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Mutui casa, si riparte: +20% nella prima metà dell’anno

Le famiglie italiane tornano a investire nel mattone. Lo conferma una recente analisi sui mutui destinati all’acquisto di un’abitazione. Nel primo semestre del 2025, la richiesta di mutui per l’acquisto della casa ha registrato una decisa crescita, con un aumento del 20% rispetto allo stesso periodo del 2024.

I dati, raccolti da CRIF tramite il sistema EURISC, mostrano come la spinta principale provenga dalle surroghe, che nel primo trimestre hanno segnato un +63,2%, favorite dalla diminuzione dei tassi d’interesse e dalla preferenza per i mutui a tasso fisso.

Cresce l’importo medio, che si attesta a 152.000 euro

L’importo medio delle richieste si attesta ora a circa 152.000 euro, con un incremento del 4,4% rispetto all’anno precedente. Anche il solo mese di giugno conferma questa tendenza, segnando un aumento del 4,6%.

La maggior parte delle richieste riguarda finanziamenti tra i 100.000 e i 300.000 euro, che rappresentano oltre il 60% del totale, mentre solo una piccola quota supera la soglia dei 300.000 euro.

Mutui a lungo termine: la scelta preferita dagli italiani

Analizzando la durata dei mutui, emerge chiaramente che i piani di rimborso più richiesti sono quelli di lungo termine. Oltre il 90% delle domande prevede un’estensione superiore a 15 anni, con il 41,6% che opta per un periodo compreso tra 25 e 30 anni.

Le durate brevi, inferiori ai 5 anni, rappresentano meno dell’1% del totale, sottolineando la preferenza per pagamenti più sostenibili nel tempo.

Chi sono i richiedenti? Soprattutto i giovani adulti

Dal punto di vista anagrafico, le fasce più rappresentate sono quelle tra i 25 e i 44 anni, che insieme coprono quasi il 63% delle richieste di mutuo.
Seguono gli adulti tra i 45 e i 54 anni con il 22%, mentre solo una minoranza (circa il 10%) appartiene alla categoria degli over 55.

Fiducia e cautela nel mercato del credito

Simone Capecchi, Executive Director di CRIF, osserva: “Nonostante un contesto economico globale ancora incerto, le famiglie italiane mostrano segnali di fiducia, tornando a investire in progetti di lungo termine. La diffusione dei mutui a tasso fisso, il livello contenuto di indebitamento e le riserve di liquidità contribuiscono a mantenere stabile la qualità del credito e a contenere i rischi di insolvenza”.

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Matrimoni: quanto costa sposarsi oggi in Italia? 

Se nel 2024 tra i Millennials è un vero boom di matrimoni (70%) si comincia a registrare un incremento significativo del numero dei nozze celebrate dai nativi digitali. Nel 2023 la GenZ rappresentava solo l’1% delle coppie mentre nel 2024 sale al 18%.
In termini statistici, le coppie della GenZ attualmente rappresentano 1 matrimonio su 5 tra tutti quelli celebrati in Italia.

Ma chi sono le coppie di oggi? Persone attente ai contenuti digitali (oltre una coppia su 4 crea un sito di matrimonio su cui pubblicare i dettagli da condividere con gli invitati), finanziariamente indipendenti (il 49% paga le nozze di tasca propria) e conviventi già molto prima di pronunciare il fatidico “sì” (80%). E quanto costa un matrimonio? Poco meno di 23.800 euro.
Emerge dal Rapporto sul Settore Nuziale 2025 di Matrimonio.com.

Costo medio in aumento dell’8%

Considerando la tendenza a organizzare nozze che possono durare fino a tre giorni e tenendo presente la sempre maggiore personalizzazione di questo tipo di evento, non sorprende che attualmente la spesa media di un matrimonio, esclusi luna di miele e anello di fidanzamento, si aggiri intorno ai 23.781 euro, l’8% in più rispetto all’anno precedente.
Il 42% delle coppie assicura di aver speso almeno 25.000 euro, e il 20% sono arrivate a 35.000.

Per il 42% (+2%) l’attuale situazione economica ha avuto un impatto sostanziale sul preventivo e la pianificazione.
Per quanto riguarda la lista degli invitati resta stabile a una media di 106. Quasi la metà dei matrimoni celebrati nel 2024 (46%) aveva più di 100 invitati.

