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Retail, crescono gli investimenti nel digitale 

Anche nel 2024 il settore Retail italiano ha continuato ad evolversi,  consolidando le innovazioni avviate l’anno precedente. Gli investimenti digitali rappresentano il 3,2% del fatturato, con una crescita lieve rispetto al 2023. Tuttavia, il rallentamento dei consumi e l’inflazione portano le aziende a rivedere le proprie strategie di spesa.

Secondo Valentina Pontiggia, Direttrice dell’Osservatorio Innovazione Digitale nel Retail – promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano -, il settore sta affrontando una trasformazione strutturale. Per restare competitivi, i retailer puntano su fusioni, acquisizioni e alleanze strategiche, mirando a espandersi su nuovi mercati e a diversificare il business.
In un contesto incerto, emergono nuovi modelli di commercio basati su piattaforme digitali e sulla valorizzazione di asset esistenti.

Andamento del mercato e ruolo dell’e-commerce

Le vendite al dettaglio in Italia crescono dell’1% rispetto al 2023, mentre l’e-commerce segna un aumento più contenuto del 5%, raggiungendo i 38,2 miliardi di euro. Il peso del commercio online sul totale Retail resta stabile all’11%.
Parallelamente, il numero di punti vendita continua a calare: a fine 2023 si contano 555.307 negozi, con una riduzione del 2,4% rispetto all’anno precedente. I settori più colpiti includono editoria (-4,5%), giocattoli (-3,6%) e abbigliamento (-2,7%). Anche la ristorazione registra una lieve flessione (-0,5%).

Elisabetta Puglielli, Direttrice dell’Osservatorio, evidenzia come la cosiddetta “Retail Apocalypse” coinvolga non solo i negozi indipendenti, ma anche le grandi catene della distribuzione. Per contrastare il fenomeno, istituzioni e associazioni di categoria promuovono iniziative per rendere il commercio più attrattivo e sostenibile, favorendo la riqualificazione urbana e migliorando le condizioni lavorative del settore.

Innovazioni nel Grocery e Lifestyle Retail

Il Grocery Retail punta sull’uso strategico dei dati per personalizzare l’esperienza d’acquisto. Tecnologie come CRM (60%), Business Intelligence (53%) e Customer Data Platform (33%) consentono un’analisi più approfondita delle abitudini dei clienti e strategie di marketing più mirate.

L’Intelligenza Artificiale diventa sempre più centrale: il 61% dei retailer utilizza l’AI generativa per ottimizzare i processi, mentre il 67% impiega l’AI tradizionale per migliorare la gestione aziendale. Le principali applicazioni includono chatbot (75%), analisi predittive (58%) e automazione della supply chain (42%).

Nel Lifestyle Retail, la formazione del personale assume un ruolo chiave: il 77% dei retailer investe in programmi per sviluppare competenze digitali, mentre il 44% adotta soluzioni di automazione delle vendite. Tecnologie immersive come realtà aumentata (25%) e chioschi digitali (31%) migliorano l’esperienza del cliente, mentre strumenti di monitoraggio dei flussi ottimizzano la gestione degli spazi.

L’omnicanalità resta una priorità

L’omnicanalità resta una priorità: il 38% dei retailer utilizza sistemi centralizzati per la gestione degli ordini e il 44% integra le scorte tra e-commerce e negozi fisici. Inoltre, il 73% delle aziende sperimenta l’Intelligenza Artificiale per personalizzare il percorso d’acquisto con personal shopper virtuali (70%) e sistemi di raccomandazione avanzati (91%).

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AI: Italia ultima in Europa, ma ai primi posti per acquisto di soluzioni pronte all’uso

L’Italia è ultima tra 8 Paesi europei per adozione dell’Intelligenza artificiale, ma le aziende che la utilizzano l’hanno integrata nei processi. L’Italia è inoltre ai primi posti per acquisto di soluzioni pronte all’uso: il 53% delle grandi imprese ha licenze come ChatGPT o Copilot
A guidare il mercato italiano sono le grandi realtà, il ritardo è delle Pmi, con solo il 7% delle piccole e il 15% delle medie imprese che ha avviato progetti.

