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Friendshoring e decoupling: come cambia la mappa del commercio globale e cosa significa per l’Italia

La pandemia, la guerra in Ucraina e le tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina stanno ridisegnando i confini del commercio internazionale. Tra politiche di “decoupling” e strategie di “friendshoring”, imprese e governi rivedono le catene del valore per ridurre rischi, garantire sicurezza degli approvvigionamenti e preservare capacità produttive critiche. Per l’Italia, economia molto aperta e focalizzata sulle piccole e medie imprese esportatrici, questi cambiamenti rappresentano al tempo stesso rischio e opportunità.

Negli ultimi tre anni la volatilità delle forniture ha messo in luce la vulnerabilità di settori come l’automotive, l’elettronica e la farmaceutica. Le misure pubbliche — dal CHIPS Act statunitense alle iniziative europee per i materiali critici e la sovranità tecnologica — stanno incentivando il reindirizzamento degli investimenti verso aree ritenute più affidabili o vicine geograficamente. Il concetto di friendshoring, ossia la riallocazione delle produzioni verso paesi alleati o politicamente affini, è diventato un tema centrale nei piani industriali di governi e multinazionali.

Analisi e dati: quali cambiamenti osserviamo
I dati aggregati indicano che il commercio mondiale ha recuperato dopo il crollo della pandemia, ma la composizione degli scambi è cambiata. Le misure di reshoring e nearshoring non porteranno a una sostituzione totale della globalizzazione, ma aumenteranno i flussi tra raggruppamenti geopolitici: Nord America, Unione Europea e alcuni paesi dell’Asia-Pacifico considerati “sicuri”. Per l’Italia, dove l’export pesa complessivamente attorno al 30% del PIL, una variazione negli orientamenti commerciali globali ha impatti sensibili su molti comparti, dalla meccanica alla moda, dall’agroalimentare all’industria chimica.

Prendiamo due esempi emblematici. Nel settore automobilistico la scarsità di semiconduttori ha spinto case e fornitori a diversificare i partner e a investire in scorte strategiche e impianti produttivi in paesi amici; questo fenomeno si traduce in nuove opportunità per fornitori europei capaci di offrire componentistica ad alta qualità vicino ai grandi poli produttivi. Nel settore farmaceutico, invece, la dipendenza da principi attivi prodotti in regioni lontane ha stimolato iniziative pubbliche per rilocalizzare attività critiche, creando spazi per investimenti nella produzione di API in Europa.

Gli effetti sulle PMI italiane sono ambivalenti. Da un lato, la spinta a preferire fornitori regionali può premiare filiere consolidate e prodotti a valore aggiunto tipici del made in Italy. Dall’altro, l’aumento dei costi logistici e la necessità di investimenti in certificazioni, digitalizzazione e compliance possono pesare sulle aziende di minori dimensioni. Inoltre, la riallocazione produttiva può generare concorrenza di nuovi attori regionali, ad esempio paesi dell’Europa orientale o del Nord Africa che attraggono attività di assemblaggio e servizi a basso costo.

Quali leve devono attivare imprese e istituzioni
Per cogliere le opportunità del nuovo contesto, le imprese italiane devono puntare su specializzazione, qualità e resilienza. Digitalizzazione delle filiere, investimenti in automazione e competenze, diversificazione dei fornitori e partnership industriali sono passi necessari. Le istituzioni, a livello nazionale ed europeo, possono facilitare il processo con strumenti finanziari mirati, politiche per la formazione tecnica e incentivi agli investimenti in settori strategici come semiconduttori, batterie e farmaci.

Implicazioni future: scenari e raccomandazioni
Lo scenario più probabile è una globalizzazione ricalibrata: meno integrazione pura a costi minimi, più reti regionali intrecciate con alleanze politiche ed economiche. Per l’Italia ciò significa dover conciliare apertura agli scambi internazionali con la riduzione di esposizioni critiche. In concreto, le imprese dovrebbero valutare cartesiane delle supply chain che includano indicatori di rischio geopolitico e di sostenibilità, mentre le politiche pubbliche dovrebbero favorire investimenti strategici e infrastrutture logistiche per rendere il paese più attrattivo per produzioni ad alto valore aggiunto.

