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Black Friday: gli italiani spenderanno online circa 2,2 miliardi

Nei giorni tra il Black Friday e il Cyber Monday, gli italiani spenderanno online circa 2,2 miliardi di euro (+7% rispetto al 2024). In questa occasione, gli operatori particolarmente competitivi realizzeranno anche 3 volte il fatturato di un giorno medio.
Le categorie più interessate saranno Abbigliamento, Food & Grocery e Beauty & Healthcare. Bene anche le esperienze legate al mondo dei viaggi e degli eventi.

Le stime dell’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm – School of Management del Politecnico di Milano evidenziano un trend crescente per alcune categorie specifiche, come Giochi e Hobby, acquistati quasi cinque volte in più rispetto al giorno medio dell’anno, e Strumenti musicali ed Elettrodomestici, che in questo periodo triplicano. Crescono anche i servizi, soprattutto i biglietti di viaggio, +13% rispetto al 2024.

Il “momento” per eccellenza degli acquisti natalizi e non

Secondo le previsioni del Delivery Index di Netcomm saranno oltre 41 milioni i pacchi che circoleranno durante i dieci giorni di Black Friday, “pari al 4,8% del totale che si registra in un intero anno, con una crescita del 9% rispetto al 2024 – spiega Roberto Liscia, Presidente Netcomm -. Prevediamo che saranno 34,9 milioni gli italiani che ricorreranno al canale online per i loro acquisti durante questo periodo.
Si tratta di evidenze che confermano la forza di questa iniziativa, ormai diventata il momento per eccellenza in cui gli italiani concentrano una parte significativa degli acquisti natalizi e non solo”.

Aumenta la domanda ma si riduce il valore del carrello

“Allo stesso tempo . aggiunge Liscia -, è interessante osservare uno squilibrio tra l’aumento del volume dei pacchi e la crescita più contenuta del valore economico degli acquisti effettuati durante il periodo promozionale.
Per il Black Friday 2025 gli italiani punteranno sempre più sul risparmio, e questo è legato a due fenomeni rilevanti nel retail digitale di oggi: da un lato, la rapida espansione del mercato del second hand, dall’altro, l’ingresso crescente di prodotti provenienti dall’estero caratterizzati da prezzi medi più bassi. Entrambi i fattori contribuiscono a ridurre il valore medio del carrello, pur in presenza di una domanda in costante aumento”,

Le politiche promozionali

Secondo le stime dell’Osservatorio eCommerce B2c la percentuale media di sconto applicata dai merchant sarà del 25%, declinata in diverse modalità promozionali. L’iniziativa più comune è quella che prevede sconti riservati su una selezione di prodotti per tutta la durata del periodo di offerte (64%).

Non mancano poi le promozioni finalizzate a premiare un target di clienti specifico. Tra queste, spiccano le iniziative di sconto anticipato per i clienti più fedeli (31%). Alcuni merchant scelgono poi di scontare una selezione di prodotti per un tempo limitato (25%), mentre altri preferiscono applicare sconti su tutta la gamma per tutta la durata dell’iniziativa promozionale (22%).
Inoltre, l’opzione di offrire ai clienti la spedizione gratuita è una scelta applicata dal 19% dei merchant.

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Viaggi 2025: il mercato cresce, ma gli anni del boom sono alle spalle

Il turismo italiano continua a crescere anche nel 2025, ma a ritmi più lenti rispetto agli anni del boom registrato post pandemia. I dati dell’Osservatorio Travel Innovation del Politecnico di Milano, presentati a TTG Travel Experience, raccontano un mercato maturo, che consolida quanto guadagnato negli ultimi anni: la crescita varia tra l’1 e il 7% a seconda dei comparti.

L’eCommerce si conferma il cuore pulsante del settore: pesa ormai per il 57% del mercato dell’ospitalità (21,7 miliardi di euro su un totale di 38,2) e per il 70% di quello dei trasporti (19,3 miliardi su 27,6).