In generale, poi, il 99% degli italiani ha sentito parlare di AI, l’89% di AI Generativa, e se il 59% ne ha un’opinione positiva solo il 17% valuta molto positivamente l’adozione dell’AI sul lavoro.
Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano.

Un mercato da 1,2 miliardi di euro

In Italia nel 2024 il mercato dell’AI ha raggiunto un nuovo record, toccando quota 1,2 miliardi di euro, con una crescita del +58% rispetto al 2023.
A trainare lo sviluppo sono soprattutto le sperimentazioni che utilizzano la Generative AI, che rappresentano il 43% del valore, mentre il restante 57% è costituito in prevalenza da soluzioni di AI tradizionale.

Guardando alla spesa media per azienda, i settori più attivi risultano Telco&Media e Insurance, seguiti da Energy, Resource&Utility e Banking&Finance, ma si segnala anche una forte accelerazione del GDO&Retail.
Quanto alla PA, oggi pesa il 6% del mercato, ma il tasso di crescita supera il 100%.

L’81% delle grandi aziende ha valutato almeno un progetto

Le imprese italiane si stanno avvicinando all’AI più lentamente rispetto ad altri Paesi europei come Francia, Germania, Irlanda, Olanda, Regno Unito, Spagna. Rispetto a una media europea dell’89%, ad avere almeno valutato un progetto è l’81% delle grandi imprese italiane. E se ad avere già un progetto attivo in Europa sono in media l’69% delle aziende, l’Italia (59%) è all’ultimo posto.

Ma tra chi già utilizza l’AI, in un caso su quattro dispone di progettualità a regime
Il 65% delle grandi aziende attive nell’AI, poi, sta sperimentando anche nel campo della Generative AI, soprattutto per sistemi conversazionali a supporto degli operatori interni.

AI Act e compliance: un percorso ancora lungo

Ma il 39% delle grandi imprese che utilizzano strumenti di Generative AI ha riscontrato un effettivo aumento della produttività. Un ulteriore 48%, però, non ha ancora valutato in modo quantitativo gli impatti.

In relazione agli aspetti etici e alla compliance delle iniziative di Intelligenza artificiale, con particolare riferimento all’AI Act, il percorso è ancora lungo.
Solo il 28% delle grandi realtà italiane attive ha adottato misure concrete, e il 52% dichiara di non aver compreso a pieno il quadro normativo.

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Calcio: per i tifosi italiani la partita in TV costa fino a 900 euro

In Italia, per seguire il campionato di Serie A 2024/2025 e le coppe internazionali per club si spendono non meno di 648 euro per l’abbonamento annuale. Ma la cifra può arrivare a 900 euro per chi opta per un abbonamento mensile.
Lo ha scoperto Facile.it esaminando i prezzi degli abbonamenti alle piattaforme digitali e Pay TV per poter seguire la squadra del cuore dal divano di casa.

La buona notizia è che i tifosi italiani sono i più fortunati d’Europa. Non solo perché la Serie A è stata riconosciuta come il miglior campionato al mondo, ma anche perché i prezzi per seguire la propria squadra, se gioca nel nostro campionato, sono più bassi rispetto ai Paesi considerati nell’analisi del comparatore prezzi.

Quanto spendono i tifosi spagnoli, inglesi, tedeschi e francesi?

Varcando i confini nazionali si scopre che i prezzi degli abbonamenti alle piattaforme salgono notevolmente. In Inghilterra, ad esempio, per seguire da casa Premier League e competizioni europee i tifosi mettono a budget almeno 876 euro per un abbonamento annuale, mentre in Germania e Francia, per seguire da casa i rispettivi campionati e le coppe internazionali, i supporter spendono almeno 888 euro, il 37% in più rispetto ai 648 euro dell’Italia.
Va decisamente peggio ai tifosi spagnoli, che per vedere in TV LaLiga e le coppe europee spendono ben 1.320 euro l’anno, il doppio degli italiani.

