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Friendshoring e decoupling: come cambia la mappa del commercio globale e cosa significa per l’Italia

La pandemia, la guerra in Ucraina e le tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina stanno ridisegnando i confini del commercio internazionale. Tra politiche di “decoupling” e strategie di “friendshoring”, imprese e governi rivedono le catene del valore per ridurre rischi, garantire sicurezza degli approvvigionamenti e preservare capacità produttive critiche. Per l’Italia, economia molto aperta e focalizzata sulle piccole e medie imprese esportatrici, questi cambiamenti rappresentano al tempo stesso rischio e opportunità.

Negli ultimi tre anni la volatilità delle forniture ha messo in luce la vulnerabilità di settori come l’automotive, l’elettronica e la farmaceutica. Le misure pubbliche — dal CHIPS Act statunitense alle iniziative europee per i materiali critici e la sovranità tecnologica — stanno incentivando il reindirizzamento degli investimenti verso aree ritenute più affidabili o vicine geograficamente. Il concetto di friendshoring, ossia la riallocazione delle produzioni verso paesi alleati o politicamente affini, è diventato un tema centrale nei piani industriali di governi e multinazionali.

Analisi e dati: quali cambiamenti osserviamo
I dati aggregati indicano che il commercio mondiale ha recuperato dopo il crollo della pandemia, ma la composizione degli scambi è cambiata. Le misure di reshoring e nearshoring non porteranno a una sostituzione totale della globalizzazione, ma aumenteranno i flussi tra raggruppamenti geopolitici: Nord America, Unione Europea e alcuni paesi dell’Asia-Pacifico considerati “sicuri”. Per l’Italia, dove l’export pesa complessivamente attorno al 30% del PIL, una variazione negli orientamenti commerciali globali ha impatti sensibili su molti comparti, dalla meccanica alla moda, dall’agroalimentare all’industria chimica.

Prendiamo due esempi emblematici. Nel settore automobilistico la scarsità di semiconduttori ha spinto case e fornitori a diversificare i partner e a investire in scorte strategiche e impianti produttivi in paesi amici; questo fenomeno si traduce in nuove opportunità per fornitori europei capaci di offrire componentistica ad alta qualità vicino ai grandi poli produttivi. Nel settore farmaceutico, invece, la dipendenza da principi attivi prodotti in regioni lontane ha stimolato iniziative pubbliche per rilocalizzare attività critiche, creando spazi per investimenti nella produzione di API in Europa.

Gli effetti sulle PMI italiane sono ambivalenti. Da un lato, la spinta a preferire fornitori regionali può premiare filiere consolidate e prodotti a valore aggiunto tipici del made in Italy. Dall’altro, l’aumento dei costi logistici e la necessità di investimenti in certificazioni, digitalizzazione e compliance possono pesare sulle aziende di minori dimensioni. Inoltre, la riallocazione produttiva può generare concorrenza di nuovi attori regionali, ad esempio paesi dell’Europa orientale o del Nord Africa che attraggono attività di assemblaggio e servizi a basso costo.

Quali leve devono attivare imprese e istituzioni
Per cogliere le opportunità del nuovo contesto, le imprese italiane devono puntare su specializzazione, qualità e resilienza. Digitalizzazione delle filiere, investimenti in automazione e competenze, diversificazione dei fornitori e partnership industriali sono passi necessari. Le istituzioni, a livello nazionale ed europeo, possono facilitare il processo con strumenti finanziari mirati, politiche per la formazione tecnica e incentivi agli investimenti in settori strategici come semiconduttori, batterie e farmaci.

Implicazioni future: scenari e raccomandazioni
Lo scenario più probabile è una globalizzazione ricalibrata: meno integrazione pura a costi minimi, più reti regionali intrecciate con alleanze politiche ed economiche. Per l’Italia ciò significa dover conciliare apertura agli scambi internazionali con la riduzione di esposizioni critiche. In concreto, le imprese dovrebbero valutare cartesiane delle supply chain che includano indicatori di rischio geopolitico e di sostenibilità, mentre le politiche pubbliche dovrebbero favorire investimenti strategici e infrastrutture logistiche per rendere il paese più attrattivo per produzioni ad alto valore aggiunto.

In un mondo in cui la sicurezza economica e la sostenibilità diventano criteri centrali, la capacità dell’Italia di adattarsi dipenderà dalla qualità delle sue imprese, dalla coerenza delle politiche industriali e dalla rapidità nell’aggiornare competenze e asset produttivi. Non è una sfida semplice, ma la transizione verso catene del valore più resilienti può trasformarsi in una leva di competitività se affrontata con visione e investimenti mirati.