Ospitalità: più equilibrio tra online e offline

Il giro d’affari dell’ospitalità tocca i 38,2 miliardi di euro, con un aumento dell’1% sul 2024. È una crescita trainata soprattutto dai prezzi (+2,9% secondo l’Istat), mentre la domanda segna un lieve calo, complice la flessione dei turisti tedeschi e di altri mercati europei.

L’extra-alberghiero rallenta, l’offerta si razionalizza, e il turismo open air resta stabile. Anche l’eCommerce del comparto cresce poco (+2%), ma ormai è parte strutturale del sistema.
“Non è più il digitale a spingere il mercato, ma i prezzi – spiega Filippo Renga, direttore dell’Osservatorio –. Il settore sta entrando in una fase di maturità: meno boom, più equilibrio tra online e offline.”

Trasporti: settore in lieve aumento

Il settore dei trasporti raggiunge i 27,6 miliardi di euro (+5%), con l’aereo che si conferma il principale motore (+5%), affiancato da trasporti via terra (+4%) e noleggio auto (+7%).

Anche qui il digitale è ormai dominante: il 70% delle prenotazioni passa dall’eCommerce, e l’85% avviene tramite canali diretti.
“Dopo gli anni eccezionali del post-pandemia – osserva Federica Russo, ricercatrice dell’Osservatorio – il mercato torna su ritmi normali. L’online resta però la scelta naturale dei viaggiatori italiani.”

Turismo organizzato e outdoor: piacciono open air e visite culturali  

A tenere alta la domanda ci pensa il turismo organizzato, che cresce del 5% e vale tra 6,2 e 6,5 miliardi di euro. I tour operator fanno segnare il miglior risultato (+7%), seguiti dalle agenzie (+4%), trainati anche dai numerosi ponti primaverili.

Buono anche l’andamento delle attività outdoor, che superano 1,1 miliardi di euro (+3%). La maggioranza dei viaggiatori sceglie esperienze all’aria aperta, seguite da visite culturali e momenti di relax.

Viaggiatori tra benessere, AI e disconnessione

Gli italiani continuano a viaggiare: in media quattro volte l’anno. La motivazione principale resta il bisogno di rilassarsi, ma cresce la curiosità verso la cultura locale e le esperienze condivise.
Quasi uno su due (46%) ha scelto di “staccare la spina” dai social durante le vacanze, mentre un terzo ha sperimentato strumenti di Intelligenza Artificiale per pianificare itinerari o trovare attività in loco.

“L’AI entra nel viaggio, ma non sostituisce l’esperienza umana – commenta Eleonora Lorenzini, direttrice dell’Osservatorio –. Le agenzie restano un riferimento, anche se il contatto è sempre più spesso digitale”.

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Medie imprese: scatta l’obbligo delle polizze catastrofali

La legge di Bilancio 2024 ha introdotto l’obbligo per le medie imprese di sottoscrivere una polizza catastrofale (Cat Nat). Dal 2 ottobre di quest’anno circa 25.000 medie imprese dovranno quindi assicurarsi. I premi annuali sono comunque tutt’altro che proibitivi, soprattutto se paragonati ai benefici.
Facile.it, in collaborazione con Italfinance e Finital, ha elaborato alcune simulazioni considerando i costi per un’azienda metalmeccanica, una alimentare e un mobilificio in 3 città campione, Milano, Roma e Palermo.

Per l’attività metalmeccanica con terreno da 50.000 euro, fabbricato da 1,5 milioni di euro, attrezzature industriali/commerciali di valore pari a 300.000 euro, impianti/macchinari per 800mila euro, il premio annuale a Milano parte da 584 euro, a Roma 790 euro e a Palermo 1.025 euro.

Premio più alto per le aziende alimentari

Le quotazioni per l’azienda alimentare salgono, in virtù di valori assicurati più elevati. In questo caso, un terreno di 50.000 euro, un’immobile dal valore di 2 milioni di euro, attrezzature per 200.000 euro e impianti e macchinari da 1,2 milioni di euro.
La struttura posizionata a Milano deve mettere a budget un costo annuale a partire da 744 euro, a Roma 1.035 euro, mentre a Palermo 1.297 euro.