Unica consolazione, in Spagna basta un solo abbonamento per guardare tutte le competizioni, mentre negli altri Paesi, Italia inclusa, per seguire campionato e coppe occorre abbonarsi a più piattaforme.

Le squadre italiane

Il prezzo per seguire la propria squadra del cuore da casa varia a seconda delle competizioni in cui è coinvolta, quindi, delle piattaforme a cui è necessario fare l’abbonamento.
Nel 2024, per tifare Milan, Inter, Juventus, Bologna e Atalanta, impegnate in Champions League, il prezzo degli abbonamenti annuali è stato appunto pari a 648 euro, mentre i tifosi di Lazio e Roma, impegnate in Europa League, e della Fiorentina, in corsa per la Conference League, per l’abbonamento annuale hanno messo a budget 600 euro.

Possono consolarsi, quantomeno dal punto di vista del portafogli, i tifosi di squadre non impegnate in competizioni europee. Per loro il costo dell’abbonamento annuale per seguire il campionato di Serie A 2024/2025 è stato pari a 420 euro.

Abbonamento annuale o mensile?

 “Optare per un abbonamento annuale è sicuramente la soluzione migliore per risparmiare sul costo complessivo degli abbonamenti alle piattaforme, mentre il rinnovo mensile potrebbe essere conveniente per le coppe europee, ma solo se la propria squadra uscisse nelle prime fasi della competizione – spiegano gli esperti di Facile.it -. Insomma, se non ci si vuol trovare a tifare contro pur di risparmiare qualche euro, è meglio bloccare il prezzo per 12 mesi, magari approfittando delle offerte proposte dalle piattaforme in alcuni periodi dell’anno”. 

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Le PMI europee tra resilienza, sostenibilità e innovazione tecnologica

Le piccole e medie imprese (PMI) in Europa dimostrano una forte capacità di adattamento nonostante il difficile contesto economico. Secondo l’osservatorio di Qonto, leader nelle soluzioni finanziarie per PMI, il 64% di queste realtà ha raggiunto i propri obiettivi nel 2024, con il 10% che li ha addirittura superati.

Le imprese italiane si distinguono in positivo: il 67% è in linea con le aspettative, mentre il 10% va oltre. Tuttavia, ci sono settori che soffrono di più, come ad esempio l’immobiliare.

Le sfide: inflazione e carenza di domanda

L’inflazione continua a pesare, e incide sul business del 30% delle PMI europee. In Italia, però, iil problema principale è la scarsità di domanda: lo segnala il 34% delle imprese. Altre difficoltà riguardano il flusso di cassa e l’aumento della concorrenza, indicati dal 26% delle aziende.

Parlando invece di dati positivi, alcune regioni italiane come Piemonte e Lombardia vedono decisi miglioramenti grazie a una maggiore efficienza operativa.

Prospettive per il 2025: innovazione e investimenti

Le PMI guardano al futuro puntando su tre obiettivi principali: acquisire clienti (31%), innovare i prodotti (22%) e rafforzare il marketing (21%). Gli investimenti tecnologici restano la priorità, con il 28% delle aziende che prevede di aumentare la spesa per i reparti IT.

In Italia, il focus è distribuito su tecnologia, risorse umane e servizio clienti: ogni area è stata indicata come cruciale dal 29% degli intervistati.

Impegno ambientale: un tema sempre più centrale  

Il 79% delle PMI europee ha adottato o pensa di adottare misure per ridurre le emissioni, con l’Italia in prima linea: l’87% delle aziende tricolori si impegna in iniziative sostenibili, un dato tra i più alti in Europa.

Solo il 13% non ha intenzione di agire in questa direzione. Anche in questo ambito, le più attive sono le aziende di dimensioni maggiori.