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Conti pubblici, investimenti e imprese: le leve per rilanciare l’economia italiana

Negli ultimi anni l’economia italiana ha navigato tra segnali di ripresa e ostacoli strutturali: crescita anemica del PIL, pressione fiscale persistente, oltre a un tessuto produttivo dominato da piccole e medie imprese che spesso faticano ad accedere a credito e tecnologia. Questo articolo analizza lo stato attuale del Paese, mette in luce dati e esempi concreti e propone le implicazioni per il futuro, in particolare per investitori, policy maker e imprenditori.

Il contesto è noto: la crescita economica dell’Italia rimane modesta rispetto alla media europea, con periodi di stagnazione alternati a riprese lente. Allo stesso tempo l’inflazione, pur in netto calo rispetto ai picchi recenti, continua a incidere sui costi delle imprese e sul potere d’acquisto delle famiglie. Il debito pubblico resta elevato, costringendo la politica fiscale a trovare un equilibrio tra consolidamento dei conti e incentivazione degli investimenti privati e pubblici.

Analisi con dati ed esempi

I numeri più utili per leggere la situazione sono quelli relativi a PIL, investimenti e credito bancario. Negli ultimi trimestri i dati economici nazionali hanno evidenziato una crescita annualizzata contenuta: il PIL ha registrato incrementi deboli, che non sempre superano l’1% su base annua, segno che la potenza produttiva dell’economia fatica a riaccelerare in modo convincente. La componente degli investimenti fissi lordi mostra segnali contrastanti: mentre alcuni settori, come l’industria farmaceutica e il manifatturiero di alta gamma, continuano ad attrarre capitali e a modernizzare impianti, molte PMI italiane rimangono ferme nella transizione tecnologica per limiti di accesso al credito e per una capacità di investimento ridotta.

Un esempio concreto: nel distretto industriale di una regione del Nord, un’impresa tessile ha investito in automazione e marketing digitale, incrementando l’export del 15% in due anni e mantenendo i livelli occupazionali. Allo stesso tempo, numerose microimprese nel settore servizi segnalano difficoltà a ottenere finanziamenti oltre la soglia della convenienza bancaria, ricorrendo a soluzioni informali o al rinvio degli investimenti.

Il credito resta un tema centrale: le banche hanno normalizzato i criteri di erogazione dopo anni di svalutazioni e cartolarizzazioni, ma il costo del denaro e la percezione del rischio influenzano ancora la disponibilità di finanziamenti per le imprese con bilanci meno robusti. Inoltre, l’inefficienza amministrativa e i tempi della giustizia commerciale rappresentano freni all’attrazione di investimenti esteri e alla crescita delle start-up con potenziale scalabile.

D’altra parte, gli interventi pubblici e i fondi europei offrono opportunità rilevanti. Progetti infrastrutturali e programmi di digitalizzazione favoriscono investimenti mirati: la sfida è tradurre queste risorse in capacità produttiva sostenibile e in incremento della produttività. Sviluppare una rete di servizi d’accompagnamento per le PMI, con formazione manageriale e supporto nell’adozione di tecnologie verdi e digitali, può generare effetti moltiplicatori sull’occupazione e sulla competitività.

Implicazioni future

Due direttrici sono decisive per trasformare la stagnazione in crescita sostenibile. La prima è la qualità degli investimenti: non basta aumentare la dotazione di capitale pubblico o privato, bisogna mirare a investimenti che innalzino la produttività — ricerca e sviluppo, infrastrutture immateriali come la banda larga, formazione tecnica e manageriale. La seconda direttrice riguarda il sistema finanziario: occorre migliorare l’accesso al credito per le PMI attraverso strumenti complementari come garanzie mirate, fondi di co-investimento e una maggiore presenza di capitali di rischio per la fase scale-up.

Per le imprese, la raccomandazione è chiara: puntare su digitalizzazione, efficienza energetica e internazionalizzazione. Per i policy maker, la priorità è progettare misure che riducano i costi di compliance, accelerino tempi autorizzativi e migliorino la governance degli investimenti pubblici. Infine, il mercato del lavoro deve adeguarsi con politiche attive che favoriscano riqualificazione e mobilità delle competenze verso settori ad alto valore aggiunto.

In sintesi, l’Italia dispone di punti di forza — settori specializzati, capitale umano qualificato e posizione strategica in Europa — ma deve sfruttarli con politiche coerenti e investimenti mirati. La prossima fase economica sarà determinata dalla capacità di trasformare risorse disponibili in produttività duratura: è qui che si gioca la sfida per il rilancio sostenibile del Paese.

