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Guardare la TV prima di dormire non disturba il sonno dei bambini

Dalla scienza arriva un contrordine: permettere ai bambini di usare lo smartphone o guardare la TV prima di andare a letto non ha alcuna influenza sul sonno. A smentire le tesi precedenti è una ricerca dell’Università di Otago, riportato sulla rivista Jama Pediatric.
Gli scienziati neozelandesi hanno monitorato il tempo trascorso davanti allo schermo di decine di bambini di età compresa tra 11 e 14 anni, e hanno scoperto che il sonno e il suo stato non ne risentono.

“Il tempo trascorso davanti allo schermo prima di andare a letto ha avuto un impatto minimo sul sonno della notte – spiegano i ricercatori -. Tuttavia, il tempo trascorso sullo schermo una volta a letto ha compromesso il loro sonno: ha impedito loro di addormentarsi per circa mezz’ora e ha ridotto la quantità di sonno che hanno ottenuto quella notte”.

Passare troppo tempo davanti a uno schermo non fa bene

Inoltre, una volta a letto, le attività più interattive su schermo, come il gioco e il multitasking, utilizzando più di un dispositivo contemporaneamente, come guardare Netflix su un pc portatile mentre si gioca con la Xbox, compromettevano maggiormente il sonno dei bambini.

Secondo i ricercatori, ogni 10 minuti in più di questo tipo di attività riduceva quasi della stessa misura la quantità di sonno ottenuta quella notte.
Gli studi indicano anche che i bambini che passano più tempo davanti agli schermi hanno maggiori probabilità di sviluppare problemi comportamentali o depressione infantile.

Non è colpa dello smartphone se si dorme meno

“I nostri risultati suggeriscono che l’impatto del tempo trascorso sullo schermo sul sonno è dovuto principalmente allo spostamento temporale che ritarda l’inizio del sonno, piuttosto che agli effetti diretti della luce blu o del coinvolgimento interattivo”, dichiarano gli autori.

In ogni caso, l’Agenzia svedese per la salute pubblica consiglia ai genitori di non permettere ai bambini sotto i 2 anni di usare smartphone e tablet o guardare la televisione. Anche i bambini di età compresa tra 2 e 5 anni dovrebbero limitarsi a un massimo di un’ora di schermo al giorno, mentre quelli di età compresa tra 6 e 12 anni non dovrebbero trascorrere più di un’ora o due al giorno.

I consigli dell’OMS

Nel 2019, l’Organizzazione mondiale della sanità, ha consigliato ai bambini sotto i tre anni di non guardare la tv e non giocare con i tablet. Secondo l’Oms, “anche quelli di tre e quattro anni non dovrebbero superare un’ora di schermo al giorno”.

All’epoca, tuttavia, gli esperti britannici sostenevano che le linee guida si basavano su prove insufficienti e non riconoscevano che non tutto il tempo trascorso sullo schermo era dannoso per i bambini.
Un rapporto del Royal College of Paediatrics and Child Health del 2019 concludeva, riporta AGI, che “i rischi derivanti dall’esposizione allo schermo non devono essere sopravvalutati. La letteratura tiene poco conto della crescente richiesta di svolgere i compiti scolastici sugli schermi”.

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Un sondaggio sui sondaggi: cosa ne pensano gli italiani?

In occasione della millesima rilevazione dell’Osservatorio settimanale Polimetro il team Public Affairs di Ipsos ha indagato le opinioni degli italiani proprio sul tema sondaggi. E dai risultati è emerso che gli italiani credono nei sondaggi, poiché li  considerano uno strumento che dà voce alle opinioni delle persone comuni. Inoltre, mostrano di considerare i dati dei sondaggi affidabili nell’esprimere le reali opinioni dei cittadini. 

I sondaggi sono uno strumento fondamentale per conoscere non solo le opinioni, ma anche le abitudini e le percezioni delle persone su una vasta gamma di tematiche.  E il rigore e le competenze con cui vengono condotti costruiscono la reputazione degli istituti di ricerca.