Intelligenza artificiale e privacy

L’intelligenza artificiale (IA) sta rivoluzionando il panorama imprenditoriale, con il 67% delle PMI europee che già utilizza strumenti di questo tipo. Sono le aziende più grandi a guidare la trasformazione. La privacy e la tutela dei dati, specie in ambito sanitario, resta la criticità maggiore.

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Assunzioni in lieve calo, ma aumenta la domanda nel settore dei servizi

A novembre 2024, le imprese italiane prevedono circa 427mila nuove assunzioni, con un totale di 1,3 milioni di ingressi programmati nel trimestre novembre 2024-gennaio 2025. Nonostante ciò, i numeri segnano una leggera diminuzione rispetto all’anno precedente, con circa 3mila assunzioni in meno nel mese (-0,7%) e 34mila in meno nel trimestre (-2,6%).

Il Bollettino Excelsior di Unioncamere e del Ministero del Lavoro evidenzia una situazione diversa per settori: i servizi trainano la domanda con 307mila assunzioni a novembre e 908mila nel trimestre, sostenuti principalmente da turismo e commercio, che registrano rispettivamente 82mila e 72mila nuovi posti.

Nel comparto industriale le maggiori criticità

In contrasto, il settore industriale mostra una flessione, con 121mila assunzioni a novembre e 360mila nel trimestre, pari a un calo dell’8% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso e del 9,9% rispetto al trimestre precedente.

L’industria manifatturiera, in particolare, prevede solo 78mila assunzioni per il mese e 239mila per il trimestre, segnando riduzioni rispettivamente del 9,9% e 12,5%. Anche il settore edile risente della diminuzione, con oltre 43mila assunzioni previste a novembre e 122mila per il trimestre, in calo del 4,3% in entrambi i periodi.

Contratti a tempo determinato i più diffusi

Il contratto a tempo determinato è il più diffuso (55,5%), seguito dal contratto a tempo indeterminato (19,2%). La difficoltà di reperimento resta elevata: quasi il 48% delle posizioni aperte è difficile da coprire, con carenze soprattutto nell’area “Installazione e riparazione” (66,8%), seguita da “Progettazione e R&S” (57,7%) e “Produzione” (52,5%).

Professioni tecniche e specializzate: le più difficili da reperire

Tra le professioni più complesse da reperire figurano ingegneri (58,8%) e specialisti nella progettazione di applicazioni (55,4%). In ambito tecnico, i profili più ricercati sono i tecnici di gestione dei processi produttivi (71,5%) e i tecnici della salute (62,9%).

Anche i settori della ristorazione e dell’estetica faticano a trovare operatori (59% e 56% rispettivamente), così come il comparto degli operai specializzati, in cui fabbri e saldatori raggiungono difficoltà di reperimento superiori al 74%.

Domanda di lavoratori immigrati e giovani

Per coprire le posizioni, le imprese puntano su 86mila lavoratori stranieri, pari al 20,1% delle assunzioni previste per novembre, soprattutto nei settori di trasporto e logistica (29,4%) e ristorazione (22,7%).

Sono richiesti poi giovani “under 30”, con 131mila posti a loro destinati, soprattutto nei servizi finanziari, assicurativi, informatici e nelle telecomunicazioni.

Maggiore domanda al Sud, calo nel resto d’Italia

A livello territoriale, cresce la richiesta di lavoratori nel Sud e nelle Isole, con un aumento di 10mila assunzioni nel mese e 25mila nel trimestre, mentre le altre aree italiane registrano una lieve flessione sia mensile che trimestrale.

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Pmi: tassate 120 volte più dei big del web

Se le piccole imprese italiane del Nord Est pagano ogni anno 24,6 miliardi di tasse, le 25 multinazionali del web presenti in Italia ne versano molte meno: secondo l’Area Studi di Mediobanca solo 206 milioni di euro.
Certo, le dimensioni economiche di queste due realtà sono molto diverse, ma dal punto di vista dell’Ufficio studi della CGIA il risultato è sconsolante.

