridurre decisamente il debito pubblico. 

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Stimoli pubblicitari, quali sono più efficaci verso gli utenti?

L’attenzione è una risorsa preziosa e, nel contesto di sovraccarico informativo in cui ci troviamo immersi, comunicare con efficacia è sempre più complesso. A questo proposito, arriva lo studio intitolato “Oltre l’attenzione visiva” condotto da Omnicom Media Group in collaborazione con AINEM, Ipsos e Nielsen. La ricerca ha misurato proprio l’attenzione verso gli stimoli pubblicitari, rivelando che questa è maggiore nei confronti dei mezzi televisivi, con un ricordo tre volte superiore rispetto al mobile. Tuttavia, andare oltre l’attenzione visiva è essenziale per ottenere una visione completa dell’efficacia di uno stimolo pubblicitario. La videocomunicazione risulta essere altamente performante, ma anche il formato audio non è da meno, con una perdita di attenzione del solo 2%. D’altra parte, i formati pubblicitari statici, come i banner, hanno performance diverse, con un ricordo intorno al 50% rispetto al formato video.

Le tre dimensioni dell’attenzione

Le prime evidenze emergono dall’analisi condotta dall’Associazione Italiana di Neuromarketing (AINEM), che ha monitorato in laboratorio le tre dimensioni dell’attenzione: visiva (tramite eye-tracking), della mente (tramite EEG – elettroencefalogramma) e del corpo (tramite GSR – Galvanic Skin Response). La televisione continua a svolgere un ruolo significativo nella comunicazione pubblicitaria. Secondo Ipsos, il ricordo di un brand visto in TV è tre volte superiore rispetto al mobile, e solo il 17% dei break pubblicitari viene interrotto dallo zapping. Inoltre, l’importanza dell’audio nell’attivare l’attenzione è confermata dal fatto che una persona su cinque ricorda una pubblicità passata in TV anche se in quel momento non stava guardando lo schermo.

Come gli italiani fruiscono la pubblicità: vince la TV

Lo studio condotto da Ipsos ha esaminato i comportamenti di fruizione di TV e mobile degli italiani all’interno delle loro case, utilizzando sofisticati strumenti di AI e machine learning. Nel contesto naturale (soggiorno, camera da letto, cucina, ecc.), l’attenzione alla pubblicità risulta più elevata in salotto (60%) rispetto alla camera da letto (47%). Si è osservato che le persone dedicano circa 10 secondi di attenzione attiva agli stimoli pubblicitari in TV, mentre su mobile questo tempo si riduce a circa 2 secondi. Nonostante ciò, l’ambiente mobile risulta più immersivo poiché le persone distolgono meno lo sguardo dallo schermo del cellulare. Ciò comporta una variazione nei comportamenti tra fruizione di contenuti e fruizione di pubblicità.

Più attenzione ai siti di informazione che ai social

Per quanto riguarda i mezzi di informazione, lo studio analizza l’attenzione verso i messaggi pubblicitari sulle testate web di news (come siti di quotidiani e periodici). Su questi mezzi, il tempo di attenzione risulta essere del 20% superiore rispetto a quello registrato sui social media. Il contesto in cui sono inseriti i messaggi pubblicitari influisce notevolmente sull’attenzione: i contenuti presenti sui siti di informazione spingono a una maggiore attenzione anche nei confronti delle pubblicità. Nell’analisi delle caratteristiche sociodemografiche, emerge che il ricordo degli spot TV è del 75% più alto per le donne rispetto agli uomini. I giovani, invece, si distinguono per una soglia di attenzione alla pubblicità più bassa, ma registrano lo stesso livello di ricordo delle persone più mature.

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L’Italia nel 2023: un paese che resiste a pandemia e choc energetico

L’Italia si dimostra un paese capace di resistere alla pandemia prima e allo choc energetico, con il conseguente rialzo dei prezzi, dopo. Una tendenza positiva che sembra continuare anche nel 2023 e nel 2024, seppur con percentuali più contenute.
La crescita del Pil nel 2022 è infatti del +3,7% (tra le maggiori economie europee seconda solo alla Spagna, e maggiore rispetto a Francia e Germania) trainata soprattutto da costruzioni e servizi. Insomma, l’Italia che emerge dal Rapporto annuale dell’Istat per il 2023 è nel complesso resiliente. Sono però diversi gli aspetti su cui il paese deve compiere grossi passi in avanti, anche alla luce delle direttrici indicate dal PNRR e della sua progressiva attuazione.