L’affidabilità è confermata dall’ 88% degli intervistati 

I risultati dell’indagine Ipsos confermano infatti che ben l’88% degli intervistati ritiene i sondaggi uno strumento importante per dar voce alle opinioni delle persone comuni.

Inoltre, quasi nove italiani su dieci considerano i sondaggi molto o abbastanza affidabili, con solo il 13% che li reputa poco o per niente affidabili.

Gli argomenti di maggior interesse: abitudini di consumo, tematiche sociali, politica

L’affidabilità percepita dei sondaggi varia però a seconda dell’argomento trattato.
Ad esempio, i sondaggi sulle abitudini di consumo e sui comportamenti di acquisto sono considerati i più affidabili (86%), seguiti da quelli sui temi social, come povertà e famiglia (83%) e i sondaggi politici e sulle intenzioni di voto (73%). 

In generale, l’interesse degli italiani verso i sondaggi risulta essere decisamente alto: il 90% degli intervistati si dichiara infatti molto o abbastanza interessato.
In particolare, anche in questo caso i sondaggi che destano maggior interesse sono quelli sulle abitudini di consumo e i comportamenti di acquisto (51%), seguiti dai sondaggi sui temi di interesse sociale (25%) e da quelli politici o elettorali (21%).

Servono rigore metodologico e competenze tecniche per realizzare ricerche valide

Gli italiani sono consapevoli della necessità di rigore metodologico e competenze tecniche per realizzare sondaggi validi e affidabili. Tanto che quasi una persona su due ritiene che costruire e svolgere un buon sondaggio sia abbastanza o molto difficile. 
Rigore, competenze e affidabilità costruiscono la reputazione degli istituti di ricerca.

Il 63% degli italiani ritiene più attendibili i risultati dei sondaggi svolti da grandi istituti di ricerca e aziende internazionali del settore. Al contrario, solo il 19% degli intervistati afferma di fidarsi di più dei risultati riportati dalle piccole aziende e da istituti di ricerca locali, mentre il 18% afferma di non fidarsi di nessuno dei due.

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Con l’AI medicina personalizzata entro 5 anni

È quanto emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Life Science Innovation della School of Management del Politecnico di Milano: per il 93% delle aziende dell’offerta e il 74% dei direttori delle strutture sanitarie entro 5 anni l’Intelligenza artificiale rivoluzionerà la medicina personalizzata. E per il 77% delle aziende dell’offerta e il 55% delle aziende sanitarie le terapie digitali (DTx) avranno un impatto rilevante sul settore sanitario.

Le DTx, sono soluzioni digitali validate clinicamente per integrare o sostituire le terapie tradizionali, ma in Italia non esiste ancora una normativa di riferimento.
A giugno 2023, però, è stata presentata una proposta di legge per definirne gli ambiti d’uso e istituire organi per valutare e monitorare le soluzioni.

Quali benefici per medici e pazienti?

Il 65% dei pazienti italiani sarebbe disposto a utilizzare una terapia digitale proposta dal medico curante se consentisse di migliorare lo stile di vita e lo stato di salute (77%), e di avere maggior consapevolezza della propria patologia (72%). È però fondamentale che risponda alle proprie esigenze (71%) e migliori la relazione con il medico curante (70%).

Circa metà dei medici specialisti e di medicina generale sarebbe disposta a prescrivere una DTx, soprattutto se il paziente possegga le competenze digitali per un corretto utilizzo (72% dei medici specialisti e 69% dei MMG).
Tra i principali benefici riconosciuti dai medici specialisti, emerge la possibilità di avere a disposizione un maggior numero di dati a supporto della ricerca clinica (68%) e prendere decisioni (65%).