In un mondo in cui la sicurezza economica e la sostenibilità diventano criteri centrali, la capacità dell’Italia di adattarsi dipenderà dalla qualità delle sue imprese, dalla coerenza delle politiche industriali e dalla rapidità nell’aggiornare competenze e asset produttivi. Non è una sfida semplice, ma la transizione verso catene del valore più resilienti può trasformarsi in una leva di competitività se affrontata con visione e investimenti mirati.

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Conti pubblici, investimenti e imprese: le leve per rilanciare l’economia italiana

Negli ultimi anni l’economia italiana ha navigato tra segnali di ripresa e ostacoli strutturali: crescita anemica del PIL, pressione fiscale persistente, oltre a un tessuto produttivo dominato da piccole e medie imprese che spesso faticano ad accedere a credito e tecnologia. Questo articolo analizza lo stato attuale del Paese, mette in luce dati e esempi concreti e propone le implicazioni per il futuro, in particolare per investitori, policy maker e imprenditori.

Il contesto è noto: la crescita economica dell’Italia rimane modesta rispetto alla media europea, con periodi di stagnazione alternati a riprese lente. Allo stesso tempo l’inflazione, pur in netto calo rispetto ai picchi recenti, continua a incidere sui costi delle imprese e sul potere d’acquisto delle famiglie. Il debito pubblico resta elevato, costringendo la politica fiscale a trovare un equilibrio tra consolidamento dei conti e incentivazione degli investimenti privati e pubblici.

Analisi con dati ed esempi

I numeri più utili per leggere la situazione sono quelli relativi a PIL, investimenti e credito bancario. Negli ultimi trimestri i dati economici nazionali hanno evidenziato una crescita annualizzata contenuta: il PIL ha registrato incrementi deboli, che non sempre superano l’1% su base annua, segno che la potenza produttiva dell’economia fatica a riaccelerare in modo convincente. La componente degli investimenti fissi lordi mostra segnali contrastanti: mentre alcuni settori, come l’industria farmaceutica e il manifatturiero di alta gamma, continuano ad attrarre capitali e a modernizzare impianti, molte PMI italiane rimangono ferme nella transizione tecnologica per limiti di accesso al credito e per una capacità di investimento ridotta.

Un esempio concreto: nel distretto industriale di una regione del Nord, un’impresa tessile ha investito in automazione e marketing digitale, incrementando l’export del 15% in due anni e mantenendo i livelli occupazionali. Allo stesso tempo, numerose microimprese nel settore servizi segnalano difficoltà a ottenere finanziamenti oltre la soglia della convenienza bancaria, ricorrendo a soluzioni informali o al rinvio degli investimenti.

Il credito resta un tema centrale: le banche hanno normalizzato i criteri di erogazione dopo anni di svalutazioni e cartolarizzazioni, ma il costo del denaro e la percezione del rischio influenzano ancora la disponibilità di finanziamenti per le imprese con bilanci meno robusti. Inoltre, l’inefficienza amministrativa e i tempi della giustizia commerciale rappresentano freni all’attrazione di investimenti esteri e alla crescita delle start-up con potenziale scalabile.

D’altra parte, gli interventi pubblici e i fondi europei offrono opportunità rilevanti. Progetti infrastrutturali e programmi di digitalizzazione favoriscono investimenti mirati: la sfida è tradurre queste risorse in capacità produttiva sostenibile e in incremento della produttività. Sviluppare una rete di servizi d’accompagnamento per le PMI, con formazione manageriale e supporto nell’adozione di tecnologie verdi e digitali, può generare effetti moltiplicatori sull’occupazione e sulla competitività.

Implicazioni future

Due direttrici sono decisive per trasformare la stagnazione in crescita sostenibile. La prima è la qualità degli investimenti: non basta aumentare la dotazione di capitale pubblico o privato, bisogna mirare a investimenti che innalzino la produttività — ricerca e sviluppo, infrastrutture immateriali come la banda larga, formazione tecnica e manageriale. La seconda direttrice riguarda il sistema finanziario: occorre migliorare l’accesso al credito per le PMI attraverso strumenti complementari come garanzie mirate, fondi di co-investimento e una maggiore presenza di capitali di rischio per la fase scale-up.

Per le imprese, la raccomandazione è chiara: puntare su digitalizzazione, efficienza energetica e internazionalizzazione. Per i policy maker, la priorità è progettare misure che riducano i costi di compliance, accelerino tempi autorizzativi e migliorino la governance degli investimenti pubblici. Infine, il mercato del lavoro deve adeguarsi con politiche attive che favoriscano riqualificazione e mobilità delle competenze verso settori ad alto valore aggiunto.