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Il nuovo volto del lavoro: trend, numeri e sfide per il mercato italiano

Negli ultimi anni il mercato del lavoro ha subito trasformazioni profonde che non sono solo tecnologiche, ma anche culturali e demografiche. Tra smart working consolidato, carenza di competenze specializzate e una ridistribuzione della domanda tra settori, il mondo del lavoro in Italia mostra dinamiche complesse e indicazioni chiare su come aziende e istituzioni dovranno adattarsi nei prossimi anni.

Contesto: dopo la spinta iniziale del 2020-2021 verso il lavoro a distanza, molte imprese hanno sperimentato modelli ibridi che oggi sono parte della normalità. Parallelamente, il contesto macroeconomico — caratterizzato da inflazione moderata, pressioni sui salari e difficoltà nelle catene di fornitura — ha influito sulle scelte occupazionali. Su questo sfondo si innestano fenomeni strutturali come l’invecchiamento della popolazione, la domanda crescente di servizi sanitari e sociali e la digitalizzazione che richiede competenze nuove.

Analisi con dati ed esempi: a livello nazionale il tasso di occupazione è tornato vicino ai livelli pre-pandemia, ma con differenze marcate per età, genere e territorio. I giovani registrano ancora tassi di precarietà superiori alla media, mentre il tasso di occupazione femminile è cresciuto lentamente, ostacolato da problemi di conciliazione e infrastrutture di assistenza. Settori come tecnologia, logistica e sanitario mostrano una domanda robusta di profili qualificati: sviluppatori, tecnici specializzati, infermieri e operatori sociosanitari sono tra le figure più ricercate dalle aziende.

Lo smart working, pur non essendo più una novità, resta un fattore cruciale di attrazione e retention dei talenti. Indagini settoriali indicano che una quota consistente di lavoratori preferisce modalità ibride, con 2–3 giorni in presenza a settimana; per molte PMI italiane questo ha significato riorganizzare spazi e processi, investire in strumenti digitali e ripensare policy di valutazione basate sui risultati più che sulle presenze. Esempi concreti emergono sia in grandi aziende tech che in medie imprese manifatturiere che utilizzano strumenti digitali per monitorare produttività e qualità, mantenendo però una forte cultura di team building in presenza.

Un altro trend rilevante è la polarizzazione delle retribuzioni: aumenti salariali si manifestano principalmente per competenze specialistche (data analyst, ingegneri software, figure legate all’automazione), mentre lavori meno qualificati vedono pressioni inflazionistiche che erodono il potere d’acquisto. Questo crea spazi per politiche di upskilling e riqualificazione: programmi pubblici e iniziative aziendali per formare lavoratori adulti sono aumentati, così come partnership tra imprese e istituti di formazione professionale.

La carenza di personale in alcune aree — edilizia, logistica, cura agli anziani — è un campanello d’allarme. Le imprese segnalano difficoltà nel trovare candidati con competenze tecniche e soft skill adeguate, mentre la burocrazia e gli incentivi poco mirati ostacolano soluzioni rapide. Di fronte a ciò, alcune aziende hanno adottato strategie come l’automatizzazione parziale dei processi, il ricorso a contratti di lungo periodo con percorsi formativi integrati e la valorizzazione di percorsi di carriera interni.

Infine, l’introduzione dell’intelligenza artificiale e dell’automazione nei processi produttivi rimodella ruoli e competenze: attività ripetitive stanno venendo trasferite a macchine e software, spingendo verso una maggiore domanda di figure capaci di integrare tecnologia e processo aziendale. Ciò apre opportunità per attività a maggiore valore aggiunto, ma richiede investimenti in formazione continua e politiche attive del lavoro.

Implicazioni future: il mercato del lavoro italiano deve prepararsi a una fase di trasformazione che combina digitalizzazione, esigenze demografiche e richiesta di flessibilità. Le azioni chiave riguardano tre ambiti: formazione, regolazione e infrastrutture. Formazione: potenziare percorsi di upskilling e reskilling, soprattutto per lavoratori mid-career, e rafforzare l’alternanza scuola-lavoro per ridurre il mismatch. Regolazione: ripensare il quadro contrattuale per sostenere forme di lavoro flessibile senza erodere tutele, promuovere politiche di redistribuzione del lavoro e incentivi mirati per settori strategici. Infrastrutture: investire in connettività, servizi di conciliazione e supporto alla mobilità territoriale per favorire l’accesso al lavoro e attenuare le distanze tra offerta e domanda.

Per le imprese, la priorità sarà bilanciare efficienza tecnologica e capitale umano: digitalizzare processi dove conviene, ma parallelamente valorizzare competenze relazionali e creative che restano difficilmente automatizzabili. Per i decisori pubblici, invece, il compito sarà creare un ecosistema che renda sostenibile il lavoro del futuro, con politiche attive, incentivi per la formazione e strumenti di accompagnamento alle transizioni professionali.