Per il mobilificio (terreno 50mila euro, fabbricato 1,8 milioni di euro, attrezzature 200.000 euro, impianti/macchinari da 1 milione di euro) il premio annuo parte da 654 euro a Milano, 897 euro a Roma e 1.136 euro a Palermo.

Chi non si assicura non potrà accedere ad agevolazioni o contributi

I prezzi, come spiegano gli esperti di Facile.it, variano in funzione di diversi elementi tra cui, la rischiosità del territorio dove sono ubicati gli immobili sede dell’azienda, la probabilità di eventi calamitosi, la vulnerabilità dei beni assicurati, le caratteristiche costruttive dell’immobile, il tipo di attività svolta dall’impresa, la collocazione dell’immobile all’interno dell’edificio (distanza da terra in numero di piani), il capitale assicurato, e le politiche commerciali e tariffarie delle compagnie assicurative.

Sebbene al momento non siano previste sanzioni pecuniarie per le aziende che non sottoscrivono la polizza, chi non si adegua all’obbligo non potrà accedere ad agevolazioni o contributi pubblici e, in caso di evento calamitoso, rischia di dover far fronte autonomamente ai danni subiti senza poter contare su eventuali indennizzi da parte dello Stato.

Coperture offerte, escluse, massimali e franchigie

Per le polizze Cat Nat è importante fare attenzione agli eventi calamitosi (sismi, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni) per i quali è obbligatorio assicurarsi, mentre non sono oggetto dell’obbligo altri fenomeni atmosferici quali grandine, trombe d’aria e bombe d’acqua.
Per tutelarsi da questi eventi, quindi, sarà necessario sottoscrivere garanzie accessorie.

Attenzione, inoltre, ad alcune specificità. La frana, ad esempio, è coperta se l’evento si manifesta in maniera “rapida”, se invece, si tratta di un evento “graduale”, non è coperto.
Tra le esclusioni rientrano anche mareggiate, valanghe e slavine. E ovviamente non è possibile assicurare edifici abusivi e non a norma.

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Digitalizzazione: entro il 2027 al Sud il 35% delle imprese investirà in 4.0

È quanto emerge da un’indagine di Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne: per colmare il gap digitale il 35% delle imprese del Sud, contro il 32,8% della media nazionale, ha in programma di realizzare investimenti 4.0 entro il 2027.
Aumentare l’efficienza interna o ridurre i costi è il principale obiettivo che spinge oltre la metà di queste aziende a investire in questa direzione.

Una maggiore difficoltà a recuperare terreno sulla digitalizzazione mostrano le imprese femminili italiane, delle quali appena il 30% punta a investire in queste tecnologie nei prossimi tre anni.
A pianificare nuovi investimenti 4.0 sono soprattutto le imprese manifatturiere (40,6%) e più in generale le realtà produttive di grandi dimensioni (67,6%).

La volontà di recuperare il gap sul fronte innovazione

Tuttavia, la carenza di competenze interne costituisce per molte imprese il principale ostacolo nell’introduzione di tecnologie 4.0.  

“Le imprese del nostro Paese devono recuperare un gap sul fronte dell’innovazione e del digitale. In questo quadro i segnali di recupero provengono dal Mezzogiorno e sono molto importanti e certamente di buon auspicio per il futuro –  sottolinea il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli. – L’impegno delle Camere di commercio si concentra nel raccogliere le esigenze di innovazione delle imprese e nel fare da collegamento tra Centri di ricerca e sistemi produttivi per fornire risposte adeguate ai bisogni delle aziende”.

Efficienza interna e riduzione dei costi le motivazioni per investire

Il 56% delle imprese investe in digitale spinto dalla volontà di aumentare l’efficienza interna eo di ridurre i costi, con picchi del 63,2% tra le grandi imprese con più di 50 addetti.