In sintesi, l’Italia dispone di punti di forza — settori specializzati, capitale umano qualificato e posizione strategica in Europa — ma deve sfruttarli con politiche coerenti e investimenti mirati. La prossima fase economica sarà determinata dalla capacità di trasformare risorse disponibili in produttività duratura: è qui che si gioca la sfida per il rilancio sostenibile del Paese.

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Il nuovo volto del lavoro: trend, numeri e sfide per il mercato italiano

Negli ultimi anni il mercato del lavoro ha subito trasformazioni profonde che non sono solo tecnologiche, ma anche culturali e demografiche. Tra smart working consolidato, carenza di competenze specializzate e una ridistribuzione della domanda tra settori, il mondo del lavoro in Italia mostra dinamiche complesse e indicazioni chiare su come aziende e istituzioni dovranno adattarsi nei prossimi anni.

Contesto: dopo la spinta iniziale del 2020-2021 verso il lavoro a distanza, molte imprese hanno sperimentato modelli ibridi che oggi sono parte della normalità. Parallelamente, il contesto macroeconomico — caratterizzato da inflazione moderata, pressioni sui salari e difficoltà nelle catene di fornitura — ha influito sulle scelte occupazionali. Su questo sfondo si innestano fenomeni strutturali come l’invecchiamento della popolazione, la domanda crescente di servizi sanitari e sociali e la digitalizzazione che richiede competenze nuove.

Analisi con dati ed esempi: a livello nazionale il tasso di occupazione è tornato vicino ai livelli pre-pandemia, ma con differenze marcate per età, genere e territorio. I giovani registrano ancora tassi di precarietà superiori alla media, mentre il tasso di occupazione femminile è cresciuto lentamente, ostacolato da problemi di conciliazione e infrastrutture di assistenza. Settori come tecnologia, logistica e sanitario mostrano una domanda robusta di profili qualificati: sviluppatori, tecnici specializzati, infermieri e operatori sociosanitari sono tra le figure più ricercate dalle aziende.

Lo smart working, pur non essendo più una novità, resta un fattore cruciale di attrazione e retention dei talenti. Indagini settoriali indicano che una quota consistente di lavoratori preferisce modalità ibride, con 2–3 giorni in presenza a settimana; per molte PMI italiane questo ha significato riorganizzare spazi e processi, investire in strumenti digitali e ripensare policy di valutazione basate sui risultati più che sulle presenze. Esempi concreti emergono sia in grandi aziende tech che in medie imprese manifatturiere che utilizzano strumenti digitali per monitorare produttività e qualità, mantenendo però una forte cultura di team building in presenza.

Un altro trend rilevante è la polarizzazione delle retribuzioni: aumenti salariali si manifestano principalmente per competenze specialistche (data analyst, ingegneri software, figure legate all’automazione), mentre lavori meno qualificati vedono pressioni inflazionistiche che erodono il potere d’acquisto. Questo crea spazi per politiche di upskilling e riqualificazione: programmi pubblici e iniziative aziendali per formare lavoratori adulti sono aumentati, così come partnership tra imprese e istituti di formazione professionale.

La carenza di personale in alcune aree — edilizia, logistica, cura agli anziani — è un campanello d’allarme. Le imprese segnalano difficoltà nel trovare candidati con competenze tecniche e soft skill adeguate, mentre la burocrazia e gli incentivi poco mirati ostacolano soluzioni rapide. Di fronte a ciò, alcune aziende hanno adottato strategie come l’automatizzazione parziale dei processi, il ricorso a contratti di lungo periodo con percorsi formativi integrati e la valorizzazione di percorsi di carriera interni.

Infine, l’introduzione dell’intelligenza artificiale e dell’automazione nei processi produttivi rimodella ruoli e competenze: attività ripetitive stanno venendo trasferite a macchine e software, spingendo verso una maggiore domanda di figure capaci di integrare tecnologia e processo aziendale. Ciò apre opportunità per attività a maggiore valore aggiunto, ma richiede investimenti in formazione continua e politiche attive del lavoro.