In sintesi, il mercato del lavoro italiano entra in una fase di consolidamento e ristrutturazione: chi saprà combinare investimenti in competenze, flessibilità organizzativa e misure pubbliche efficaci potrà trasformare la sfida in opportunità, promuovendo occupazione di qualità e una crescita più inclusiva.

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Commercio al dettaglio: a novembre 2025 crescita congiunturale delle vendite

A quanto risulta dai dati Istat, nel mese di novembre 2025 si rileva una crescita congiunturale delle vendite al dettaglio in valore e in volume. L’aumento riguarda sia i prodotti alimentari sia quelli non alimentari.

Nel trimestre settembre-novembre 2025, rispetto a quello precedente, le vendite risultano sostanzialmente stazionarie, con una lieve crescita in valore e un leggero calo in volume, mentre rispetto al solo mese di novembre 2024, per il commercio al dettaglio il valore delle vendite risulta in crescita esclusivamente per la grande distribuzione e il commercio online. Quest’ultimo, in particolare, da marzo 2025 ha visto l’aumento più significativo.
Su base annua, a novembre le vendite aumentano in valore per entrambi i settori merceologici, alimentari e non alimentari, mentre in volume cresce solo il comparto non alimentare.

Beni alimentari +0,5%, non alimentari +0,7%

Più in dettaglio, i dati Istat confermano che a novembre 2025, rispetto a ottobre, le vendite al dettaglio registrano una crescita sia in valore sia in volume, rispettivamente del +0,5% e del +0,6%.
L’aumento riguarda tanto i beni alimentari (+0,5% sia in valore sia in volume) quanto quelli non alimentari (+0,7% sia in valore sia in volume).

Nel trimestre settembre-novembre 2025, in termini congiunturali, le vendite al dettaglio registrano invece un incremento in valore (+0,1%) ma una diminuzione in volume (-0,1%).

Su base tendenziale vendite +1,3% a valore e + 0,5% in volume

A livello settoriale, le vendite dei beni alimentari vedono un lieve aumento in valore (+0,1%) e un calo in volume (-0,2%), mentre quelle dei beni non alimentari sono in aumento sia in valore sia in volume (rispettivamente +0,2% e +0,1%).

Su base tendenziale, a novembre 2025, le vendite al dettaglio registrano una crescita dell’1,3% in valore e dello 0,5% in volume.
Le vendite dei beni alimentari aumentano in valore (+1,3%) e calano in volume (-0,5%) mentre quelle dei beni non alimentari aumentano sia in valore (+1,4%) sia in volume (+1,1%).

Crescono GDO ed e-commerce, calo per i negozi

Per quanto riguarda i beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali prevalentemente positive tra i vari gruppi di prodotti. L’aumento maggiore riguarda i Prodotti di profumeria, cura della persona (+5,9%), mentre il calo più consistente si osserva per gli Altri prodotti (-0,4%).

Rispetto a novembre 2024, il valore delle vendite al dettaglio è in aumento per la Grande distribuzione (+2,1%) e il commercio elettronico (+8,3%), mentre registra una flessione per le imprese operanti su piccole superfici (-0,5%) e le vendite al di fuori dei negozi (-1,9%).

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Consumi e regali: a dicembre 2025 tredicesime più ricche

Secondo l’analisi dell’Ufficio Studi Confcommercio su tredicesime e consumi di dicembre, il monte tredicesime destinate a consumi per l’ultimo mese dell’anno sarà pari a 49,9 miliardi di euro (+2,4 miliardi rispetto al 2024), con una spesa media per consumi di 1.964 euro per famiglia (+53 euro rispetto al 2024).

Quest’anno l’ammontare complessivo delle tredicesime nette si attesta su 57,4 miliardi di euro.
La stima di questo tradizionale reddito aggiuntivo deriva dai dati di contabilità nazionale diffusi dall’ISTAT e da quelli delle diverse gestioni pensionistiche dell’INPS.

Per l’ultimo mese dell’anno una spesa media di 1.964 euro 

Una volta sottratti gli accantonamenti per far fronte alle scadenze di dicembre legate al saldo ICI-IMU-Tasi e alla tassa di proprietà dell’auto, si perviene all’ammontare delle tredicesime destinate a consumi, comprendente anche la maggiore spesa dei lavoratori indipendenti, come imprenditori, liberi professionisti e lavoratori autonomi.

Da questa cifra (49,9 miliardi) nel mese di dicembre si stima una spesa media da tredicesima per famiglia, comprendente, oltre ai regali, anche tutte le spese legate ai consumi quotidiani, come alimentari, abbigliamento, tempo libero, pari a 1.964 euro, in crescita del 2,8% rispetto al 2024, del 6,9% rispetto al 2019 e del 12,3% rispetto al 2008.