A livello internazionale censite 93 DTx

L’AI supporta e potenzia la medicina personalizzata grazie alla sua capacità di analizzare grandi quantità di dati e identificare le possibili correlazioni tra dati anche eterogenei, mentre le terapie digitali si confermano un ambito di innovazione rilevante nel panorama mondiale. A livello internazionale l’Osservatorio ne ha censite 93: il 37% nell’area psichiatria, il 14% nell’endocrinologia, il 10% reumatologia e il 10% nell’oncologia.

Il modello di business più adottato è di tipo B2b, che prevede il rimborso della DTx da parte di un’assicurazione a seguito della prescrizione da parte del medico. Il prezzo medio proposto dal produttore di una terapia digitale è poco più di 500 euro per un ciclo di trattamento della durata di 90 giorni, con un aumento di circa il 10% rispetto a quanto rilevato nel 2023.

“Investire in nuove competenze e modelli organizzativi”

“La trasformazione digitale in atto impone a tutti gli attori dell’ecosistema Life Science di monitorare e comprendere i trend emergenti così come i segnali deboli – spiega Emanuele Lettieri, responsabile scientifico dell’Osservatorio -. Le imprese Pharma, Biotech e Medtech devono investire in nuove competenze e nuovi modelli organizzativi per migliorare la loro capacità di catturare il valore generato dall’innovazione digitale, sia potenziando il proprio portafoglio prodotti e servizi sia migliorando l’efficienza nei processi aziendali e nella catena del valore”.

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Viva il turismo rurale! Italiani e stranieri preferiscono mete extra-urbane per le vacanze estive

Lo rivela l’indagine condotta da Feries sui suoi due portali, Agriturismo.it e CaseVacanza.it: oltre l’80% degli italiani, e il 90% degli stranieri, per le prossime vacanze estive preferisce una meta extraurbana. 

A prediligere le mete extraurbane sono soprattutto le generazioni più mature: il 65% dei turisti rurali, italiani e stranieri, ha tra 45 e 65 anni e viaggia prevalentemente in coppia (46%).
Grazie a una giusta combinazione tra esperienze uniche in contesti naturalistici e servizi sempre più evoluti, l’ospitalità extraurbana guadagna preferenze per le vacanze estive e primaverili.  Un  trend positivo confermato anche dalle prenotazioni sui due portali, che registrano il +10% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. 

Soggiorni brevi o lunghi? L’importante è destagionalizzare

Circa il 50% degli utenti dei due portali prevede di fare almeno due viaggi con pernottamento nei prossimi sei mesi. E se il 60% dei soggiorni brevi degli italiani sono previsti per la primavera o per l’autunno, gli stranieri ‘destagionalizzano’ anche i soggiorni più lunghi di una settimana. Il 50% dei soggiorni lunghi degli stranieri è infatti previsto in primavera o autunno.

Inoltre, se gli stranieri confermano il forte interesse per partenze in periodi diversificati, viaggiare tra giugno e luglio, e in autunno, guadagna l’interesse anche di quasi un italiano su tre.

Italia si conferma meta top

Se l’Italia si attesta tra le mete preferite, con il 78% dei connazionali che vorrebbe fare almeno un viaggio lungo lo Stivale (57% stranieri), le mete balneari sono scelte dal 70% degli intervistati, seguite da montagna, collina e piccoli borghi (11%).
La scelta delle mete si riflette anche nella tipologia delle esperienze, che arricchiscono il soggiorno con la scoperta delle ricchezze, meglio se nascoste, del territorio.

Le attività escursionistiche in contatto diretto con la natura sono le predilette dal 28% degli italiani, ma si registra anche un forte interesse per le attività culturali (20%) ed enogastronomiche (19%).
Quanto ai driver di scelta, prezzo e scenario geopolitico sono i principali fattori che influenzano le prenotazioni di viaggio. Circa il 20% dei turisti italiani (4% stranieri) darà priorità al risparmio, mentre le valutazioni dei rischi in termini di sicurezza influiscono significativamente sulle scelte di viaggio del 34% degli italiani e del 44% degli stranieri.