Per il 56% delle coppie matrimonio di due o più giorni

Una cosa è certa: le coppie vogliono investire nel loro giorno speciale e nei fornitori che lo renderanno magico. Questo spiega come mai tendano a ingaggiare una media di 12 professionisti.
Ciò che desiderano è trascorrere quanto più tempo possibile con familiari e amici, pertanto scelgono di organizzare nozze personalizzate in grado di coinvolgere tutti. Tanto che il 56% delle coppie ha optato per organizzare matrimoni che durano 2 o più giorni.

Rendere il proprio matrimonio un evento personalizzato fin nei minimi dettagli e destinato a restare per sempre impresso nella mente degli invitati è la priorità per le coppie di oggi.

Le priorità nella pianificazione delle nozze

Non importa il numero degli ospiti o la data quanto l’esperienza che si vuol regalare agli invitati, il look and feel generale e la scelta di temi e luoghi che rispecchino la personalità degli sposi.

Per più di 8 coppie su 10 è prioritario il benessere degli invitati, il 72% dà importanza al risultato e all’atmosfera generale dell’evento e il 47% crede fortemente che il proprio matrimonio debba riflettere i gusti e il carattere della coppia. Con 2 coppie italiane su 10 che scelgono un matrimonio a tema ispirandosi a un libro, un film una serie TV o un argomento che le appassiona.

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Produzione industriale in lieve ripresa: +0,1% a marzo 2025

L’economia italiana mostra qualche segnale positivo dopo mesi di incertezza. Nel mese di marzo 2025, infatti, l’industria italiana registra un piccolo passo avanti. Secondo i dati Istat, la produzione industriale ha visto un incremento dello 0,1% rispetto a febbraio, considerando l’indice destagionalizzato. Una variazione minima, ma comunque positiva, che indica un segnale di stabilizzazione dopo un periodo di flessioni.

Se si guarda alla media del primo trimestre dell’anno, si nota un aumento dello 0,4% rispetto ai tre mesi precedenti: un dato che rivela una ripresa moderata, ma continuativa, e rappresenta il primo dato di crescita trimestrale dal secondo trimestre del 2022.

I beni strumentali hanno segnato il miglior risultato

Analizzando le performance dei diversi comparti industriali, si osserva che i beni strumentali hanno segnato il miglior risultato, con una crescita del 2,2% su base mensile. Anche i beni intermedi hanno registrato un buon andamento, salendo dell’1,1%. In calo, invece, i beni di consumo (-1,3%) e l’energia, che ha subito una contrazione dell’1,9%.

Questi andamenti mostrano un’evoluzione disomogenea tra i vari settori, segno di una ripresa che resta parziale.

Dati annuali ancora in rosso: -1,8% rispetto al 2024

Se si osservano i dati su base annua, corretti per gli effetti di calendario, il quadro diventa meno incoraggiante. Rispetto a marzo 2024, la produzione industriale generale è diminuita dell’1,8%.

Nonostante il numero dei giorni lavorativi sia rimasto invariato (21), la maggior parte dei settori ha registrato una flessione. Fanno eccezione l’energia, che cresce del 4,5%, e alcune attività specifiche come la fornitura di energia elettrica, gas e vapore, che segna un +12,2%, e la fabbricazione di apparecchiature elettriche (+5,1%).

Le flessioni più marcate colpiscono alcuni settori chiave

Non mancano, però, le criticità. Alcuni settori industriali continuano a mostrare cali rilevanti. La produzione di coke e prodotti petroliferi raffinati crolla del 17,2%, mentre il comparto tessile e moda subisce una contrazione del 12%.

Anche la fabbricazione di mezzi di trasporto non se la passa meglio, con una riduzione dell’8,3% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Una ripresa fragile ma presente

In sintesi, marzo 2025 segna una timida ma significativa ripresa per l’industria italiana. Mentre alcuni comparti mostrano segni di vitalità, altri restano in difficoltà.

Resta da capire se questi segnali positivi rappresentino l’inizio di una fase più stabile o un rimbalzo temporaneo in un contesto ancora fragile. Insomma, i prossimi mesi saranno cruciali per capire se il trend positivo si consoliderà.