Le Pmi considerate producono un fatturato annuo 90 volte superiore a quello delle big tech, ma in termini di imposte ne pagano 120 volte più delle seconde.
Il ricorso sistematico all’elusione praticato negli anni ha aumentato questa disparità di trattamento, mettendo in evidenzia in misura inequivocabile che alle grandi multinazionali tecnologiche in Italia continua a essere riservato un prelievo fiscale ingiustificatamente modesto. 

Arrivo la Global minimum tax

In Italia c’è un trattamento fiscale che ‘penalizza’ i piccoli e ‘favorisce’ i giganti. Infatti, se sui nostri imprenditori grava un tax rate effettivo che sfiora il 50%, sulle big tech si attesta al 36%. E sebbene da quest’anno entri in vigore la Global minimum tax (Gmt), secondo il dossier curato dal Servizio Bilancio dello Stato della Camera, il gettito previsto dalla sola applicazione dell’aliquota del 15% sulle multinazionali sarà molto contenuto.

Si stima che nel 2025 il nostro erario incasserà 381,3 milioni di euro, nel 2026 427,9 e nel 2027 raggiungerà i 432,5. Nel 2033, ultimo anno in cui nel documento si stimano le entrate, le stesse dovrebbero sfiorare i 500 milioni di euro.

Stop alla fuga degli utili nei paradisi fiscali

Recuperare una decina di miliardi di euro di coperture dalla manovra per il 2025 non sarà facile. Bisognerebbe chiedere qualche sacrificio aggiuntivo a chi, in particolare, ha registrato profitti straordinariamente elevati, ma ha versato poche tasse facendo ricorso a tecniche elusive, che hanno consentito di spostare parte degli utili ante imposte realizzati in Italia nei paesi a fiscalità di vantaggio.

Le regole della Gmt sono articolate ed è verosimile ritenere che ogni norma di carattere nazionale potrebbe non essere sufficiente a rendere il prelievo fiscale più equo. È indispensabile trovare un compromesso che non pregiudichi la fuga di queste aziende dal nostro Paese, ma allo stesso tempo le costringa a pagare il giusto. 

L’elusione dei grandi player 

Non sono solo i giganti stranieri del web a sfruttare la fiscalità di vantaggio concessa ancora adesso da molti Paesi europei. Da alcuni anni anche alcuni grandi player italiani hanno trasferito la sede fiscale o quella legale, magari solo di una consociata, all’estero. Molte di queste hanno deciso di spostare la sede legale nei Paesi Bassi perché è possibile beneficiare di una legislazione societaria molto ed eventualmente, di un trattamento tributario alquanto generoso.

Con queste operazioni, ineccepibili dal punto di vista fiscale-societario, si è però ridotta la base imponibile di coloro che pagano le tasse in Italia, penalizzando in particolare le realtà imprenditoriali di piccola e piccolissima dimensione. Che, a differenza delle grandi aziende, non hanno la possibilità di trasferirsi altrove. 

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Customer Experience: tra le aziende italiane ancora poca maturità digitale

Sebbene un terzo delle aziende italiane affermi di adottare un approccio ‘cliente-centrico’ la maggior parte sta muovendo ancora i primi passi in questa direzione. Secondo il modello di maturità delle medie e grandi imprese B2b italiane elaborato dall’Osservatorio Customer Experience nel B2b del Politecnico di Milano, il 36,5% delle aziende è al livello Explorer e il 32% Experimenter, ovvero, si trovano nelle fasi iniziali della trasformazione verso il nuovo paradigma. E sono solo poche realtà pionieristiche ad avere già adottato modelli di relazione e vendita che integrano componenti digitali.

Le aziende che adottano strategie integrate di customer experience ed e-commerce B2b migliorano la soddisfazione e la fidelizzazione dei clienti. Ma la strada verso una piena maturità è ancora lunga. 