Implicazioni future: il mercato del lavoro italiano deve prepararsi a una fase di trasformazione che combina digitalizzazione, esigenze demografiche e richiesta di flessibilità. Le azioni chiave riguardano tre ambiti: formazione, regolazione e infrastrutture. Formazione: potenziare percorsi di upskilling e reskilling, soprattutto per lavoratori mid-career, e rafforzare l’alternanza scuola-lavoro per ridurre il mismatch. Regolazione: ripensare il quadro contrattuale per sostenere forme di lavoro flessibile senza erodere tutele, promuovere politiche di redistribuzione del lavoro e incentivi mirati per settori strategici. Infrastrutture: investire in connettività, servizi di conciliazione e supporto alla mobilità territoriale per favorire l’accesso al lavoro e attenuare le distanze tra offerta e domanda.

Per le imprese, la priorità sarà bilanciare efficienza tecnologica e capitale umano: digitalizzare processi dove conviene, ma parallelamente valorizzare competenze relazionali e creative che restano difficilmente automatizzabili. Per i decisori pubblici, invece, il compito sarà creare un ecosistema che renda sostenibile il lavoro del futuro, con politiche attive, incentivi per la formazione e strumenti di accompagnamento alle transizioni professionali.

In sintesi, il mercato del lavoro italiano entra in una fase di consolidamento e ristrutturazione: chi saprà combinare investimenti in competenze, flessibilità organizzativa e misure pubbliche efficaci potrà trasformare la sfida in opportunità, promuovendo occupazione di qualità e una crescita più inclusiva.

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AI commerce, la nuova frontiera dell’e-commerce B2B

Nel 2025 il valore dell’e-commerce B2B in Europa ha raggiunto 1.817 miliardi di euro. La quota di ordini gestiti online raggiunge il 25%-30%, ed è destinata ad accelerare grazie all’adozione massiva di tecnologie di Intelligenza Artificiale.
L’AI sta trasformando radicalmente il commercio digitale tra imprese, aprendo opportunità senza precedenti per efficienza, personalizzazione e crescita.

L’89% dei buyer B2B utilizza già strumenti di AI generativa per cercare fornitori, configurare soluzioni complesse, analizzare mercati di approvvigionamento e negoziare prezzi.
Sul fronte dei seller, invece, gli AI Agent stanno trasformando i processi commerciali con risultati misurabili.
Sono alcune evidenze emerse dal Paper Tematico di Netcomm, “AI Commerce – La nuova frontiera del commercio intelligente”, presentati nel corso della nona edizione di Netcomm Focus B2B Digital Commerce.

Buyer B2B sempre più digitali e potenziati

I comportamenti di acquisto B2B stanno vivendo una trasformazione profonda. I buyer appartengono sempre più alla generazione dei Millennials e dei Gen Z, nativi digitali che richiedono esperienze di acquisto fluide, ingaggianti e ibride.

In questo contesto, l’utilizzo di AI Prompting permette di cercare e configurare soluzioni, prezzi e fornitori in modo autonomo, mentre i B2B Marketplace giocano un ruolo chiave nell’aprire il sourcing a nuovi fornitori e mercati di approvvigionamento globali, democratizzando l’accesso alle migliori soluzioni.

Le opportunità degli AI Agent

Gli AI Agent trovano nel B2B un terreno particolarmente fertile.
Nel commercio tra imprese i prodotti sono complessi, le configurazioni personalizzate, i prezzi variabili e i processi di approvazione articolati. Oggi gli agenti AI si integrano nativamente con i sistemi aziendali e utilizzano architetture che permettono di attingere ai dati proprietari dell’azienda per generare risposte precise e contestualizzate.

I risultati sono tangibili. L’automazione delle attività ripetitive aumenta significativamente la produttività commerciale, mentre i costi di Customer Service si riducono drasticamente grazie alla capacità degli agenti di gestire autonomamente richieste complesse.
La personalizzazione scalabile fa crescere sia la conversione online che il valore medio dell’ordine, mentre le aziende beneficiano di un netto miglioramento della Customer Experience, con analisi predittive che ottimizzano i costi di manutenzione e moltiplicano le opportunità di cross-selling.

Tecnologie emergenti al servizio del Made in Italy

L’innovazione digitale e gli investimenti in commercio digitale stanno crescendo significativamente nel B2B, un settore che mostra grande resilienza e crea opportunità concrete per aprire nuovi mercati internazionali, anche grazie alla forte componente dell’export che caratterizza il Made in Italy.