Non solo strenne

Con un’inflazione sotto controllo, l’occupazione ai massimi e un maggior reddito disponibile i consumi delle famiglie a dicembre potrebbero registrare un miglioramento.

Questa maggiore quota di consumi, tuttavia, si trasferirà solo in parte in un aumento della spesa per i regali di Natale, che resta sostanzialmente in linea con quella dello scorso anno, ovvero, 211 euro pro capite contro 210 euro del 2024.
Oltre alle strenne, gli italiani infatti penseranno di più a sé stessi,‘regalandosi’ un nuovo elettrodomestico, andando più spesso al ristorante, al cinema, a teatro, oppure visitando un museo e dedicandosi di più al benessere personale.

Oltre 10 miliardi per il rito dei regali

E mentre diminuiscono le persone che prevedono di passare un Natale dimesso sono sempre più numerosi coloro che affronteranno con piacere questa spesa confermando, la ‘magia’ delle festività natalizie.
Secondo l’indagine, nel 2025 scende infatti la percentuale di coloro i quali vivranno un Natale più ‘povero’, da 77,1% al 72,7% del 2024, e sale di 1,6 punti, dal 79,9% all’81,5%, la percentuale di chi farà acquisti per i regali di Natale 2025.

La spesa complessiva per i regali quest’anno toccherà 10,1 miliardi, il dato più alto dal 2020. Ma, soprattutto, si faranno più regali rispetto allo scorso Natale.
Cresce infatti il numero di italiani che reputano il rito dei regali una spesa necessaria e sempre piacevole da affrontare, passando dal 44,4% dello scorso Natale al 47,8% di quello in arrivo.

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Black Friday: gli italiani spenderanno online circa 2,2 miliardi

Nei giorni tra il Black Friday e il Cyber Monday, gli italiani spenderanno online circa 2,2 miliardi di euro (+7% rispetto al 2024). In questa occasione, gli operatori particolarmente competitivi realizzeranno anche 3 volte il fatturato di un giorno medio.
Le categorie più interessate saranno Abbigliamento, Food & Grocery e Beauty & Healthcare. Bene anche le esperienze legate al mondo dei viaggi e degli eventi.

Le stime dell’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm – School of Management del Politecnico di Milano evidenziano un trend crescente per alcune categorie specifiche, come Giochi e Hobby, acquistati quasi cinque volte in più rispetto al giorno medio dell’anno, e Strumenti musicali ed Elettrodomestici, che in questo periodo triplicano. Crescono anche i servizi, soprattutto i biglietti di viaggio, +13% rispetto al 2024.

Il “momento” per eccellenza degli acquisti natalizi e non

Secondo le previsioni del Delivery Index di Netcomm saranno oltre 41 milioni i pacchi che circoleranno durante i dieci giorni di Black Friday, “pari al 4,8% del totale che si registra in un intero anno, con una crescita del 9% rispetto al 2024 – spiega Roberto Liscia, Presidente Netcomm -. Prevediamo che saranno 34,9 milioni gli italiani che ricorreranno al canale online per i loro acquisti durante questo periodo.
Si tratta di evidenze che confermano la forza di questa iniziativa, ormai diventata il momento per eccellenza in cui gli italiani concentrano una parte significativa degli acquisti natalizi e non solo”.

Aumenta la domanda ma si riduce il valore del carrello

“Allo stesso tempo . aggiunge Liscia -, è interessante osservare uno squilibrio tra l’aumento del volume dei pacchi e la crescita più contenuta del valore economico degli acquisti effettuati durante il periodo promozionale.
Per il Black Friday 2025 gli italiani punteranno sempre più sul risparmio, e questo è legato a due fenomeni rilevanti nel retail digitale di oggi: da un lato, la rapida espansione del mercato del second hand, dall’altro, l’ingresso crescente di prodotti provenienti dall’estero caratterizzati da prezzi medi più bassi. Entrambi i fattori contribuiscono a ridurre il valore medio del carrello, pur in presenza di una domanda in costante aumento”,

Le politiche promozionali

Secondo le stime dell’Osservatorio eCommerce B2c la percentuale media di sconto applicata dai merchant sarà del 25%, declinata in diverse modalità promozionali. L’iniziativa più comune è quella che prevede sconti riservati su una selezione di prodotti per tutta la durata del periodo di offerte (64%).