Predominano i modelli di vendita tradizionali

Nella gestione dei dati, il 70% delle imprese dispone di CRM e software gestionali, ma il suo potenziale non viene del tutto sfruttato, limitandosi alla raccolta di dati anagrafici o di vendita.

Un’azienda su due sta investendo nello sviluppo di piattaforme e-commerce B2b per l’ottimizzazione della Customer Experience, ma si preferiscono ancora modelli di vendita tradizionali, e il commercio elettronico rappresenta il 21% delle transazioni contro il 40% del mercato internazionale.
Un panorama acuito dal fatto che 7 aziende su 10 rilevano un basso livello di maturità digitale dei clienti, e per il 58% la mancanza di integrazione tra i propri sistemi e quelli dei clienti è un ostacolo.

Le ragioni del ritardo? Resistenza al cambiamento, mancanza di competenze, difficoltà a ridisegnare processi consolidati

“Negli ultimi anni il mercato B2b ha subito trasformazioni profonde, dovute allo sviluppo di nuovi touchpoint di relazione, all’aumento della concorrenza globale e al cambiamento delle aspettative dei clienti trainato dai contesti B2c – spiega Sara Zagaria, Direttrice dell’Osservatorio -. Se molte aziende internazionali hanno riformulato le proprie strategie di gestione dei clienti, sviluppando ecosistemi digitali di approvvigionamento, il contesto italiano evidenzia un ritardo nel percorso di maturità, dovuto a una combinazione di fattori, tra cui la resistenza al cambiamento, la mancanza di competenze digitali e la difficoltà nel ridisegnare processi aziendali consolidati”.

Ma adottare il nuovo paradigma oggi è un imperativo

“Non ci sono alternative – commenta Paola Olivares, Direttrice dell’Osservatorio -: le imprese che vogliono mantenere una posizione competitiva nel mercato B2b devono abbracciare questo nuovo paradigma. L’adozione di soluzioni digitali avanzate, la promozione di una cultura aziendale orientata alla sostenibilità e alla collaborazione, l’attenzione alla trasparenza nella gestione della filiera sono oggi imperativi per garantire la continuità e la crescita nel lungo termine”.

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Acquisti Non Food: gli italiani spendono un po’ di più, ma comprano meno

È un quadro difforme quello delineato dall’edizione 2024 dell’Osservatorio Non Food di GS1 Italy, che analizza l’andamento di 13 comparti non alimentari. Rallenta infatti la crescita della spesa destinata all’acquisto di prodotti non alimentari (+0,4% nel 2023 vs +4,3% del 2022), che nel 2023 supera 110,3 miliardi di euro, e si allarga la forbice tra i comparti merceologici.

I top performer sono i prodotti di profumeria, seguiti a distanza dai prodotti di automedicazione, mentre elettronica di consumo, edutainment, abbigliamento e calzature chiudono l’anno con un risultato negativo.
Complessivamente, abbigliamento e calzature, elettronica di consumo, mobili e arredamento, bricolage detengono una quota del 65,4% sul giro d’affari totale rilevato.

Battuta d’arresto per Abbigliamento e Calzature

Nonostante sia al primo posto del ranking per fatturato, nel 2023 abbigliamento e calzature si ferma a 21,6 miliardi di euro di vendite (-0,9%), lontano dai valori pre-Covid (-5,6% tra 2019 e 2023), con l’unico canale in crescita l’online (+8,6% vs 2019).
Al secondo posto scende l’elettronica di consumo, che in un anno perde il 4,8% delle vendite in valore, fermandosi a 21,1 miliardi di sell-out.

Il comparto mobili e arredamento, al terzo posto, chiude il 2023 con un aumento Dell’1,9% delle vendite (15,9 miliardi). In espansione anche il sell-out del bricolage (+0,7% sul 2022), ammontato a 13,5 miliardi di euro.
Al quinto posto si confermano i prodotti di automedicazione, con 8,7 miliardi di euro di giro d’affari (+4,2% sul 2022, +16,8% vs 2019.