Imprese: innovazione, ricerca e sviluppo sono fondamentali

Nel mondo imprenditoriale, ancora caratterizzato dalla forte prevalenza di Pmi (solo l’1% delle realtà imprenditoriali è costituto da grandi aziende), diventano di fondamentale importanza innovazione, ricerca e sviluppo.
In base alle analisi dell’Istituto di statistica, le imprese che innovano registrano una produttività maggiore del 37%, e se si aggiunge la ricerca e sviluppo si arriva a un +44%. L’altro nodo critico è l’inclusione dei giovani e delle donne nel mondo del lavoro.
Su questo fronte si registrano ancora le percentuali più basse d’Europa. Un dato per tutti: la quota dei Neet, i giovani che non studiano, non lavorano e non si formano, è al 20%, pari a 1,7 milioni di persone (dopo di noi solo la Romania).
L’Istat rileva peraltro come le donne che raggiungono i livelli più elevati di istruzione rimangano più a lungo al lavoro anche dopo aver avuto figli.

Partecipazione al lavoro: serve un approccio qualitativo

La partecipazione al lavoro si lega direttamente, come dimostrato dai dati dell’Istituto, a quello della natalità (lo scorso anno si è registrato il record storico negativo inferiore a 400 mila nascite) e dell’invecchiamento demografico, che modificano direttamente la struttura del mercato lavorativo. L’Istat propone un approccio qualitativo più che quantitativo al welfare, per consentire alle nuove generazioni di fare scelte genitoriali e progettare il futuro. Grande attenzione viene data nel Rapporto anche al tema dell’ambiente, con le criticità legate soprattutto alla gestione delle risorse idriche, e della transizione ecologica, che può diventare un’ottima opportunità di inclusione lavorativa anche per donne e giovani.

Sì a transizione ecologica se sostenibile anche socialmente 

La transizione ecologica va però guidata in maniera tale da essere socialmente sostenibile e da non acuire le disuguaglianze e la trappola della povertà. Su questo fronte però l’Italia segna anche alcuni punti a suo favore, innanzitutto nel campo delle fonti rinnovabili, dove siamo tra i paesi più performanti, anche grazie al sistema delle incentivazioni. Si è inoltre registrato un rallentamento delle emissioni di gas serra. Buoni risultati anche per quanto riguarda le aree verdi nelle città, le aree marine protette e il patrimonio boschivo, che hanno registrato una crescita consistente.

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Dopo la pandemia gli italiani assicurano le mura domestiche: cosa è accaduto?

Forse è l’abitazione uno dei luoghi mutati più profondamente nel corso di questi ultimi 3 anni. Se prima la casa era vista come mero ambiente in cui stazionare nelle ore notturne o durante il weekend, complice pandemia e lavoro agile è divenuta protagonista di una trasformazione che l’ha portata a essere ben più che un rifugio. La casa, oggi, si abita e si vive, è luogo di riposo e sinonimo di accoglienza, è ufficio, ma anche luogo di incontro e relax. Vivere maggiormente l’abitazione, al pieno delle proprie potenzialità, ha restituito, tuttavia, anche conseguenze in termini di sicurezza. Tanto che oggi aumenta il numero di chi vuole assicurare le mura domestiche.

La casa come porto sicuro

Un dato che non sorprende: già nel 2022, come confermato dal report ‘L’assicurazione Italiana’, rilasciato dall’Associazione Nazionale fra le imprese assicuratrici (ANIA), emergeva un aumento di richieste di sottoscrizione di contratti assicurativi a protezione della casa. Secondo lo studio, infatti, solo a marzo dello scorso anno è stato registrato un aumento del +14,4% nel ramo danni rispetto al periodo pre-pandemico.
Un dato che già allora restituiva una fotografia puntuale delle nuove necessità degli italiani, figlie di due anni di incertezza in cui la casa si è trasformata da luogo in cui trascorrere la notte a porto sicuro.