Viaggi green: un’abitudine consolidata

Il 53% degli intervistati dichiara poi di avere scelto già da tempo un modo di viaggiare più green.

Oltre ad adottare buone pratiche, come la riduzione dei rifiuti e il rispetto delle risorse naturali (53%), le scelte ecosostenibili degli italiani in vacanza riguardano la preferenza per alloggi eco-friendly (40%) con misure per ridurre l’impatto ambientale (uso di energie rinnovabili o riciclo dei rifiuti), l’uso di mezzi trasporti sostenibili a basse emissioni di carbonio come il treno (29%) e le destinazioni naturali protette (32%), che preservano e tutelano gli ecosistemi naturali.

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Rapporto Censis: il vero e il falso della comunicazione

Nell’era biomediatica, alcuni mezzi sono in grado di raccogliere un vasto pubblico e rispondere alle diverse esigenze comunicative. Secondo il 19° Rapporto sulla comunicazione del Censis, a svolgere questo compito è ancora la televisione, ma è la radio che continua a rivelarsi all’avanguardia all’interno dei processi di ibridazione del sistema dei media.
Nel 2023 a guardare la tv è il 95,9% degli italiani (+0,8%) e il 56,1% la tv via internet (+3,3%). Il vero boom però è della mobile tv, passata dall’1,0% di spettatori nel 2007 al 33,6%.

Nell’era del politically correct, per gli italiani (75,8%) i media non dovrebbero mai usare espressioni ritenute offensive o discriminatorie da alcune categorie di persone. Ma quando si passa alla vita quotidiana, il 69,3% è infastidito dal fatto che ci sia sempre qualcuno che si offende se si pronuncia qualche frase ritenuta inopportuna.

Consolidamento di internet, smartphone, social network

Tra il 2022 e il 2023 si registra un consolidamento dell’impiego di internet (89,1% di utenza, +1,1%), e si evidenzia una sovrapposizione quasi perfetta con quanti utilizzano gli smartphone (88,2%), e molto prossima agli utilizzatori di social network (82,0%).

E se per i media a stampa si accentua ulteriormente la crisi ormai storica, a cominciare dai quotidiani cartacei venduti in edicola, tra i giovani (14-29 anni) il 93,0% utilizza WhatsApp, il 79,3% YouTube, il 72,9% Instagram, il 56,5% TikTok.
In lieve flessione, oltre a Facebook, anche Spotify e Twitter. Colpisce la discesa di Telegram (dal 37,2% del 2022 al 26,3%) e Snapchat (dal 23,3% all’11,4%).

AI: l’incertezza sul futuro 

Il 74,0% degli italiani ritiene che gli sviluppi dell’Intelligenza artificiale al momento siano imprevedibili. In percentuali pressoché analoghe vengono espressi giudizi sia ottimistici sia pessimistici sugli effetti che l’AI potrà produrre.
Tra gli ottimisti, il 73,2% pensa che le macchine non potranno mai sviluppare una vera forma di intelligenza come gli umani, tra i pessimisti, il 63,9% teme che sarà la fine dell’empatia umana.

Allarmisti anche quanti credono che non sapremo più distinguere il vero dal falso, con grandi rischi per le democrazie (68,3%), e c’è chi pensa che sarà la fine della privacy perché saremo tutti controllati dagli algoritmi (66,3%).

Carta stampata in crisi perenne, segnali di ripresa per i libri

Per i media a stampa si accentua ulteriormente la crisi ormai storica, a cominciare dai quotidiani cartacei venduti in edicola. Nel 2007 erano letti dal 67,0% degli italiani, nel 2023 dal 22,0% (-3,4% in un anno e -45,0% in quindici anni).
Si registra ancora una limatura dei lettori di settimanali (-1,7%) e mensili (-2,8%), e diminuiscono anche gli utenti dei quotidiani online (30,5%, -2,5% in un anno), mentre sono stabili quanti utilizzano i siti web d’informazione (58,1%, +21,6% dal 2011).