Balzo in avanti per la Profumeria

Il miglior balzo in avanti è quello dei prodotti di profumeria, che chiude il 2023 con 7,5 miliardi di euro di vendite (+11,1%).
Altri comparti generano nel 2023 un fatturato maggiore rispetto a quello ottenuto nel 2019. Sono i prodotti di ottica, con 2,7 miliardi di euro di vendite (+1,3%), tessile casa, con 1,3 miliardi di euro (+0,9%), e giocattoli, con 1,1 miliardi di euro (+2,7%). L’edutainment, invece, chiude il 2023 con 4,7 miliardi di euro di sell-out ( -1,6%).
Tre comparti sono poi accomunati da un bilancio annuo positivo, ma ancora inferiore al sell-out del 2019: articoli per lo sport (6,1 miliardi, +1,5 sul 2022), casalinghi (4,4 miliardi, +2,8%) e cancelleria (1,2 miliardi, +0,2%).

L’attenzione al benessere personale sostiene la spesa per i cosmetici

“Il 2023 ha segnato una nuova tappa nel percorso di ripresa dei consumi non alimentari, che mostra un trend di +6,2% nel quinquennio 2019-2023 – dichiara Marco Cuppini, research and communication director GS1 Italy -. Questa tendenza di fondo ha mostrato un’intensità diversa all’interno dei singoli settori merceologici, rispecchiando differenti atteggiamenti degli italiani nei confronti degli acquisti di prodotti Non Food. Ad esempio, l’attenzione al benessere personale ha sostenuto la spesa destinata ai prodotti cosmetici e di automedicazione, mentre la conferma dei bonus statali ha incentivato gli italiani ad ammodernare le proprie case, con interventi di efficientamento energetico e di aumento del comfort domestico”.

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PNRR: Italia ancora indietro sulla trasparenza

L’Osservatorio civico PNRR, insieme a più di 300 organizzazioni riunite nella campagna ‘Dati Bene Comune’, stanno chiedendo maggiore trasparenza e accesso pubblico alle informazioni fin dall’avvio del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Ma a distanza di oltre cinque mesi dall’approvazione del ‘nuovo PNRR’ “non esiste ancora un quadro finanziario aggiornato sulle misure del piano”.

Inoltre, ripota AcionAid, non sono disponibili le informazioni sullo stato di avanzamento dei singoli progetti, in particolare, su quanto è stato speso fino a oggi.

In due anni inoltrate quattro richieste di accesso agli atti

Questo ha spinto la Fondazione Openpolis, il 17 aprile, a inoltrare al Governo una ulteriore richiesta di accesso generalizzato agli atti (Foia), la quarta in due anni, con oggetto i dati del PNRR.

Lo stesso Osservatorio civico ha inviato una lettera sul tema alla ‘Cabina di regia’ del Governo sul PNRR.
Con la revisione approvata dalle istituzioni europee nel dicembre scorso, il piano di investimenti, pari a circa 194 miliardi di euro, è stato sostanzialmente modificato, tanto che oggi è lo stesso Governo a parlare di un ‘nuovo PNRR’.

Verificare l’utilizzo delle risorse

Tuttavia, l’esecutivo non ha ancora messo a disposizione le informazioni relative agli importi delle centinaia di misure indirizzate ad ambiti fondamentali, come sanità, scuola, transizione ecologica o digitale.

In questo modo, è praticamente impossibile analizzare il piano, con l’obiettivo di misurare la riuscita degli investimenti e verificare l’utilizzo di risorse pubbliche di tale portata. Per non parlare del raggiungimento delle priorità trasversali sull’eliminazione dei divari di genere, generazionali e territoriali.
Siamo di fronte a un grave vuoto informativo e a una mancanza di trasparenza inaccettabile, che impedisce una soddisfacente attività di monitoraggio civico, da parte della società civile, degli addetti ai lavori e dei media.