Il B2B Digital Commerce rappresenta una grande opportunità per l’espansione geografica delle imprese italiane, che possono sfruttare modelli digitali, ibridi e AI Agent per migliorare l’efficienza dei processi di front e back-end. L’AI permette di semplificare l’esperienza dei clienti e al contempo di gestire le complessità tipiche di questo settore, dalla configurazione di prodotti complessi alla personalizzazione di prezzi e servizi.
Tuttavia, le imprese italiane mostrano ancora un ritardo nella digitalizzazione, rendendo l’adozione dell’AI una sfida urgente per mantenere la competitività sui mercati globali.

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Cyberattacchi: i rischi per il settore automotive nel 2026

La produzione globale di veicoli altamente computerizzati, dotati di numerose unità di controllo elettronico (ECU), ‘consente’ agli hacker di sfruttare errori di implementazione e vulnerabilità per rubare i veicoli. I punti di accesso riguardano qualsiasi interfaccia accessibile: bus CAN, porta OBD o Ethernet, modulo NFC, chip Wi-Fi, Bluetooth, modem LTE.

Gli attacchi dannosi però, oltre i veicoli stessi, possono colpire anche i sistemi a cui sono collegati.
Secondo le previsioni di Kaspersky sulle minacce informatiche per l’industria automotive nel 2026, i malintenzionati utilizzeranno principalmente ransomware con l’obiettivo di crittografare file, sistemi o intere reti rendendole inaccessibili per poi chiedere un riscatto, spesso in criptovaluta, per fornire la chiave di decrittografia o ripristinare l’accesso.

Nel mirino la supply chain delle infrastrutture delle case automobilistiche

Nel 2026 potrebbero anche emergere nuove fughe di dati riservati degli utenti e informazioni sui movimenti dei veicoli provenienti dalle infrastrutture delle case automobilistiche.

Un altro vettore significativo è rappresentato dagli attacchi alla supply chain delle infrastrutture delle case automobilistiche (attraverso l’hacking dei sistemi degli appaltatori) con l’obiettivo di interrompere i sistemi critici e causare perdite finanziarie.
Gli audit di sicurezza condotti regolarmente da Kaspersky consentono di identificare le vulnerabilità che potrebbero essere sfruttate per questi attacchi.

Furto di dati personali, interruzione di sistemi critici, blocco remoto delle auto

Gli aggressori motivati da ragioni finanziarie sono principalmente interessati ai dati personali degli utenti e all’accesso ai loro account. Sono possibili anche attacchi ransomware volti a interrompere sistemi critici e causare perdite economiche alle aziende.

Il blocco remoto delle auto è invece un rischio particolarmente elevato per le società di car sharing e taxi, poiché nei veicoli installano moduli che consentono, tra le altre funzioni, il blocco remoto in qualsiasi momento. Se gli aggressori ottengono l’accesso al sistema di controllo di questi moduli, possono bloccare simultaneamente numerosi veicoli, o per richiedere un riscatto o per effettuare operazioni di sabotaggio.

Hacking delle aziende di trasporto e logistica per intercettare i carichi

Un ulteriore potenziale vettore di rischio riguarda gli attacchi alle aziende di trasporto e logistica, finalizzati all’intercettazione degli ordini e al furto fisico dei carichi. Oggi, la digitalizzazione dei processi della supply chain consente agli aggressori di sottrarre carichi senza lasciare il cyberspazio. Gli attaccanti possono infatti violare i sistemi da remoto e manipolare i dati di spedizione per far consegnare i carichi a indirizzi specifici, destinati alla successiva rivendita.

La crescente digitalizzazione coinvolge però anche le infrastrutture di rifornimento. Le moderne stazioni di servizio e le stazioni di ricarica per veicoli elettrici sono progettate per essere collegate a infrastrutture cloud, ampliando le opportunità di attacco per gli hacker.
Entro il 2026 potrebbero verificarsi attacchi a queste infrastrutture, con l’obiettivo di sottrarre carburante o elettricità, nonché informazioni personali o dettagli delle carte carburante dei clienti.

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2035, il digitale che ci aspetta

Come sarà il futuro del digitale? Immaginarlo si può, e non si tratta solo di dare sfogo alla propria fantasia, anzi. Lo ha fatto il Center for Digital Envisioning del Politecnico di Milano, che durante il convegno “Digital Envisioning 2025: il futuro del Digitale” ha messo sul tavolo tre possibili scenari per il 2035.

Tre strade diverse, tutte plausibili, che raccontano come le tecnologie potrebbero cambiare economia, società e democrazia.