Non mancano poi le promozioni finalizzate a premiare un target di clienti specifico. Tra queste, spiccano le iniziative di sconto anticipato per i clienti più fedeli (31%). Alcuni merchant scelgono poi di scontare una selezione di prodotti per un tempo limitato (25%), mentre altri preferiscono applicare sconti su tutta la gamma per tutta la durata dell’iniziativa promozionale (22%).
Inoltre, l’opzione di offrire ai clienti la spedizione gratuita è una scelta applicata dal 19% dei merchant.

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Viaggi 2025: il mercato cresce, ma gli anni del boom sono alle spalle

Il turismo italiano continua a crescere anche nel 2025, ma a ritmi più lenti rispetto agli anni del boom registrato post pandemia. I dati dell’Osservatorio Travel Innovation del Politecnico di Milano, presentati a TTG Travel Experience, raccontano un mercato maturo, che consolida quanto guadagnato negli ultimi anni: la crescita varia tra l’1 e il 7% a seconda dei comparti.

L’eCommerce si conferma il cuore pulsante del settore: pesa ormai per il 57% del mercato dell’ospitalità (21,7 miliardi di euro su un totale di 38,2) e per il 70% di quello dei trasporti (19,3 miliardi su 27,6).

Ospitalità: più equilibrio tra online e offline

Il giro d’affari dell’ospitalità tocca i 38,2 miliardi di euro, con un aumento dell’1% sul 2024. È una crescita trainata soprattutto dai prezzi (+2,9% secondo l’Istat), mentre la domanda segna un lieve calo, complice la flessione dei turisti tedeschi e di altri mercati europei.

L’extra-alberghiero rallenta, l’offerta si razionalizza, e il turismo open air resta stabile. Anche l’eCommerce del comparto cresce poco (+2%), ma ormai è parte strutturale del sistema.
“Non è più il digitale a spingere il mercato, ma i prezzi – spiega Filippo Renga, direttore dell’Osservatorio –. Il settore sta entrando in una fase di maturità: meno boom, più equilibrio tra online e offline.”

Trasporti: settore in lieve aumento

Il settore dei trasporti raggiunge i 27,6 miliardi di euro (+5%), con l’aereo che si conferma il principale motore (+5%), affiancato da trasporti via terra (+4%) e noleggio auto (+7%).

Anche qui il digitale è ormai dominante: il 70% delle prenotazioni passa dall’eCommerce, e l’85% avviene tramite canali diretti.
“Dopo gli anni eccezionali del post-pandemia – osserva Federica Russo, ricercatrice dell’Osservatorio – il mercato torna su ritmi normali. L’online resta però la scelta naturale dei viaggiatori italiani.”

Turismo organizzato e outdoor: piacciono open air e visite culturali  

A tenere alta la domanda ci pensa il turismo organizzato, che cresce del 5% e vale tra 6,2 e 6,5 miliardi di euro. I tour operator fanno segnare il miglior risultato (+7%), seguiti dalle agenzie (+4%), trainati anche dai numerosi ponti primaverili.

Buono anche l’andamento delle attività outdoor, che superano 1,1 miliardi di euro (+3%). La maggioranza dei viaggiatori sceglie esperienze all’aria aperta, seguite da visite culturali e momenti di relax.

Viaggiatori tra benessere, AI e disconnessione

Gli italiani continuano a viaggiare: in media quattro volte l’anno. La motivazione principale resta il bisogno di rilassarsi, ma cresce la curiosità verso la cultura locale e le esperienze condivise.
Quasi uno su due (46%) ha scelto di “staccare la spina” dai social durante le vacanze, mentre un terzo ha sperimentato strumenti di Intelligenza Artificiale per pianificare itinerari o trovare attività in loco.

“L’AI entra nel viaggio, ma non sostituisce l’esperienza umana – commenta Eleonora Lorenzini, direttrice dell’Osservatorio –. Le agenzie restano un riferimento, anche se il contatto è sempre più spesso digitale”.

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Medie imprese: scatta l’obbligo delle polizze catastrofali

La legge di Bilancio 2024 ha introdotto l’obbligo per le medie imprese di sottoscrivere una polizza catastrofale (Cat Nat). Dal 2 ottobre di quest’anno circa 25.000 medie imprese dovranno quindi assicurarsi. I premi annuali sono comunque tutt’altro che proibitivi, soprattutto se paragonati ai benefici.
Facile.it, in collaborazione con Italfinance e Finital, ha elaborato alcune simulazioni considerando i costi per un’azienda metalmeccanica, una alimentare e un mobilificio in 3 città campione, Milano, Roma e Palermo.

Per l’attività metalmeccanica con terreno da 50.000 euro, fabbricato da 1,5 milioni di euro, attrezzature industriali/commerciali di valore pari a 300.000 euro, impianti/macchinari per 800mila euro, il premio annuale a Milano parte da 584 euro, a Roma 790 euro e a Palermo 1.025 euro.