A seguire, tra le principali motivazioni ad investire in queste tecnologie si evidenzia anche il miglioramento dei livelli qualitativi della produzione, segnalato dal 21,9% delle imprese, una quota che sale al 23% per quelle di piccole dimensioni. Una quota pari al 12,3% investe nella transizione digitale spinta dagli incentivi, anche in questo caso, la percentuale appare più elevata nel caso delle piccole imprese (14,3%). 

La barriera principale è la carenza di skill

Sul cammino della transizione digitale la strada non è priva di ostacoli: il principale appare la carenza di competenze sufficienti, dichiarato dal 27,7% delle imprese, che faticano anche a gestire i rapporti con università e centri di ricerca o seguire le procedure necessarie a ottenere gli incentivi. 
Tra le principali barriere viene segnalata la mancanza di risorse finanziarie interne (25,9%), più avvertita dalle piccole imprese in particolare (28,2%), nonché i costi troppo elevati delle tecnologie (18,4%).

Secondo il 66,6% delle imprese che investono nel digitale l’impatto delle tecnologie 4.0 riguarda principalmente l’innovazione organizzativa interna. Ma per quasi la metà delle aziende (48%) le tecnologie cambieranno radicalmente l’assetto tecnologico dei processi produttivi.
Meno rilevanti invece sono gli effetti attesi su innovazione di marketing e vendita dei prodotti (23,5%) e sui rapporti esterni con fornitori e clienti (19,3%).

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Italia, lavoro: tre milioni di persone andranno sostituite entro il 2029

Quello del lavoro, da qualunque parte lo si guardi, è uno dei temi più caldi e critici dell’Italia. E no, non c’è solo il problema di trovarlo: nell’immediato futuro la vera emergenza sarà riuscire a sostituire chi ne uscirà.
Nei prossimi cinque anni, infatti, l’Italia dovrà affrontare una sfida epocale: oltre tre milioni di lavoratori lasceranno il proprio impiego, pari a circa il 12,5% della forza lavoro complessiva. La gran parte andrà in pensione, ma non mancheranno abbandoni legati a scelte personali, mobilità internazionale, cambi di carriera o perdita del posto.

Secondo i dati elaborati dall’Ufficio studi della CGIA su rilevazioni Unioncamere e Ministero del Lavoro, il fenomeno colpirà soprattutto i dipendenti del settore privato, che rappresentano più della metà delle uscite (1,6 milioni). Seguiranno i lavoratori pubblici con circa 768 mila unità e gli autonomi con 665 mila.

La Lombardia dovrà rimpiazzare 568mila addetti

Non in tutto il Paese l’emergenza avrà la stessa portata. Le aree con maggiore ricambio previsto sono quelle caratterizzate da mercati del lavoro più vasti e da un’età media più elevata. La Lombardia dovrà rimpiazzare quasi 568 mila persone, seguita dal Lazio con 305 mila e dal Veneto con 291 mila. In fondo alla classifica si trovano Umbria (44.800), Basilicata (25.700) e Molise (13.800).

In alcune regioni, come Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, la quota di dipendenti privati da sostituire supererà ampiamente il 55% del totale. In altre, come Calabria, Molise e Sardegna, il peso maggiore ricadrà invece su pubblico impiego e lavoro autonomo.

Il settore dei servizi quello più a rischio

Quasi tre quarti delle sostituzioni interesseranno il settore dei servizi, con circa 2,2 milioni di uscite. Le aree più colpite saranno commercio (380 mila posti), sanità (361 mila) e Pubblica Amministrazione (332 mila).

L’industria dovrà fare i conti con 726 mila ricambi, di cui ben 179 mila nel comparto delle costruzioni, mentre l’agricoltura sarà meno coinvolta, con circa 111 mila unità.

L’invecchiamento della popolazione

Al ricambio generazionale si lega un altro problema strutturale: l’aumento dell’indice di anzianità della forza lavoro. Nel 2023, per ogni 100 under 35, erano presenti 65 lavoratori oltre i 55 anni, con una crescita di quattro punti in due anni. Questo squilibrio è dovuto a ingressi insufficienti di giovani e permanenza più lunga dei lavoratori anziani.