Cosa è cambiato in tre anni?

E dopo 3 anni gli italiani hanno ben chiaro in mente quale sarà la casa del futuro: green, tecnologica, cyber sicura. Se durante il lockdown l’abitazione era diventata una prigione dorata, oggi la percezione delle persone è cambiata, e con essa anche il modo di vivere il proprio ambiente domestico.
Questo è quanto emerge anche da una ricerca BVA-Doxa promossa da Groupama Assicurazioni per l’Osservatorio Change Lab, Italia 2030, che monitora e analizza i principali trend che modificheranno il modo di vivere degli italiani nel corso dei prossimi dieci anni, nonché il loro impatto su economia, ambiente e sviluppo del Paese.

Un luogo polifunzionale in cui la parola chiave è condivisione

Per il 73% degli intervistati, oggi la casa è un luogo polifunzionale in cui la parola chiave è ‘condivisione’, di spazi, momenti, esperienze, ma anche un investimento sicuro (35%) da lasciare in eredità ai figli a garanzia di un futuro più roseo (46%). Gli italiani sono un popolo di proprietari di casa (il 79% del campione dichiara di possederne una), ne percepiscono l’importanza e sentono l’esigenza di proteggerla. Sono 8 su 10, infatti, gli italiani che sostengono il valore di un’assicurazione sulla casa. E il 54% ha già provveduto a stipularne una.

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Frutta e verdura: 25 milioni di italiani l’acquistano dal contadino

È quanto emerge da un’analisi condotta dalla Coldiretti su dati Censis: gli italiani preferiscono acquistare frutta e verdura direttamente da chi la coltiva. Sono infatti circa 25 milioni gli italiani che hanno comprato cibo dai contadini, sia perché spinti da una nuova sensibilità verso gli alimenti salutari sia perché mossi dalla volontà di recuperare un contatto diretto con chi coltiva i prodotti che vengono portano in tavola. L’analisi è stata diffusa in occasione della giornata mondiale della gastronomia sostenibile, promossa il 18 giugno dalle Nazioni Unite. Una giornata che ha lo scopo di mettere al centro l’importanza di un’alimentazione che rispetti l’ambiente, che si avvalga di ingredienti biologici a chilometro zero, ma soprattutto che eviti gli sprechi.

Filiera ‘corta’: una fatturato da 6 miliardi di euro l’anno

L’Italia è il Paese della Ue con la più estesa rete organizzata di mercati contadini. Con 15.000 agricoltori coinvolti in circa 1.200 farmers market di Campagna Amica, il fatturato nazionale della filiera ‘corta’ con vendita diretta di frutta, verdura e altri prodotti agroalimentari, raggiunge i 6 miliardi di euro all’anno. Si tratta di un sistema organizzato da Nord a Sud del Paese, e che non ha solo un valore economico, ma anche occupazionale e ambientale.

Farmers market italiane: un primato riconosciuto a livello mondiale

Quello delle farmers market è un primato riconosciuto a livello mondiale, dove Campagna Amica si è fatta promotrice della World Farmers Markets Coalition, di cui fanno parte realtà di tutti i continenti, come Usa, Australia, Giappone, Canada, Cile, Ghana, Inghilterra, Danimarca e Norvegia, coinvolgendo 250 mila agricoltori e le loro famiglie.
“Il successo dei farmers market è frutto della legge italiana che premia la multifunzionalità dell’agricoltura e che abbiamo fortemente sostenuto per avvicinare le imprese agricole ai cittadini e conciliare lo sviluppo economico con la sostenibilità ambientale e sociale”, afferma il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini.