Premio più alto per le aziende alimentari

Le quotazioni per l’azienda alimentare salgono, in virtù di valori assicurati più elevati. In questo caso, un terreno di 50.000 euro, un’immobile dal valore di 2 milioni di euro, attrezzature per 200.000 euro e impianti e macchinari da 1,2 milioni di euro.
La struttura posizionata a Milano deve mettere a budget un costo annuale a partire da 744 euro, a Roma 1.035 euro, mentre a Palermo 1.297 euro.

Per il mobilificio (terreno 50mila euro, fabbricato 1,8 milioni di euro, attrezzature 200.000 euro, impianti/macchinari da 1 milione di euro) il premio annuo parte da 654 euro a Milano, 897 euro a Roma e 1.136 euro a Palermo.

Chi non si assicura non potrà accedere ad agevolazioni o contributi

I prezzi, come spiegano gli esperti di Facile.it, variano in funzione di diversi elementi tra cui, la rischiosità del territorio dove sono ubicati gli immobili sede dell’azienda, la probabilità di eventi calamitosi, la vulnerabilità dei beni assicurati, le caratteristiche costruttive dell’immobile, il tipo di attività svolta dall’impresa, la collocazione dell’immobile all’interno dell’edificio (distanza da terra in numero di piani), il capitale assicurato, e le politiche commerciali e tariffarie delle compagnie assicurative.

Sebbene al momento non siano previste sanzioni pecuniarie per le aziende che non sottoscrivono la polizza, chi non si adegua all’obbligo non potrà accedere ad agevolazioni o contributi pubblici e, in caso di evento calamitoso, rischia di dover far fronte autonomamente ai danni subiti senza poter contare su eventuali indennizzi da parte dello Stato.

Coperture offerte, escluse, massimali e franchigie

Per le polizze Cat Nat è importante fare attenzione agli eventi calamitosi (sismi, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni) per i quali è obbligatorio assicurarsi, mentre non sono oggetto dell’obbligo altri fenomeni atmosferici quali grandine, trombe d’aria e bombe d’acqua.
Per tutelarsi da questi eventi, quindi, sarà necessario sottoscrivere garanzie accessorie.

Attenzione, inoltre, ad alcune specificità. La frana, ad esempio, è coperta se l’evento si manifesta in maniera “rapida”, se invece, si tratta di un evento “graduale”, non è coperto.
Tra le esclusioni rientrano anche mareggiate, valanghe e slavine. E ovviamente non è possibile assicurare edifici abusivi e non a norma.

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Digitalizzazione: entro il 2027 al Sud il 35% delle imprese investirà in 4.0

È quanto emerge da un’indagine di Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne: per colmare il gap digitale il 35% delle imprese del Sud, contro il 32,8% della media nazionale, ha in programma di realizzare investimenti 4.0 entro il 2027.
Aumentare l’efficienza interna o ridurre i costi è il principale obiettivo che spinge oltre la metà di queste aziende a investire in questa direzione.

Una maggiore difficoltà a recuperare terreno sulla digitalizzazione mostrano le imprese femminili italiane, delle quali appena il 30% punta a investire in queste tecnologie nei prossimi tre anni.
A pianificare nuovi investimenti 4.0 sono soprattutto le imprese manifatturiere (40,6%) e più in generale le realtà produttive di grandi dimensioni (67,6%).

La volontà di recuperare il gap sul fronte innovazione

Tuttavia, la carenza di competenze interne costituisce per molte imprese il principale ostacolo nell’introduzione di tecnologie 4.0.  

“Le imprese del nostro Paese devono recuperare un gap sul fronte dell’innovazione e del digitale. In questo quadro i segnali di recupero provengono dal Mezzogiorno e sono molto importanti e certamente di buon auspicio per il futuro –  sottolinea il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli. – L’impegno delle Camere di commercio si concentra nel raccogliere le esigenze di innovazione delle imprese e nel fare da collegamento tra Centri di ricerca e sistemi produttivi per fornire risposte adeguate ai bisogni delle aziende”.

Efficienza interna e riduzione dei costi le motivazioni per investire

Il 56% delle imprese investe in digitale spinto dalla volontà di aumentare l’efficienza interna eo di ridurre i costi, con picchi del 63,2% tra le grandi imprese con più di 50 addetti.

A seguire, tra le principali motivazioni ad investire in queste tecnologie si evidenzia anche il miglioramento dei livelli qualitativi della produzione, segnalato dal 21,9% delle imprese, una quota che sale al 23% per quelle di piccole dimensioni. Una quota pari al 12,3% investe nella transizione digitale spinta dagli incentivi, anche in questo caso, la percentuale appare più elevata nel caso delle piccole imprese (14,3%). 