Il rischio è che, mancando nuove leve qualificate, le imprese saranno costrette a contendersi i profili più esperti con offerte salariali sempre più alte, innescando una competizione serrata e potenzialmente destabilizzante.

Le regioni più “anziane”

Il primato negativo spetta alla Basilicata, dove l’indice di anzianità dei dipendenti privati tocca quota 82,7, seguita da Sardegna, Molise, Abruzzo e Liguria. Meglio, ma non senza criticità, in Emilia-Romagna, Campania, Veneto e Lombardia. Il dato più basso appartiene al Trentino-Alto Adige, con il 50,2.

La prospettiva è chiara: senza un ricambio generazionale adeguato, l’Italia rischia di trovarsi con un sistema produttivo in affanno e aziende costrette a rincorrere manodopera sempre più scarsa.

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Mutui casa, si riparte: +20% nella prima metà dell’anno

Le famiglie italiane tornano a investire nel mattone. Lo conferma una recente analisi sui mutui destinati all’acquisto di un’abitazione. Nel primo semestre del 2025, la richiesta di mutui per l’acquisto della casa ha registrato una decisa crescita, con un aumento del 20% rispetto allo stesso periodo del 2024.

I dati, raccolti da CRIF tramite il sistema EURISC, mostrano come la spinta principale provenga dalle surroghe, che nel primo trimestre hanno segnato un +63,2%, favorite dalla diminuzione dei tassi d’interesse e dalla preferenza per i mutui a tasso fisso.

Cresce l’importo medio, che si attesta a 152.000 euro

L’importo medio delle richieste si attesta ora a circa 152.000 euro, con un incremento del 4,4% rispetto all’anno precedente. Anche il solo mese di giugno conferma questa tendenza, segnando un aumento del 4,6%.

La maggior parte delle richieste riguarda finanziamenti tra i 100.000 e i 300.000 euro, che rappresentano oltre il 60% del totale, mentre solo una piccola quota supera la soglia dei 300.000 euro.

Mutui a lungo termine: la scelta preferita dagli italiani

Analizzando la durata dei mutui, emerge chiaramente che i piani di rimborso più richiesti sono quelli di lungo termine. Oltre il 90% delle domande prevede un’estensione superiore a 15 anni, con il 41,6% che opta per un periodo compreso tra 25 e 30 anni.

Le durate brevi, inferiori ai 5 anni, rappresentano meno dell’1% del totale, sottolineando la preferenza per pagamenti più sostenibili nel tempo.

Chi sono i richiedenti? Soprattutto i giovani adulti

Dal punto di vista anagrafico, le fasce più rappresentate sono quelle tra i 25 e i 44 anni, che insieme coprono quasi il 63% delle richieste di mutuo.
Seguono gli adulti tra i 45 e i 54 anni con il 22%, mentre solo una minoranza (circa il 10%) appartiene alla categoria degli over 55.

Fiducia e cautela nel mercato del credito

Simone Capecchi, Executive Director di CRIF, osserva: “Nonostante un contesto economico globale ancora incerto, le famiglie italiane mostrano segnali di fiducia, tornando a investire in progetti di lungo termine. La diffusione dei mutui a tasso fisso, il livello contenuto di indebitamento e le riserve di liquidità contribuiscono a mantenere stabile la qualità del credito e a contenere i rischi di insolvenza”.

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Matrimoni: quanto costa sposarsi oggi in Italia? 

Se nel 2024 tra i Millennials è un vero boom di matrimoni (70%) si comincia a registrare un incremento significativo del numero dei nozze celebrate dai nativi digitali. Nel 2023 la GenZ rappresentava solo l’1% delle coppie mentre nel 2024 sale al 18%.
In termini statistici, le coppie della GenZ attualmente rappresentano 1 matrimonio su 5 tra tutti quelli celebrati in Italia.