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Le aziende familiari italiane crescono: +12% di ricavi nel 2025

C’è un primato tutto italiano, nonostante l’incertezza dello scenario internazionale e l’introduzione di nuovi dazi commerciali. La buona notizia è che le imprese familiari italiane confermano la loro solidità e capacità di crescita.
A certificarlo è il Global 500 Family Business Index 2025, report biennale redatto da EY in collaborazione con la Saint Gallen University, che fotografa le performance delle 500 principali aziende familiari del mondo.

L’Italia conquista un ruolo di primo piano, classificandosi quarta a livello globale e terza in Europa per numero di aziende presenti nella classifica. Un risultato che testimonia la vitalità e la resilienza del nostro tessuto imprenditoriale, in particolare delle realtà a conduzione familiare.

Ricavi pari a 179 miliardi di dollari

Secondo l’edizione 2025 dell’indice, le imprese familiari italiane hanno raggiunto ricavi complessivi pari a 179 miliardi di dollari, con un incremento del 12% rispetto al 2023, quando il dato si fermava a 160 miliardi. Un balzo in avanti che premia una gestione attenta, innovativa e fortemente orientata agli investimenti.

“Le aziende familiari italiane continuano a distinguersi per capacità di adattamento e visione strategica, soprattutto nei settori del made in Italy come i beni di consumo e la manifattura avanzata”, commenta Massimo Meloni, EY Italy Private Leader.

Più imprese italiane nella top 500

Nell’edizione 2025 dell’indice entrano 22 aziende italiane, pari al 4,4% del totale globale. Rispetto al 2023, si registrano 4 nuovi ingressi, a fronte di 2 uscite, a dimostrazione di un ricambio dinamico e in positivo.

Tuttavia, il valore medio dei ricavi per azienda – 8,1 miliardi di dollari – rimane al di sotto della media europea (16,1 mld) e globale (17,6 mld), evidenziando spazi di crescita ancora da colmare.

Un patrimonio radicato

Un dato distintivo delle aziende familiari italiane è la lunga storia alle spalle: il 36% delle realtà italiane nella classifica vanta oltre cento anni di attività, segno di continuità e solidità nel tempo.

Dal punto di vista geografico, è la Lombardia a primeggiare con 8 aziende nella top 500, seguita dal Piemonte. Insieme, le imprese di queste due regioni generano il 58% dei ricavi nazionali.

Centro-Sud: potenziale ancora inespresso

Le imprese del Centro-Sud Italia sono ancora poche: solo il 27% delle aziende italiane presenti nell’indice ha sede in queste regioni, contribuendo al 23% dei ricavi complessivi.
Un dato che suggerisce ampi margini di sviluppo per il Mezzogiorno, in termini di imprenditorialità familiare strutturata.

Settori di punta: consumer goods e manifattura

Le aziende familiari italiane operano in 11 macro-settori, ma è il comparto dei beni di consumo (23%) a trainare la classifica.
Seguono la manifattura avanzata e il settore retail, entrambi con una quota del 14%.

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Foreste sostenibili: l’Italia supera il milione di ettari certificati

Lo attesta il Rapporto Annuale sulla certificazione di gestione forestale sostenibile di PEFC Italia, l’ente promotore della certificazione della buona gestione del patrimonio forestale: sono 1.061.059,26 gli ettari di superficie certificata a gestione sostenibile censiti a fine 2024, e 236 le nuove aziende che hanno ottenuto la certificazione di Catena di Custodia PEFC (+16,8%), che garantisce la tracciabilità del materiale, dal bosco al consumatore finale.

Il 2024 ha registrato il maggior numero da sempre di nuove aziende certificate in un solo anno, confermando la validità del sistema di certificazione PEFC, in particolare, per le Piccole e medie imprese. Un traguardo significativo per l’ecosistema della certificazione forestale.

Trentino Alto Adige in pole position. Sul podio anche Friuli-Venezia Giulia e Piemonte 

Secondo il Rapporto, le 236 nuove certificazioni del 2024, sommate a quelle degli anni precedenti, raggiungono un totale di 1.585, registrando un +16,8% rispetto al 2023.
Attualmente sono 14 le regioni italiane con almeno una foresta certificata, con il Trentino Alto Adige che si posiziona in cima alla classifica per la vastità di superficie certificata, con 598.463,29 ettari, seguito da Friuli-Venezia Giulia (98.570,46) e Piemonte (86.847,97).