Dati deficitari o addirittura assenti

Insomma, tutto ciò lascia le comunità, le amministrazioni locali e le imprese in una “condizione di grave incertezza”.
Con l’ultima richiesta di accesso agli atti si richiede nuovamente (come era stato fatto attraverso un Foia lo scorso febbraio) lo stato di avanzamento dei singoli interventi e la spesa effettivamente sostenuta. 

Nonostante le rassicurazioni pubblicate dal Governo su Italia Domani, a oggi queste informazioni non sono ancora pubbliche, riporta ancora la Fondazione. Per questo sarebbe necessario uno slancio decisivo di trasparenza su un programma di investimenti così importante per il Paese.

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Italia quinta al mondo per export, +48% dal 2015

Dal 5 al 25 aprile di quest’anno saranno circa 300 le iniziative organizzate in tutta Italia per celebrare la giornata del Made in Italy, giornata che si è scelto di celebrare il 15 aprile, data della nascita di Leonardo Da Vinci.

Nel corso della presentazione della giornata del Made in Italy Adolfo Urso, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, ha dichiarato che tra il 2015 e il 2023 le esportazioni italiane sono aumentate in valore del 48%. 
Il ministro ha anche sottolineato che il nostro Paese ora è il quinto a livello globale per le esportazioni, superando nella classifica la Corea del Sud.

La qualità italiana nei settori delle “quattro A” 

Il ministro Urso ha definito i prodotti italiani “belli, buoni, ben fatti e anche sostenibili”, ribadendo la qualità italiana nei cosiddetti settori delle quattro A, ovvero, alimentare, abbigliamento, arredo e automazione.

“Il Made in Italy – ha affermato il ministro – non è un modello di produzione ma un modello di vita. L’eccellenza della nostra produzione si identifica nelle quattro I che sostengono il nostro modello, che corrispondono all’Identità, la riconoscibilità dei manufatti italiani nel mondo, l’Innovazione, alla quale sono dedicate una grande quantità di risorse del PNNR, l’Istruzione e l’Internazionalizzazione”.
A proposito dell’istruzione, il ministro Urso ha ricordato l’importanza delle competenze dei lavoratori delle imprese italiane, che spinge “chi acquista le nostre imprese a continuare a produrre nel nostro Paese”.

La manifattura torna in crescita dopo un anno

L’indice Pmi manifatturiero dell’Italia torna a segnalare crescita dopo un anno, con una lieve espansione sia degli ordini sia della produzione. L’indice Hcob Italy Manufacturing Purchasing Managers Index a marzo è risultato pari a 50,4, in crescita rispetto a 48,7 di febbraio.

Un risultato che conferma come per la prima volta dal marzo 2023 l’indice torni sopra la soglia dei 50 punti, quella che separa la contrazione dall’espansione dell’attività manifatturiera.
Il miglioramento dell’indice riflette, oltre ad output e ordini, questi ultimi in rialzo dopo un anno, il miglioramento nelle condizioni di occupazione, mentre un freno al Pmi arriva dagli acquisti, dal momento che le imprese stanno continuando a ricorrere alle scorte.

“Rispetto ai mesi precedenti la produzione ha visto un salto significativo”

Il lieve miglioramento delle vendite totali a marzo deriva in larga parte dalla domanda da parte di clienti ‘domestici’, riporta Ansa, mentre la domanda dall’estero è in lieve calo.
“Il settore manifatturiero italiano può tirare un sospiro di sollievo”, ha commentato Tariq Kamal Chaudhry, economista della Hamburg Commercial Bank che elabora l’indice in collaborazione con S&P Global.

“Dopo quasi un anno di difficoltà il Pmi Hcob è uscito dalla zona di contrazione, e con un valore di 50,4 l’Italia si unisce alla Spagna come seconda, fra le quattro maggiori economie europee, nel registrare espansione – ha spiegato Tariq Kama Chaudhry -. La produzione ha visto un salto significativo rispetto ai mesi precedenti”.

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