Tutti i vantaggi di comprare a Km zero

Secondo l’Ispra,  riporta AGI, le vendite dirette con gli acquisti a Km zero tagliano anche del 60% lo spreco alimentare rispetto ai sistemi alimentari tradizionali, e garantiscono un contributo importante alla lotta contro l’inquinamento e i cambiamenti climatici, che provocano danni e vittime in tutto il mondo. È stato calcolato infatti che un chilo di ciliegie dal Cile per giungere sulle tavole italiane attraverso il trasporto aereo deve percorrere quasi 12 mila chilometri, per un consumo di 6,9 chili di petrolio e l’emissione di 21,6 chili di anidride carbonica. E un chilo di mirtilli dall’Argentina deve volare per più di 11 mila chilometri, consumando 6,4 kg di petrolio che liberano 20,1 chili di anidride carbonica per ogni chilo di prodotto. 

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Diversità, equità, inclusione: le PMI sono ancora “acerbe”

Le Pmi italiane hanno una concezione poco moderna rispetto ai temi di equità, inclusione e valorizzazione delle diversità. Una visione ancora acerba e prevalentemente ‘teorica’, dove l’approccio all’inclusività è spesso frutto della soggettività del singolo e della propria esperienza personale. È quanto emerge dalla ricerca Diversità, Equità, Inclusione nelle PMI italiane, commissionata da Valore D a Nomisma. Sono infatti molte le realtà che non ritengono di aver bisogno di iniziative DEI, non individuano alcun vantaggio nell’adottarle e non hanno all’interno una figura dedicata né un budget allocato. Limitata, inoltre, è anche la presenza femminile, e scarsa la conoscenza della certificazione di genere tra le aziende.

Say-Do-Gap

Emerge quindi una divergenza tra teoria e pratica nell’affrontare le tematiche DEI. Nonostante una crescente attenzione verso gli ambiti che riguardano la sostenibilità, questa non si traduce in priorità di business per le aziende. Infatti, per il 20% delle Pmi questi aspetti rivestono un ruolo secondario e per il 21% non hanno alcun ruolo. Più in particolare, se il 59% delle Pmi adotta iniziative concrete a favore di diversità e inclusione, le dimensioni aziendali influiscono sull’approccio a questi temi. Le aziende di dimensioni più ridotte adottano nel 61% dei casi iniziative singole, mentre le medie imprese tendono ad avviare con maggiore frequenza (72%) veri e propri percorsi strategici.

Per il 41% le iniziative DEI sono secondarie o non importanti 

In generale le Pmi hanno difficoltà a percepire i vantaggi nel lungo periodo collegati alle iniziative DEI, considerate secondarie o non importanti dal 41% degli intervistati. Solo il 16% ha al suo interno una figura dedicata alla gestione DEI, e poco diffusi sono anche i responsabili degli aspetti di sostenibilità (35%). Nelle imprese che non hanno figure specifiche dedicate, la gestione è affidata alla dirigenza aziendale (titolare/imprenditore, AD, direttore generale, 44%) mentre per circa una PMI su tre non è prevista una delega specifica. Il 72% delle Pmi, poi, non ha attualmente, e non prevede in futuro, un budget dedicato a queste tematiche, numero che sale all’80% per quanto riguarda le piccole imprese.

Parità e certificazione 

Si evidenzia pertanto la mancanza di una visione moderna dell’inclusione e della valorizzazione delle diversità. Spesso le azioni intraprese si limitano a iniziative di welfare e conciliazione vita/lavoro, e meno di una azienda su tre fa formazione sui temi DEI o networking con altre realtà. Quanto alla parità di genere, il 63% delle Pmi conosce l’esistenza di una certificazione, ma a oggi la quota di Pmi che ha ottenuto la certificazione è ancora minuscola (1% tra le medie imprese), anche se un’azienda su tre potrebbe richiederla già nel prossimo anno.  Inoltre, il campione intervistato evidenzia una scarsa presenza femminile a livello apicale. Nel 16% delle Pmi non ci sono donne in queste posizioni, e nel 57% le donne in posizioni apicali sono meno del 25%. 