La tecno sinfonia: quando tutto funziona

Nel primo scenario, quello più ambizioso, il digitale evolve in una vera e propria “tecno sinfonia”. L’intelligenza artificiale è diffusa ovunque, le infrastrutture di calcolo sono sostenibili e sotto controllo pubblico, i sistemi dialogano tra loro senza attriti.

La capacità computazionale diventa abbondante, accessibile, quasi invisibile. In questo mondo, i benefici dell’innovazione sono distribuiti in modo più equo e la tecnologia rafforza la partecipazione e la crescita collettiva. Restano però aperte nuove domande etiche: quanto dipendiamo dalle macchine? Chi governa davvero i sistemi autonomi?

Sovranità frammentata: un mondo a blocchi

Più realistico, forse, è lo scenario intermedio della “sovranità frammentata”. Qui i governi investono molto in data center, cloud e regole sui dati, ma il mondo digitale si spezza in aree regionali che non comunicano tra loro.

Ogni blocco è efficiente al proprio interno e attento alla sostenibilità, ma il risultato è un arcipelago di isole digitali. La ricerca si duplica, gli standard si moltiplicano e le tensioni geopolitiche crescono, soprattutto sul controllo delle tecnologie chiave.

Inerzia digitale: il rischio di restare fermi

C’è poi lo scenario meno desiderabile, quello dell’inerzia. In questo caso, il 2035 assomiglia molto a oggi: poche grandi piattaforme concentrano potere e risorse, l’ecosistema resta fragile e l’innovazione fatica a tradursi in benefici diffusi.

Il digitale continua a funzionare, ma senza slanci, lasciando irrisolti i nodi dell’inclusione e della competitività.

I megatrend che spingono il cambiamento

Alla base di questi scenari ci sono 19 megatrend individuati dal Center for Digital Envisioning, frutto del lavoro degli Osservatori Digital Innovation della POLIMI School of Management.

Tra i più rilevanti spiccano la centralità della potenza di calcolo come infrastruttura strategica, l’evoluzione dei dati verso modelli complessi e digital twin, l’emergere di un web più collaborativo e l’ascesa di un’intelligenza artificiale sempre più autonoma.

Decidere oggi per non subire domani

“Proiettarsi nel futuro è indispensabile”, ricorda Valeria Portale, direttrice del Center. Le scelte di oggi, avverte Luca Gastaldi, responsabile scientifico, stanno già disegnando il domani, tra investimenti dei grandi player e nuove startup. Il punto non è indovinare il futuro, ma arrivarci preparati, da protagonisti e non da spettatori.

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Cybersecurity: sono 183 milioni le password e gli indirizzi e-mail rubati

L’incidente è avvenuto nel mese di aprile dell’anno in corso, ma è stato rivelato solo di recente dall’azienda di sicurezza informatica Synthiest: a livello globale ammontano a 183 milioni le password rubate dai criminali informatici.

In un post sul proprio blog, Synthiest ha dichiarato di aver scoperto le password rubate nell’ultimo anno su alcuni forum ‘chiusi’ utilizzati dagli hacker. La società in seguito ha trasmesso i dati a Have I Been Pwned (HIBP), che gestisce un database di password rubate.
L’elenco include gli indirizzi e-mail e le relative password utilizzati da decine di milioni di utenti per accedere a vari siti web, tra cui i servizi di posta elettronica di Gmail, Outlook e Yahoo Mail.

Come verificare se si è una delle vittime del furto?

Secondo Forbes, che ha riportato la notizia, si tratta di una quantità pari a 3,5 terabyte di dati, ovvero, 23 miliardi di righe di testo raccolte dagli hacker.
Gli utenti di Gmail, Outlook e altri servizi online farebbero bene a controllare i propri account dopo questa rivelazione.
Ma come verificare se si è una delle vittime del furto?

Poiché è probabile che molti utenti non siano a conoscenza del fatto che i loro account sono stati compromessi, per verificare se gli account sono stati rubati è possibile visitare il sito di Have I Been Pwned e inserire il proprio indirizzo di posta elettronica nell’elenco di ricerca.
Il sito web HIBP verificherà se l’indirizzo è presente o meno negli elenchi pubblicati dagli hacker.

Il 92% delle password già compromesse in precedenza?

In ogni caso, a quanto sembra pare che molte di queste password fossero state precedentemente compromesse e ora stiano riemergendo, ha affermato Troy Hunt, proprietario di HIBP.