La barriera principale è la carenza di skill

Sul cammino della transizione digitale la strada non è priva di ostacoli: il principale appare la carenza di competenze sufficienti, dichiarato dal 27,7% delle imprese, che faticano anche a gestire i rapporti con università e centri di ricerca o seguire le procedure necessarie a ottenere gli incentivi. 
Tra le principali barriere viene segnalata la mancanza di risorse finanziarie interne (25,9%), più avvertita dalle piccole imprese in particolare (28,2%), nonché i costi troppo elevati delle tecnologie (18,4%).

Secondo il 66,6% delle imprese che investono nel digitale l’impatto delle tecnologie 4.0 riguarda principalmente l’innovazione organizzativa interna. Ma per quasi la metà delle aziende (48%) le tecnologie cambieranno radicalmente l’assetto tecnologico dei processi produttivi.
Meno rilevanti invece sono gli effetti attesi su innovazione di marketing e vendita dei prodotti (23,5%) e sui rapporti esterni con fornitori e clienti (19,3%).

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Italia, lavoro: tre milioni di persone andranno sostituite entro il 2029

Quello del lavoro, da qualunque parte lo si guardi, è uno dei temi più caldi e critici dell’Italia. E no, non c’è solo il problema di trovarlo: nell’immediato futuro la vera emergenza sarà riuscire a sostituire chi ne uscirà.
Nei prossimi cinque anni, infatti, l’Italia dovrà affrontare una sfida epocale: oltre tre milioni di lavoratori lasceranno il proprio impiego, pari a circa il 12,5% della forza lavoro complessiva. La gran parte andrà in pensione, ma non mancheranno abbandoni legati a scelte personali, mobilità internazionale, cambi di carriera o perdita del posto.

Secondo i dati elaborati dall’Ufficio studi della CGIA su rilevazioni Unioncamere e Ministero del Lavoro, il fenomeno colpirà soprattutto i dipendenti del settore privato, che rappresentano più della metà delle uscite (1,6 milioni). Seguiranno i lavoratori pubblici con circa 768 mila unità e gli autonomi con 665 mila.

La Lombardia dovrà rimpiazzare 568mila addetti

Non in tutto il Paese l’emergenza avrà la stessa portata. Le aree con maggiore ricambio previsto sono quelle caratterizzate da mercati del lavoro più vasti e da un’età media più elevata. La Lombardia dovrà rimpiazzare quasi 568 mila persone, seguita dal Lazio con 305 mila e dal Veneto con 291 mila. In fondo alla classifica si trovano Umbria (44.800), Basilicata (25.700) e Molise (13.800).

In alcune regioni, come Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, la quota di dipendenti privati da sostituire supererà ampiamente il 55% del totale. In altre, come Calabria, Molise e Sardegna, il peso maggiore ricadrà invece su pubblico impiego e lavoro autonomo.

Il settore dei servizi quello più a rischio

Quasi tre quarti delle sostituzioni interesseranno il settore dei servizi, con circa 2,2 milioni di uscite. Le aree più colpite saranno commercio (380 mila posti), sanità (361 mila) e Pubblica Amministrazione (332 mila).

L’industria dovrà fare i conti con 726 mila ricambi, di cui ben 179 mila nel comparto delle costruzioni, mentre l’agricoltura sarà meno coinvolta, con circa 111 mila unità.

L’invecchiamento della popolazione

Al ricambio generazionale si lega un altro problema strutturale: l’aumento dell’indice di anzianità della forza lavoro. Nel 2023, per ogni 100 under 35, erano presenti 65 lavoratori oltre i 55 anni, con una crescita di quattro punti in due anni. Questo squilibrio è dovuto a ingressi insufficienti di giovani e permanenza più lunga dei lavoratori anziani.

Il rischio è che, mancando nuove leve qualificate, le imprese saranno costrette a contendersi i profili più esperti con offerte salariali sempre più alte, innescando una competizione serrata e potenzialmente destabilizzante.

Le regioni più “anziane”

Il primato negativo spetta alla Basilicata, dove l’indice di anzianità dei dipendenti privati tocca quota 82,7, seguita da Sardegna, Molise, Abruzzo e Liguria. Meglio, ma non senza criticità, in Emilia-Romagna, Campania, Veneto e Lombardia. Il dato più basso appartiene al Trentino-Alto Adige, con il 50,2.

La prospettiva è chiara: senza un ricambio generazionale adeguato, l’Italia rischia di trovarsi con un sistema produttivo in affanno e aziende costrette a rincorrere manodopera sempre più scarsa.

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