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Cambiano le regole del dating: per GenZ parola d’ordine autenticità

La GenZ sta riscrivendo le regole e gli standard delle generazioni precedenti rispetto alle relazioni. Circa l’80% di chi ha 18-25 anni considera il proprio benessere una priorità quando frequenta qualcuno, e il 79% ritiene che i potenziali partner debbano condividere questo tipo di approccio.
Non solo: il 75% di giovani single conferma di trovare più attraente un match che lavora sulla propria salute mentale. Sono alcuni dati emersi dal report The Future of Dating 2023, ‘A Renaissance in Dating, Driven by Authenticity’ di Tinder. Con il ritorno alla normalità dopo la pandemia, il report di quest’anno individua nuovi trend e abitudini nel dating, costruite su tre pilastri fondamentali: inclusività, tecnologia, e soprattutto, autenticità.

Creare connessioni senza filtri e maschere

Insomma, la GenZ dà più importanza a relazioni basate su valori come fedeltà (79%), rispetto (78%), mentalità aperta (61%), e meno sull’aspetto fisico (56%). In pratica, la GenZ è disposta a mostrare la propria personalità senza filtri e maschere, prendere o lasciare. Quando si tratta di appuntamenti, creare connessioni reali e autentiche rimanendo fedeli al proprio io è in cima alle priorità dei giovani su Tinder. E avere idee e opinioni chiare è fondamentale. In questo, l’alcol, o meglio la sua mancanza, gioca un ruolo cruciale. Il 72% degli iscritti a Tinder afferma sul profilo di non bere alcolici o di farlo solo occasionalmente.

No a giochetti e strategie di conquista

Inoltre, giochetti e strategie di conquista non fanno parte della indole dei GenZ, che rispetto ai dater di età superiore hanno il 32% in meno di probabilità di sparire con una persona, il cosiddetto ‘ghosting’.
Inoltre, il 77% degli utenti di Tinder risponde a una persona che gli interessa nel giro di 30 minuti, il 40% in massimo 5 minuti e più di un terzo immediatamente. Un dato interessante se confrontato con il modo in cui i Millennial consideravano gli appuntamenti 10 anni fa. Il 73% di chi oggi ha tra 33-38 anni concorda che le strategie di conquista (farsi desiderare, dare segnali poco chiari, sondare il terreno) erano considerate la normalità quando avevano 18-25 anni, mentre oggi non lo sono più.

Tinder: un luogo sicuro  

Ora ciò che effettivamente conta sono le persone, ciascuna con la propria unicità. L’80% dei membri di Tinder afferma di aver conosciuto e incontrato una persona di un’altra etnia o cultura
Due terzi degli utenti (circa il 66%) ammette che grazie a Tinder ha potuto conoscere e frequentare gente al di fuori della propria cerchia sociale, riporta Adnkronos, conoscendo persone che altrimenti non avrebbe mai potuto incontrare nella quotidianità. Questo dato è rilevante anche per i membri della comunità LGBTQIA+, che riconoscono Tinder come un luogo sicuro in cui fare coming-out, ancora prima di farlo con familiari o amici.

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Imprese: richieste di credito in flessione, e tornano a salire i tassi di default

Nei primi tre mesi del 2023 la domanda di credito presentata dalle imprese italiane risulta in flessione del -3,6% rispetto al corrispondente periodo del 2022. Viceversa, l’importo medio richiesto registra un incremento a doppia cifra, +27,8%, per un ammontare pari a 146.845 euro. Lo attestano i dati di EURISC, il Sistema di Informazioni Creditizie di CRIF.
Il trend generale di flessione delle richieste si rispecchia anche nello spaccato per tipologia di impresa. Infatti, la domanda di credito da parte delle Imprese individuali mostra una contrazione del -6%, mentre le Società di capitali subiscono una flessione del -2,4%. Al contrario, si mantiene in decisa crescita l’importo medio per entrambe le tipologie, ovvero, +27,4% per le Società di capitali (193.363 euro) e +21,3% per le Imprese individuali (49.717 euro).

Dopo 10 anni sale la rischiosità delle imprese

Allo stesso tempo, il tasso di default delle imprese dopo molti anni è tornato a salire, arrivando intorno al 2% nel 2022. Un indicatore, questo, che risultava in costante calo dal 2013, delineando negli anni una rischiosità sempre minore delle imprese e uno scenario favorevole per le banche e l’industria del credito. In particolare, il tasso di default è passato da picchi del 7-8% fino a un minimo dell’1,5% nel 2021. Successivamente, la linea discendente si è prima appiattita per poi tornare a crescere dal 2022.