Hunt ha esaminato un campione di 94.000 indirizzi e-mail e ha scoperto che il 92% era già stato divulgato a partire dal mese di febbraio a un canale Telegram chiamato ALIEN TXTBA.

Le misure di sicurezza anti hacker

Giovanni D’Agata, presidente dello Sportello dei Diritti, raccomanda a chi scopre di essere stato hackerato di cambiare immediatamente le password. Se non lo si ha già fatto, è necessario attivare la verifica in due passaggi, che invia un codice al proprio telefono per consentire di accedere al proprio account.

È inoltre consigliabile non utilizzare la stessa password per servizi diversi, poiché violarne una permette ai malintenzionati di accedere automaticamente anche agli altri.
Gli esperti raccomandano poi di utilizzare password composte da almeno 16 caratteri, che dovrebbero includere lettere minuscole e maiuscole, simboli e numeri.

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Banca on line in sicurezza: le dritte dell’Abi per difendersi dalle minacce digitali

Tutti noi ormai effettuiamo operazioni bancarie utilizzando i canali digitali, come avviene nella gran parte degli ambiti della nostra vita. Ma, a maggiore ragione in questi casi, serve una buona dose di consapevolezza per difendersi dai possibili pericoli online. Nel panorama digitale, proteggere i propri dati personali è diventato un gesto quotidiano tanto quanto fare un bonifico.

Con l’aumento dei reati informatici, l’Associazione Bancaria Italiana (Abi) rinnova il suo impegno nella promozione della cybersicurezza e diffonde un decalogo di comportamenti utili per operare online in modo protetto.
La sicurezza non è mai stata così importante: accedere ai servizi bancari digitali in modo sicuro significa tutelare sé stessi, i propri risparmi e le proprie informazioni.

Dalle password alla prudenza: le buone abitudini che fanno la differenza

Ecco le principali raccomandazioni dell’Abi per evitare spiacevoli sorprese durante l’utilizzo di internet e dei servizi bancari digitali. Dalle password alla prudenza, sono dieci buone abitudini che fanno la differenza:

  • Scegliere password complesse e uniche per ogni account, includendo numeri, simboli e lettere maiuscole e minuscole.
  • Connettersi solo da dispositivi personali e utilizzare reti Wi-Fi sicure. Le connessioni pubbliche possono essere a rischio.
  • Installare un antivirus affidabile e tenerlo aggiornato per intercettare minacce informatiche in tempo reale.
  • Limitare la condivisione dei dati personali online, specialmente su social media o siti non ufficiali.
  • Verificare sempre il mittente di email o messaggi sospetti, evitando di cliccare su link o allegati se si hanno dubbi.
  • Controllare i numeri di telefono delle chiamate ricevute, confrontandoli con i contatti ufficiali della banca. Se vengono richiesti dati sensibili, è bene non rispondere.
  • Segnalare subito alla banca eventuali operazioni anomale, sospette o non autorizzate.
  • Denunciare ogni tentativo di truffa alla Polizia Postale o agli organi competenti.

Sicurezza digitale: una “responsabilità condivisa”

L’Abi ricorda che la sicurezza informatica è una responsabilità condivisa: le banche investono costantemente in tecnologie e formazione, ma è fondamentale che anche i clienti adottino comportamenti prudenti.

Essere informati e attenti è il primo passo per evitare frodi e proteggere le proprie finanze. Per approfondimenti e aggiornamenti, è possibile consultare i canali ufficiali dell’Abi e seguire le campagne informative promosse dal settore bancario.

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Carte digitali nel mirino dei cybercriminali: nel 2024 “persi” 880 milioni di euro

L’uso dei pagamenti elettronici è ormai parte integrante della vita quotidiana, ma con esso aumentano anche i rischi legati alle truffe digitali.
Secondo un’indagine realizzata da mUp Research e Norstat per Facile.it, nel 2024 ben 2,9 milioni di italiani sono stati vittime di frodi legate a carte di pagamento, con un impatto economico che ha superato gli 880 milioni di euro.

Quali metodi usano i truffatori? 

Le truffe avvengono soprattutto tramite email contraffatte (38,1%), seguite da SMS ingannevoli (28,4%). Altri strumenti utilizzati includono siti web fasulli (19,4%) e finti operatori telefonici (18,7%) che fingono di rappresentare banche o istituti finanziari.