Il Veneto e la Lombardia continuano a contribuire in modo significativo alla crescita della superficie certificata con, rispettivamente, 79.981,19 e 79.084,31 ettari.
Crescita tangibile anche per la Toscana, che raggiunge 51.926,77 ettari, e per Emilia Romagna e Marche (rispettivamente 27.855,07 e 14.610,05).
Invariata la situazione di Lazio (10.498,30), Basilicata (4.082,18) e Abruzzo (237,77 ettari), mentre registrano una lieve crescita Liguria (5.931,84), Umbria (2.486,13) e Calabria (483,92). 

Veneto in testa per numero di aziende certificate

Per quanto riguarda il numero di aziende certificate si conferma capolista il Veneto, seguito da Lombardia e Trentino Alto Adige.

“Il risultato di quest’anno – spiega Marco Bussone, Presidente di PEFC Italia – dimostra come la certificazione PEFC stia diventando un elemento chiave per le aziende italiane orientate a perseguire pratiche sostenibili e obiettivi di responsabilità sociale d’impresa. Questo è un percorso fondamentale per trasformare processi produttivi e organizzativi. La spinta verso la sostenibilità è alimentata anche dalle politiche pubbliche e dai criteri ESG, sempre più rilevanti per le aziende che desiderano accedere a fondi agevolati”.

Servizi ecosistemici: 15 nuove attestazioni e 35 certificati

Per quanto riguarda i servizi ecosistemici da foreste certificate, sono 15 le nuove attestazioni rilasciate, di cui 14 riguardanti il servizio ecosistemico del carbonio e 1 per la biodiversità.

Attualmente, PEFC Italia conta 35 certificati di servizi ecosistemici, con un coinvolgimento di 27.856 ettari, a dimostrazione della sempre più crescente attenzione verso la tutela della biodiversità, la promozione del turismo e del benessere forestale e dei benefici ecosistemici.
Numerosi sono stati anche i progetti di finanziamento da parte di aziende produttive italiane a favore della promozione e tutela dei benefici ecosistemici forestali.

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Retail, crescono gli investimenti nel digitale 

Anche nel 2024 il settore Retail italiano ha continuato ad evolversi,  consolidando le innovazioni avviate l’anno precedente. Gli investimenti digitali rappresentano il 3,2% del fatturato, con una crescita lieve rispetto al 2023. Tuttavia, il rallentamento dei consumi e l’inflazione portano le aziende a rivedere le proprie strategie di spesa.

Secondo Valentina Pontiggia, Direttrice dell’Osservatorio Innovazione Digitale nel Retail – promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano -, il settore sta affrontando una trasformazione strutturale. Per restare competitivi, i retailer puntano su fusioni, acquisizioni e alleanze strategiche, mirando a espandersi su nuovi mercati e a diversificare il business.
In un contesto incerto, emergono nuovi modelli di commercio basati su piattaforme digitali e sulla valorizzazione di asset esistenti.

Andamento del mercato e ruolo dell’e-commerce

Le vendite al dettaglio in Italia crescono dell’1% rispetto al 2023, mentre l’e-commerce segna un aumento più contenuto del 5%, raggiungendo i 38,2 miliardi di euro. Il peso del commercio online sul totale Retail resta stabile all’11%.
Parallelamente, il numero di punti vendita continua a calare: a fine 2023 si contano 555.307 negozi, con una riduzione del 2,4% rispetto all’anno precedente. I settori più colpiti includono editoria (-4,5%), giocattoli (-3,6%) e abbigliamento (-2,7%). Anche la ristorazione registra una lieve flessione (-0,5%).

Elisabetta Puglielli, Direttrice dell’Osservatorio, evidenzia come la cosiddetta “Retail Apocalypse” coinvolga non solo i negozi indipendenti, ma anche le grandi catene della distribuzione. Per contrastare il fenomeno, istituzioni e associazioni di categoria promuovono iniziative per rendere il commercio più attrattivo e sostenibile, favorendo la riqualificazione urbana e migliorando le condizioni lavorative del settore.

Innovazioni nel Grocery e Lifestyle Retail

Il Grocery Retail punta sull’uso strategico dei dati per personalizzare l’esperienza d’acquisto. Tecnologie come CRM (60%), Business Intelligence (53%) e Customer Data Platform (33%) consentono un’analisi più approfondita delle abitudini dei clienti e strategie di marketing più mirate.