Richieste per settore stabili sui volumi pre-pandemia

Dallo studio CRIF, che mette a confronto la distribuzione della domanda di credito delle imprese dei diversi settori economici, dopo il picco registrato nel I trimestre 2021 emerge un progressivo riassestamento dei volumi di richiesta del credito ai livelli pre-pandemia.
I settori che hanno maggiormente risentito della fluttuazione di questi anni di ‘permacrisi’ sono stati i Servizi, il Commercio e le Costruzioni.
Entrando nel dettaglio, l’innalzamento delle richieste fino al I trimestre 2021 ha subito un considerevole slancio per i Servizi, che rispetto al 2019, nei primi tre mesi del 2021 segnavano una crescita del 7,6%. Lo stesso è accaduto per il settore Commercio, che ha raggiunto lo zenit nel primo trimestre 2021, con un +7,5% in più rispetto ai livelli pre-pandemia. Una conferma di quanto le conseguenze economico-finanziarie della pandemia abbiano accentuato il bisogno di liquidità del comparto.

Meno fluttuazioni della domanda per Tlc ed Energia

Il picco è stato significativo anche per le Costruzioni, con un aumento del 7,4% rispetto al 2019. Il comparto ha infatti beneficiato degli incentivi governativi, come Bonus Facciate o Superbonus 110%, che hanno rivitalizzato la domanda.
Le fluttuazioni della domanda di credito nell’arco temporale degli ultimi cinque anni sono state invece molto più contenute per settori quali le Telecomunicazioni e l’Energia. Viceversa, il comparto del Food&Beverage ha subito negli anni un forte ridimensionamento della domanda, passando da un livello pre-pandemia del 15,7% di richieste fino a segnare solamente un 2% nel I trimestre 2023, pari a -13,7%.

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Smart City: nel 2022 il mercato arriva a 900 milioni di euro

Secondo la ricerca dell’Osservatorio Smart City della School of Management del Politecnico di Milano, il 2022 è stato un anno positivo per il mercato della Smart City, caratterizzato da una crescita del + 23% rispetto al 2021, e arrivando a 900 milioni di euro. A pesare di più sono le applicazioni ormai consolidate, come illuminazione pubblica, smart mobility, smart metering e smart building (12%). E grazie ai primi fondi assegnati del PNRR crescono anche soluzioni legate all’energia, come smart grid e comunità energetiche rinnovabili. Sempre nel 2022 il 39% dei comuni italiani con oltre 15.000 abitanti ha avviato almeno un progetto di Smart City, e l’89% delle amministrazioni che hanno avviato progetti negli ultimi anni vuole continuare a investire in nuove iniziative. 

Nel prossimo triennio il 41% dei comuni investirà nella città intelligente 

Oggi il 41% dei comuni afferma di voler investire in iniziative di Smart City nel prossimo triennio: l’anno scorso era il 33%. In particolare, questi comuni si concentreranno sullo sviluppo di progetti di smart mobility, smart building, e analisi dei dati legati al turismo, alla mobilità e agli eventi in città, tutti ambiti che hanno grande potenziale per lo sviluppo di soluzioni connesse e integrate. In netto contrasto è la posizione dei comuni che non hanno ancora avviato progetti. Tra questi, solo il 28% si dichiara interessata a implementarli nei prossimi anni.

Per il 65% dei cittadini è la “città innovativa”

Secondo un’indagine svolta in collaborazione con BVA Doxa, il 65% dei cittadini ha sentito parlare di Smart City, a cui la maggior parte associa il concetto di ‘città innovativa’. Il 64% reputa però ancora futuristica e distante la realizzazione di una città interamente smart. Solo l’11% esprime un parere pienamente positivo su quanto implementato, mentre il 47% crede che si potrebbe fare di più.
Il 35% poi non ritiene adeguata l’offerta digitale in città. In particolare, lamenta soprattutto difficoltà nel trovare parcheggio (54%), pessime condizioni del manto stradale (53%), criminalità e vandalismo (39%), eccessivo livello di traffico e trasporto pubblico carente (37%). È chiaro, dunque, come le priorità suggerite dai cittadini siano fortemente legate ai temi della mobilità smart e della sicurezza (41%).