Ma chi sono le coppie di oggi? Persone attente ai contenuti digitali (oltre una coppia su 4 crea un sito di matrimonio su cui pubblicare i dettagli da condividere con gli invitati), finanziariamente indipendenti (il 49% paga le nozze di tasca propria) e conviventi già molto prima di pronunciare il fatidico “sì” (80%). E quanto costa un matrimonio? Poco meno di 23.800 euro.
Emerge dal Rapporto sul Settore Nuziale 2025 di Matrimonio.com.

Costo medio in aumento dell’8%

Considerando la tendenza a organizzare nozze che possono durare fino a tre giorni e tenendo presente la sempre maggiore personalizzazione di questo tipo di evento, non sorprende che attualmente la spesa media di un matrimonio, esclusi luna di miele e anello di fidanzamento, si aggiri intorno ai 23.781 euro, l’8% in più rispetto all’anno precedente.
Il 42% delle coppie assicura di aver speso almeno 25.000 euro, e il 20% sono arrivate a 35.000.

Per il 42% (+2%) l’attuale situazione economica ha avuto un impatto sostanziale sul preventivo e la pianificazione.
Per quanto riguarda la lista degli invitati resta stabile a una media di 106. Quasi la metà dei matrimoni celebrati nel 2024 (46%) aveva più di 100 invitati.

Per il 56% delle coppie matrimonio di due o più giorni

Una cosa è certa: le coppie vogliono investire nel loro giorno speciale e nei fornitori che lo renderanno magico. Questo spiega come mai tendano a ingaggiare una media di 12 professionisti.
Ciò che desiderano è trascorrere quanto più tempo possibile con familiari e amici, pertanto scelgono di organizzare nozze personalizzate in grado di coinvolgere tutti. Tanto che il 56% delle coppie ha optato per organizzare matrimoni che durano 2 o più giorni.

Rendere il proprio matrimonio un evento personalizzato fin nei minimi dettagli e destinato a restare per sempre impresso nella mente degli invitati è la priorità per le coppie di oggi.

Le priorità nella pianificazione delle nozze

Non importa il numero degli ospiti o la data quanto l’esperienza che si vuol regalare agli invitati, il look and feel generale e la scelta di temi e luoghi che rispecchino la personalità degli sposi.

Per più di 8 coppie su 10 è prioritario il benessere degli invitati, il 72% dà importanza al risultato e all’atmosfera generale dell’evento e il 47% crede fortemente che il proprio matrimonio debba riflettere i gusti e il carattere della coppia. Con 2 coppie italiane su 10 che scelgono un matrimonio a tema ispirandosi a un libro, un film una serie TV o un argomento che le appassiona.

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Produzione industriale in lieve ripresa: +0,1% a marzo 2025

L’economia italiana mostra qualche segnale positivo dopo mesi di incertezza. Nel mese di marzo 2025, infatti, l’industria italiana registra un piccolo passo avanti. Secondo i dati Istat, la produzione industriale ha visto un incremento dello 0,1% rispetto a febbraio, considerando l’indice destagionalizzato. Una variazione minima, ma comunque positiva, che indica un segnale di stabilizzazione dopo un periodo di flessioni.

Se si guarda alla media del primo trimestre dell’anno, si nota un aumento dello 0,4% rispetto ai tre mesi precedenti: un dato che rivela una ripresa moderata, ma continuativa, e rappresenta il primo dato di crescita trimestrale dal secondo trimestre del 2022.

I beni strumentali hanno segnato il miglior risultato

Analizzando le performance dei diversi comparti industriali, si osserva che i beni strumentali hanno segnato il miglior risultato, con una crescita del 2,2% su base mensile. Anche i beni intermedi hanno registrato un buon andamento, salendo dell’1,1%. In calo, invece, i beni di consumo (-1,3%) e l’energia, che ha subito una contrazione dell’1,9%.

Questi andamenti mostrano un’evoluzione disomogenea tra i vari settori, segno di una ripresa che resta parziale.