L’Intelligenza Artificiale diventa sempre più centrale: il 61% dei retailer utilizza l’AI generativa per ottimizzare i processi, mentre il 67% impiega l’AI tradizionale per migliorare la gestione aziendale. Le principali applicazioni includono chatbot (75%), analisi predittive (58%) e automazione della supply chain (42%).

Nel Lifestyle Retail, la formazione del personale assume un ruolo chiave: il 77% dei retailer investe in programmi per sviluppare competenze digitali, mentre il 44% adotta soluzioni di automazione delle vendite. Tecnologie immersive come realtà aumentata (25%) e chioschi digitali (31%) migliorano l’esperienza del cliente, mentre strumenti di monitoraggio dei flussi ottimizzano la gestione degli spazi.

L’omnicanalità resta una priorità

L’omnicanalità resta una priorità: il 38% dei retailer utilizza sistemi centralizzati per la gestione degli ordini e il 44% integra le scorte tra e-commerce e negozi fisici. Inoltre, il 73% delle aziende sperimenta l’Intelligenza Artificiale per personalizzare il percorso d’acquisto con personal shopper virtuali (70%) e sistemi di raccomandazione avanzati (91%).

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AI: Italia ultima in Europa, ma ai primi posti per acquisto di soluzioni pronte all’uso

L’Italia è ultima tra 8 Paesi europei per adozione dell’Intelligenza artificiale, ma le aziende che la utilizzano l’hanno integrata nei processi. L’Italia è inoltre ai primi posti per acquisto di soluzioni pronte all’uso: il 53% delle grandi imprese ha licenze come ChatGPT o Copilot
A guidare il mercato italiano sono le grandi realtà, il ritardo è delle Pmi, con solo il 7% delle piccole e il 15% delle medie imprese che ha avviato progetti.

In generale, poi, il 99% degli italiani ha sentito parlare di AI, l’89% di AI Generativa, e se il 59% ne ha un’opinione positiva solo il 17% valuta molto positivamente l’adozione dell’AI sul lavoro.
Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano.

Un mercato da 1,2 miliardi di euro

In Italia nel 2024 il mercato dell’AI ha raggiunto un nuovo record, toccando quota 1,2 miliardi di euro, con una crescita del +58% rispetto al 2023.
A trainare lo sviluppo sono soprattutto le sperimentazioni che utilizzano la Generative AI, che rappresentano il 43% del valore, mentre il restante 57% è costituito in prevalenza da soluzioni di AI tradizionale.

Guardando alla spesa media per azienda, i settori più attivi risultano Telco&Media e Insurance, seguiti da Energy, Resource&Utility e Banking&Finance, ma si segnala anche una forte accelerazione del GDO&Retail.
Quanto alla PA, oggi pesa il 6% del mercato, ma il tasso di crescita supera il 100%.

L’81% delle grandi aziende ha valutato almeno un progetto

Le imprese italiane si stanno avvicinando all’AI più lentamente rispetto ad altri Paesi europei come Francia, Germania, Irlanda, Olanda, Regno Unito, Spagna. Rispetto a una media europea dell’89%, ad avere almeno valutato un progetto è l’81% delle grandi imprese italiane. E se ad avere già un progetto attivo in Europa sono in media l’69% delle aziende, l’Italia (59%) è all’ultimo posto.

Ma tra chi già utilizza l’AI, in un caso su quattro dispone di progettualità a regime
Il 65% delle grandi aziende attive nell’AI, poi, sta sperimentando anche nel campo della Generative AI, soprattutto per sistemi conversazionali a supporto degli operatori interni.

AI Act e compliance: un percorso ancora lungo

Ma il 39% delle grandi imprese che utilizzano strumenti di Generative AI ha riscontrato un effettivo aumento della produttività. Un ulteriore 48%, però, non ha ancora valutato in modo quantitativo gli impatti.

In relazione agli aspetti etici e alla compliance delle iniziative di Intelligenza artificiale, con particolare riferimento all’AI Act, il percorso è ancora lungo.
Solo il 28% delle grandi realtà italiane attive ha adottato misure concrete, e il 52% dichiara di non aver compreso a pieno il quadro normativo.