Anche i canali digitali più recenti non sono esenti: le chat istantanee (14,9%) e i social network (13,4%) stanno diventando veicoli sempre più usati per carpire dati sensibili o convincere gli utenti a condividere informazioni personali.

I più colpiti? Giovani adulti e laureati 

Sorprendentemente, a cadere più spesso nella rete dei cybercriminali non sono gli anziani, ma i giovani adulti. Nella fascia d’età 18-24 anni, la percentuale di vittime tocca il 14,1%, mentre tra i 25-34enni si attesta all’8,5%, contro una media nazionale del 6,8%.

Il dato che colpisce è anche il livello d’istruzione: i possessori di laurea risultano più vulnerabili, forse per una maggiore fiducia nella tecnologia o per l’uso più frequente dei pagamenti online.

Le denunce? Ancora troppo poche 

Dopo aver subito una frode, oltre il 26% delle vittime non segnala l’episodio alle autorità. Le motivazioni sono diverse: il 34,3% ritiene il danno economico troppo contenuto per agire, mentre il 22,9% è convinto che non ci siano possibilità di recupero.

Non mancano i motivi emotivi: una parte degli intervistati ha ammesso di sentirsi in imbarazzo (20%) o di non voler preoccupare i familiari (14,3%).

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Italia sempre più digitale: aumentano gli acquisti online, anche tra gli “over”

Noi italiani siamo sempre più fan delle possibilità offerte dalla Rete, anche gli over 65. Nel biennio 2023-2024, infatti, i nostri connazionali mostrano un crescente interesse per lo shopping online e l’uso di Internet.
A confermarlo sono i dati dell’indagine annuale ‘Aspetti della Vita Quotidiana’ condotta dall’Istat.

E-commerce: vestiti e articoli per la casa i prodotti più richiesti

Gli acquisti via Internet sono in continuo aumento: rispetto al 2023, la percentuale di utenti che ha fatto shopping online è cresciuta di 2,2 punti.
I settori più gettonati sono quelli dell’abbigliamento (23,2%) e dei prodotti per la casa (13,7%).

Si rafforza inoltre l’abitudine di utilizzare piattaforme digitali della Pubblica Amministrazione per ottenere informazioni, anche se cala l’uso per attività più operative come scaricare moduli ufficiali (-9,6 punti) o prenotare appuntamenti (-8 punti).

Internet a casa: cresce la copertura, ma il Sud resta indietro

L’accesso domestico a Internet interessa oggi l’86,2% delle famiglie italiane, con un balzo in avanti di 2,5 punti percentuali. La connessione raggiunge il 93,4% delle famiglie con membri tra i 16 e i 74 anni, avvicinandosi alla media europea del 94,1%.

Restano però delle differenze importanti: tra le famiglie composte esclusivamente da over 65, solo il 60,6% è connesso. Nelle famiglie con bambini, invece, la connessione è praticamente universale (99,1%).
Permane anche uno squilibrio territoriale: nel Sud Italia l’accesso a Internet è inferiore di quasi 5 punti rispetto al Centro-Nord. Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige guidano la classifica delle regioni più digitalizzate, mentre Sicilia, Molise e Basilicata risultano le meno connesse.

Il web per tutti, anche per gli anziani

L’utilizzo di Internet interessa oggi l’81,9% degli italiani sopra i sei anni, con un aumento di 2,4 punti rispetto all’anno scorso.
Tra i 65-74enni si osserva una crescita particolarmente significativa (+7,6 punti), seguiti dagli over 75 (+6,7 punti).

Si conferma una differenza di genere: l’84,5% degli uomini utilizza Internet contro il 79,5% delle donne, divario che si accentua nelle fasce di età più alte.
Anche il livello di istruzione gioca un ruolo chiave: tra i laureati la connessione sfiora il 96%, mentre tra chi possiede solo la licenza media si ferma al 69,7%.

Chat, video e musica: come gli italiani usano la rete

I principali usi di Internet riguardano la comunicazione. Il 73,4% degli utenti utilizza app di messaggistica istantanea, il 66% effettua chiamate vocali o videochiamate e il 62% si affida alla posta elettronica.

Molto diffusa anche la fruizione di contenuti multimediali: il 57,4% guarda video su piattaforme come YouTube, Instagram o TikTok, mentre quasi la metà ascolta musica in streaming (49,4%).
Infine, il 48,2% degli utenti cerca informazioni su prodotti e servizi, il 46% si informa sulla salute e il 44,3% gestisce le proprie finanze online.

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