PNRR: oltre 17 miliardi di euro di finanziamenti

L’82% dei comuni ha in programma investimenti finanziati con fondi del PNRR, puntando su digitalizzazione, sostenibilità e inclusione. Degli oltre 17 miliardi di euro di finanziamenti del PNRR dedicati alle città intelligenti 2,9 rientrano nella Missione 1, relativa alla digitalizzazione della PA, ma gran parte del potenziale smart del PNRR deriva dalla Missione 2, relativa alla rivoluzione verde e transizione ecologica. Oltre dieci miliardi e mezzo (10,7) sono infatti allocati a soluzioni finalizzate ad aumentare l’efficienza energetica e la sostenibilità in chiave Smart Land. 
La Missione 5 invece prevede finanziamenti ad hoc per le città, con 2,5 miliardi destinati ai Piani Urbani Integrati, che mirano a migliorare le periferie di 14 Città Metropolitane, e 1 miliardo destinato a progetti di rigenerazione urbana.

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Per fare un figlio bastano da 500 a 1.000 euro al mese

Per fare un figlio le coppie italiane vorrebbero avere un’entrata mensile tra i 500 e i 1.000 euro al mese, a seconda del reddito, almeno fino al termine della scuola primaria del bambino. Non servono quindi meccanismi fiscali o sostegni complessi. È quanto è emerso da un sondaggio realizzato dalla Società di diagnosi prenatale e medicina materno fetale a 425 persone, di cui 270 donne in età fertile e 155 coppie, durante consulenze cliniche ginecologiche avvenute da gennaio 2023 a oggi. L’indagine ha chiesto agli intervistati quali tra bonus vigenti, detassazione, rafforzamento degli attuali sostegni sociali, ad esempio, per l’acquisto di libri, per asili, o congedi parentali, e un contributo di 500-1.000 euro a figlio, secondo il reddito, quale fosse la misura di sostegno più convincente. E che farebbe, quindi, decidere alle coppie di allargare la famiglia.

Le giovani coppie vogliono un sostegno economico per ogni nuovo nato 

Secondo il sondaggio, i bonus vigenti sono stati considerati assolutamente insufficienti, come insufficiente è considerata la detassazione e irrilevanti i sostegni sociali. Il contributo di 500-1.000 euro a figlio ha avuto invece il 100% dei consensi.
“È apparso evidente che le giovani coppie hanno le idee chiare su cosa permetterebbe loro di decidere di mettere al mondo un bambino – ha commentato Claudio Giorlandino, ginecologo e presidente della Società di diagnosi prenatale e medicina materno fetale -: ovvero un sostegno economico serio per ogni figlio”. 

I figli sono una ricchezza: garantiscono il futuro e muovono l’economia

Invece di erogare euro a pioggia, “si dovrebbero sostenere con denaro nelle tasche per ogni figlio quelle 50.000, 100.000 coppie che, per oggettivi limiti reddituali, non si possono permettere un bambino – ha aggiunto Giorlandino -. I figli sono una ricchezza, oltre a garantire il futuro, muovono l’economia. Si comincerebbero a vedere, di nuovo, per le strade le pubblicità dei prodotti dell’infanzia che stanno scomparendo, sostituite da una pletora di cartelloni gallows humor, macabri e imbarazzanti richiami per agenzie di pompe funebri”.

“Nascono 300 mila italiani a fronte di 800 mila decessi”

Giorlandino ha invitato quindi a “non dimenticare che nascono solo 300.000 italiani a fronte di circa 800.000 decessi: stiamo perdendo oltre 500.000 connazionali all’anno. Tra pochi decenni non ci saranno più italiani. Si perderà quel meraviglioso popolo che da oltre 2.000 anni è un faro di civiltà, cultura e progresso per tutta l’umanità. Qui non si tratta di evocare una complottistica ‘sostituzione etnica, ma è evidente che stiamo scomparendo”.

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