Dati annuali ancora in rosso: -1,8% rispetto al 2024

Se si osservano i dati su base annua, corretti per gli effetti di calendario, il quadro diventa meno incoraggiante. Rispetto a marzo 2024, la produzione industriale generale è diminuita dell’1,8%.

Nonostante il numero dei giorni lavorativi sia rimasto invariato (21), la maggior parte dei settori ha registrato una flessione. Fanno eccezione l’energia, che cresce del 4,5%, e alcune attività specifiche come la fornitura di energia elettrica, gas e vapore, che segna un +12,2%, e la fabbricazione di apparecchiature elettriche (+5,1%).

Le flessioni più marcate colpiscono alcuni settori chiave

Non mancano, però, le criticità. Alcuni settori industriali continuano a mostrare cali rilevanti. La produzione di coke e prodotti petroliferi raffinati crolla del 17,2%, mentre il comparto tessile e moda subisce una contrazione del 12%.

Anche la fabbricazione di mezzi di trasporto non se la passa meglio, con una riduzione dell’8,3% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Una ripresa fragile ma presente

In sintesi, marzo 2025 segna una timida ma significativa ripresa per l’industria italiana. Mentre alcuni comparti mostrano segni di vitalità, altri restano in difficoltà.

Resta da capire se questi segnali positivi rappresentino l’inizio di una fase più stabile o un rimbalzo temporaneo in un contesto ancora fragile. Insomma, i prossimi mesi saranno cruciali per capire se il trend positivo si consoliderà.

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Le aziende familiari italiane crescono: +12% di ricavi nel 2025

C’è un primato tutto italiano, nonostante l’incertezza dello scenario internazionale e l’introduzione di nuovi dazi commerciali. La buona notizia è che le imprese familiari italiane confermano la loro solidità e capacità di crescita.
A certificarlo è il Global 500 Family Business Index 2025, report biennale redatto da EY in collaborazione con la Saint Gallen University, che fotografa le performance delle 500 principali aziende familiari del mondo.

L’Italia conquista un ruolo di primo piano, classificandosi quarta a livello globale e terza in Europa per numero di aziende presenti nella classifica. Un risultato che testimonia la vitalità e la resilienza del nostro tessuto imprenditoriale, in particolare delle realtà a conduzione familiare.

Ricavi pari a 179 miliardi di dollari

Secondo l’edizione 2025 dell’indice, le imprese familiari italiane hanno raggiunto ricavi complessivi pari a 179 miliardi di dollari, con un incremento del 12% rispetto al 2023, quando il dato si fermava a 160 miliardi. Un balzo in avanti che premia una gestione attenta, innovativa e fortemente orientata agli investimenti.

“Le aziende familiari italiane continuano a distinguersi per capacità di adattamento e visione strategica, soprattutto nei settori del made in Italy come i beni di consumo e la manifattura avanzata”, commenta Massimo Meloni, EY Italy Private Leader.

Più imprese italiane nella top 500

Nell’edizione 2025 dell’indice entrano 22 aziende italiane, pari al 4,4% del totale globale. Rispetto al 2023, si registrano 4 nuovi ingressi, a fronte di 2 uscite, a dimostrazione di un ricambio dinamico e in positivo.

Tuttavia, il valore medio dei ricavi per azienda – 8,1 miliardi di dollari – rimane al di sotto della media europea (16,1 mld) e globale (17,6 mld), evidenziando spazi di crescita ancora da colmare.

Un patrimonio radicato

Un dato distintivo delle aziende familiari italiane è la lunga storia alle spalle: il 36% delle realtà italiane nella classifica vanta oltre cento anni di attività, segno di continuità e solidità nel tempo.

Dal punto di vista geografico, è la Lombardia a primeggiare con 8 aziende nella top 500, seguita dal Piemonte. Insieme, le imprese di queste due regioni generano il 58% dei ricavi nazionali.