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Calcio: per i tifosi italiani la partita in TV costa fino a 900 euro

In Italia, per seguire il campionato di Serie A 2024/2025 e le coppe internazionali per club si spendono non meno di 648 euro per l’abbonamento annuale. Ma la cifra può arrivare a 900 euro per chi opta per un abbonamento mensile.
Lo ha scoperto Facile.it esaminando i prezzi degli abbonamenti alle piattaforme digitali e Pay TV per poter seguire la squadra del cuore dal divano di casa.

La buona notizia è che i tifosi italiani sono i più fortunati d’Europa. Non solo perché la Serie A è stata riconosciuta come il miglior campionato al mondo, ma anche perché i prezzi per seguire la propria squadra, se gioca nel nostro campionato, sono più bassi rispetto ai Paesi considerati nell’analisi del comparatore prezzi.

Quanto spendono i tifosi spagnoli, inglesi, tedeschi e francesi?

Varcando i confini nazionali si scopre che i prezzi degli abbonamenti alle piattaforme salgono notevolmente. In Inghilterra, ad esempio, per seguire da casa Premier League e competizioni europee i tifosi mettono a budget almeno 876 euro per un abbonamento annuale, mentre in Germania e Francia, per seguire da casa i rispettivi campionati e le coppe internazionali, i supporter spendono almeno 888 euro, il 37% in più rispetto ai 648 euro dell’Italia.
Va decisamente peggio ai tifosi spagnoli, che per vedere in TV LaLiga e le coppe europee spendono ben 1.320 euro l’anno, il doppio degli italiani.

Unica consolazione, in Spagna basta un solo abbonamento per guardare tutte le competizioni, mentre negli altri Paesi, Italia inclusa, per seguire campionato e coppe occorre abbonarsi a più piattaforme.

Le squadre italiane

Il prezzo per seguire la propria squadra del cuore da casa varia a seconda delle competizioni in cui è coinvolta, quindi, delle piattaforme a cui è necessario fare l’abbonamento.
Nel 2024, per tifare Milan, Inter, Juventus, Bologna e Atalanta, impegnate in Champions League, il prezzo degli abbonamenti annuali è stato appunto pari a 648 euro, mentre i tifosi di Lazio e Roma, impegnate in Europa League, e della Fiorentina, in corsa per la Conference League, per l’abbonamento annuale hanno messo a budget 600 euro.

Possono consolarsi, quantomeno dal punto di vista del portafogli, i tifosi di squadre non impegnate in competizioni europee. Per loro il costo dell’abbonamento annuale per seguire il campionato di Serie A 2024/2025 è stato pari a 420 euro.

Abbonamento annuale o mensile?

 “Optare per un abbonamento annuale è sicuramente la soluzione migliore per risparmiare sul costo complessivo degli abbonamenti alle piattaforme, mentre il rinnovo mensile potrebbe essere conveniente per le coppe europee, ma solo se la propria squadra uscisse nelle prime fasi della competizione – spiegano gli esperti di Facile.it -. Insomma, se non ci si vuol trovare a tifare contro pur di risparmiare qualche euro, è meglio bloccare il prezzo per 12 mesi, magari approfittando delle offerte proposte dalle piattaforme in alcuni periodi dell’anno”. 

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Le PMI europee tra resilienza, sostenibilità e innovazione tecnologica

Le piccole e medie imprese (PMI) in Europa dimostrano una forte capacità di adattamento nonostante il difficile contesto economico. Secondo l’osservatorio di Qonto, leader nelle soluzioni finanziarie per PMI, il 64% di queste realtà ha raggiunto i propri obiettivi nel 2024, con il 10% che li ha addirittura superati.

Le imprese italiane si distinguono in positivo: il 67% è in linea con le aspettative, mentre il 10% va oltre. Tuttavia, ci sono settori che soffrono di più, come ad esempio l’immobiliare.

Le sfide: inflazione e carenza di domanda

L’inflazione continua a pesare, e incide sul business del 30% delle PMI europee. In Italia, però, iil problema principale è la scarsità di domanda: lo segnala il 34% delle imprese. Altre difficoltà riguardano il flusso di cassa e l’aumento della concorrenza, indicati dal 26% delle aziende.

Parlando invece di dati positivi, alcune regioni italiane come Piemonte e Lombardia vedono decisi miglioramenti grazie a una maggiore efficienza operativa.