Nel 2023 però si arresta l’emorragia di lettori di libri. Gli italiani che leggono libri cartacei sono il 45,8% (+3,1% rispetto al 2022 ma -13,6% rispetto al 2007). La ripresa non riguarda i lettori di e-book, che rimangono stabili al 12,7% (-0,6%).

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Cosa vogliono gli italiani? La settimana corta al lavoro

Il desiderio espresso è quello di avere più tempo per se stessi, la propria famiglia e le proprie passioni. Anche a costo di sacrificare un po’ di guadagno.
Ecco, in sintesi, cosa vogliono gli italiani: un equilibrio ottimale tra vita lavorativa e privata. Analizzando la situazione lavorativa in Italia, uno studio recente condotto da ASSIRM, l’associazione delle principali aziende di ricerche di mercato per Confindustria Intellect, ha rivelato che oltre il 55% dei lavoratori italiani sarebbe disposto a ridurre il proprio stipendio in cambio di un giorno libero aggiuntivo ogni settimana. 

Un desiderio più sentito dai giovani

La propensione ad avere più tempo libero aumenta al 62% tra i giovani lavoratori compresi tra i 25 e i 34 anni. La prospettiva di una “settimana corta”, pratica comune in molti paesi e attualmente oggetto di una proposta di legge in Italia, sembra essere diventata una delle richieste principali dei lavoratori.

Il rapporto, intitolato “La nuova relazione con il mondo del lavoro”, evidenzia un trend in rapida evoluzione, con una significativa accelerazione durante e dopo la pandemia: il 63% delle persone dichiara di avere nuove aspettative nei confronti del lavoro, una percentuale che aumenta al 70% nella fascia di età 25-34 anni e addirittura al 77% tra i giovani appena inseriti nel mondo del lavoro (18-24 anni).

I settori professionali più ambiti? IT e servizi digitali 

Per quanto riguarda i settori lavorativi, secondo il rapporto, il settore dell’IT e dei servizi digitali risulta essere il più ambito (38%), seguito da marketing (34%) e comunicazione (30%). Emergono notevoli differenze tra le diverse fasce di età, con i giovani che preferiscono il settore del marketing e i lavoratori più anziani orientati verso l’IT e il digitale.
Tra le posizioni lavorative più desiderate, quella di venditore occupa il primo posto (29%), seguita da project manager (27%), gestore delle risorse umane (26%), programmatore (25%) e responsabile marketing (24%).

Una sfida per il mondo del lavoro

Matteo Lucchi, presidente di ASSIRM, sottolinea come “nel mondo del lavoro, ora più che mai, si stiano scontrando approcci differenti in termini di attitudine e finalità. Questa situazione rappresenta una sfida per la gestione, ma costituisce anche un elemento arricchente, introducendo variabilità e risorse intrinseche. Tale diversità può contribuire a differenziare e migliorare l’ambiente di lavoro, considerata la nuova consapevolezza acquisita. Tuttavia, le esigenze delle aziende non sempre riescono a soddisfare le aspettative e le ambizioni dei lavoratori. Si osserva una crescente disparità tra domanda e offerta di lavoro, specialmente in termini di competenze di base, esperienza e disponibilità a lavorare oltre gli orari standard o a gestire livelli di stress crescenti”.

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Voto in condotta più “pesante”? Gli italiani dicono sì

Gli italiani stanno sostenendo la riforma del voto in condotta proposta dal Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara. Secondo un sondaggio condotto da Quorum/YouTrend per Sky TG24, il 76% degli intervistati ha accolto positivamente l’idea di dare maggiore peso al comportamento degli studenti nella valutazione scolastica, considerando il loro comportamento come parte integrante dei crediti per l’esame di maturità. Inoltre, l’idea di far scattare un debito scolastico in educazione civica in caso di voto insufficiente (6) ha incontrato il favore dei nostri connazionali.