Centro-Sud: potenziale ancora inespresso

Le imprese del Centro-Sud Italia sono ancora poche: solo il 27% delle aziende italiane presenti nell’indice ha sede in queste regioni, contribuendo al 23% dei ricavi complessivi.
Un dato che suggerisce ampi margini di sviluppo per il Mezzogiorno, in termini di imprenditorialità familiare strutturata.

Settori di punta: consumer goods e manifattura

Le aziende familiari italiane operano in 11 macro-settori, ma è il comparto dei beni di consumo (23%) a trainare la classifica.
Seguono la manifattura avanzata e il settore retail, entrambi con una quota del 14%.

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Foreste sostenibili: l’Italia supera il milione di ettari certificati

Lo attesta il Rapporto Annuale sulla certificazione di gestione forestale sostenibile di PEFC Italia, l’ente promotore della certificazione della buona gestione del patrimonio forestale: sono 1.061.059,26 gli ettari di superficie certificata a gestione sostenibile censiti a fine 2024, e 236 le nuove aziende che hanno ottenuto la certificazione di Catena di Custodia PEFC (+16,8%), che garantisce la tracciabilità del materiale, dal bosco al consumatore finale.

Il 2024 ha registrato il maggior numero da sempre di nuove aziende certificate in un solo anno, confermando la validità del sistema di certificazione PEFC, in particolare, per le Piccole e medie imprese. Un traguardo significativo per l’ecosistema della certificazione forestale.

Trentino Alto Adige in pole position. Sul podio anche Friuli-Venezia Giulia e Piemonte 

Secondo il Rapporto, le 236 nuove certificazioni del 2024, sommate a quelle degli anni precedenti, raggiungono un totale di 1.585, registrando un +16,8% rispetto al 2023.
Attualmente sono 14 le regioni italiane con almeno una foresta certificata, con il Trentino Alto Adige che si posiziona in cima alla classifica per la vastità di superficie certificata, con 598.463,29 ettari, seguito da Friuli-Venezia Giulia (98.570,46) e Piemonte (86.847,97).

Il Veneto e la Lombardia continuano a contribuire in modo significativo alla crescita della superficie certificata con, rispettivamente, 79.981,19 e 79.084,31 ettari.
Crescita tangibile anche per la Toscana, che raggiunge 51.926,77 ettari, e per Emilia Romagna e Marche (rispettivamente 27.855,07 e 14.610,05).
Invariata la situazione di Lazio (10.498,30), Basilicata (4.082,18) e Abruzzo (237,77 ettari), mentre registrano una lieve crescita Liguria (5.931,84), Umbria (2.486,13) e Calabria (483,92). 

Veneto in testa per numero di aziende certificate

Per quanto riguarda il numero di aziende certificate si conferma capolista il Veneto, seguito da Lombardia e Trentino Alto Adige.

“Il risultato di quest’anno – spiega Marco Bussone, Presidente di PEFC Italia – dimostra come la certificazione PEFC stia diventando un elemento chiave per le aziende italiane orientate a perseguire pratiche sostenibili e obiettivi di responsabilità sociale d’impresa. Questo è un percorso fondamentale per trasformare processi produttivi e organizzativi. La spinta verso la sostenibilità è alimentata anche dalle politiche pubbliche e dai criteri ESG, sempre più rilevanti per le aziende che desiderano accedere a fondi agevolati”.

Servizi ecosistemici: 15 nuove attestazioni e 35 certificati

Per quanto riguarda i servizi ecosistemici da foreste certificate, sono 15 le nuove attestazioni rilasciate, di cui 14 riguardanti il servizio ecosistemico del carbonio e 1 per la biodiversità.

Attualmente, PEFC Italia conta 35 certificati di servizi ecosistemici, con un coinvolgimento di 27.856 ettari, a dimostrazione della sempre più crescente attenzione verso la tutela della biodiversità, la promozione del turismo e del benessere forestale e dei benefici ecosistemici.
Numerosi sono stati anche i progetti di finanziamento da parte di aziende produttive italiane a favore della promozione e tutela dei benefici ecosistemici forestali.

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