Prospettive per il 2025: innovazione e investimenti

Le PMI guardano al futuro puntando su tre obiettivi principali: acquisire clienti (31%), innovare i prodotti (22%) e rafforzare il marketing (21%). Gli investimenti tecnologici restano la priorità, con il 28% delle aziende che prevede di aumentare la spesa per i reparti IT.

In Italia, il focus è distribuito su tecnologia, risorse umane e servizio clienti: ogni area è stata indicata come cruciale dal 29% degli intervistati.

Impegno ambientale: un tema sempre più centrale  

Il 79% delle PMI europee ha adottato o pensa di adottare misure per ridurre le emissioni, con l’Italia in prima linea: l’87% delle aziende tricolori si impegna in iniziative sostenibili, un dato tra i più alti in Europa.

Solo il 13% non ha intenzione di agire in questa direzione. Anche in questo ambito, le più attive sono le aziende di dimensioni maggiori.

Intelligenza artificiale e privacy

L’intelligenza artificiale (IA) sta rivoluzionando il panorama imprenditoriale, con il 67% delle PMI europee che già utilizza strumenti di questo tipo. Sono le aziende più grandi a guidare la trasformazione. La privacy e la tutela dei dati, specie in ambito sanitario, resta la criticità maggiore.

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Assunzioni in lieve calo, ma aumenta la domanda nel settore dei servizi

A novembre 2024, le imprese italiane prevedono circa 427mila nuove assunzioni, con un totale di 1,3 milioni di ingressi programmati nel trimestre novembre 2024-gennaio 2025. Nonostante ciò, i numeri segnano una leggera diminuzione rispetto all’anno precedente, con circa 3mila assunzioni in meno nel mese (-0,7%) e 34mila in meno nel trimestre (-2,6%).

Il Bollettino Excelsior di Unioncamere e del Ministero del Lavoro evidenzia una situazione diversa per settori: i servizi trainano la domanda con 307mila assunzioni a novembre e 908mila nel trimestre, sostenuti principalmente da turismo e commercio, che registrano rispettivamente 82mila e 72mila nuovi posti.

Nel comparto industriale le maggiori criticità

In contrasto, il settore industriale mostra una flessione, con 121mila assunzioni a novembre e 360mila nel trimestre, pari a un calo dell’8% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso e del 9,9% rispetto al trimestre precedente.

L’industria manifatturiera, in particolare, prevede solo 78mila assunzioni per il mese e 239mila per il trimestre, segnando riduzioni rispettivamente del 9,9% e 12,5%. Anche il settore edile risente della diminuzione, con oltre 43mila assunzioni previste a novembre e 122mila per il trimestre, in calo del 4,3% in entrambi i periodi.

Contratti a tempo determinato i più diffusi

Il contratto a tempo determinato è il più diffuso (55,5%), seguito dal contratto a tempo indeterminato (19,2%). La difficoltà di reperimento resta elevata: quasi il 48% delle posizioni aperte è difficile da coprire, con carenze soprattutto nell’area “Installazione e riparazione” (66,8%), seguita da “Progettazione e R&S” (57,7%) e “Produzione” (52,5%).

Professioni tecniche e specializzate: le più difficili da reperire

Tra le professioni più complesse da reperire figurano ingegneri (58,8%) e specialisti nella progettazione di applicazioni (55,4%). In ambito tecnico, i profili più ricercati sono i tecnici di gestione dei processi produttivi (71,5%) e i tecnici della salute (62,9%).

Anche i settori della ristorazione e dell’estetica faticano a trovare operatori (59% e 56% rispettivamente), così come il comparto degli operai specializzati, in cui fabbri e saldatori raggiungono difficoltà di reperimento superiori al 74%.

Domanda di lavoratori immigrati e giovani

Per coprire le posizioni, le imprese puntano su 86mila lavoratori stranieri, pari al 20,1% delle assunzioni previste per novembre, soprattutto nei settori di trasporto e logistica (29,4%) e ristorazione (22,7%).

Sono richiesti poi giovani “under 30”, con 131mila posti a loro destinati, soprattutto nei servizi finanziari, assicurativi, informatici e nelle telecomunicazioni.

Maggiore domanda al Sud, calo nel resto d’Italia

A livello territoriale, cresce la richiesta di lavoratori nel Sud e nelle Isole, con un aumento di 10mila assunzioni nel mese e 25mila nel trimestre, mentre le altre aree italiane registrano una lieve flessione sia mensile che trimestrale.

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