Favorevoli tre italiani su quattro

Questa proposta ha ricevuto l’appoggio di tre italiani su quattro, con una leggera variazione in base all’età. Tra i giovani tra i 18 e i 34 anni, il 65% è favorevole, mentre tra i 35 e i 54 anni l’approvazione sale all’82%, e tra coloro che hanno 55 anni o più, il 77% è favorevole. Questo suggerisce che la maggioranza delle diverse fasce d’età sostiene la riforma. Inoltre, anche la figura del “docente tutor,” introdotta recentemente, ha ricevuto un buon grado di approvazione da parte degli italiani. Il 66% degli intervistati si è detto ben disposto nei confronti di questa figura che aiuta gli studenti nel processo di orientamento, mentre solo il 21% si è opposto.Anche qui, le preferenze variano leggermente in base all’età, con il 63% dei giovani tra i 18 e i 34 anni favorevole, il 67% dei 35-54 anni favorevole, e il 66% degli over 55 favorevole. Nonostante alcune differenze generazionali, la figura del docente tutor sembra essere ben accolta dall’opinione pubblica.

Le novità? Hanno consensi bipartisan

Interessante notare che queste novità nel sistema scolastico sembrano essere bipartisan, con un sostegno significativo da parte di elettori di diversi schieramenti politici. Ad esempio, l’84% degli elettori di Fratelli d’Italia ha accolto favorevolmente la proposta del voto in condotta, mentre anche il 75% degli elettori del Movimento 5 Stelle e il 72% degli elettori del Partito Democratico hanno espresso un parere positivo. Analogamente, il docente tutor ha ricevuto il sostegno del 77% degli elettori del Movimento 5 Stelle, dell’80% degli elettori di altri partiti di centrodestra e del 68% degli elettori del Partito Democratico.

Riforma del voto in condotta e tutor? Promossa

In sintesi, la riforma del voto in condotta e l’introduzione del docente tutor sembrano essere ben accettate dalla maggior parte degli italiani, indipendentemente dall’età o dall’orientamento politico. Queste iniziative potrebbero portare a un cambiamento significativo nel sistema educativo italiano, con l’obiettivo di migliorare il comportamento degli studenti e il loro processo di apprendimento.

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Dopo la pandemia gli italiani assicurano le mura domestiche: cosa è accaduto?

Forse è l’abitazione uno dei luoghi mutati più profondamente nel corso di questi ultimi 3 anni. Se prima la casa era vista come mero ambiente in cui stazionare nelle ore notturne o durante il weekend, complice pandemia e lavoro agile è divenuta protagonista di una trasformazione che l’ha portata a essere ben più che un rifugio. La casa, oggi, si abita e si vive, è luogo di riposo e sinonimo di accoglienza, è ufficio, ma anche luogo di incontro e relax. Vivere maggiormente l’abitazione, al pieno delle proprie potenzialità, ha restituito, tuttavia, anche conseguenze in termini di sicurezza. Tanto che oggi aumenta il numero di chi vuole assicurare le mura domestiche.

La casa come porto sicuro

Un dato che non sorprende: già nel 2022, come confermato dal report ‘L’assicurazione Italiana’, rilasciato dall’Associazione Nazionale fra le imprese assicuratrici (ANIA), emergeva un aumento di richieste di sottoscrizione di contratti assicurativi a protezione della casa. Secondo lo studio, infatti, solo a marzo dello scorso anno è stato registrato un aumento del +14,4% nel ramo danni rispetto al periodo pre-pandemico.
Un dato che già allora restituiva una fotografia puntuale delle nuove necessità degli italiani, figlie di due anni di incertezza in cui la casa si è trasformata da luogo in cui trascorrere la notte a porto sicuro.

Cosa è cambiato in tre anni?

E dopo 3 anni gli italiani hanno ben chiaro in mente quale sarà la casa del futuro: green, tecnologica, cyber sicura. Se durante il lockdown l’abitazione era diventata una prigione dorata, oggi la percezione delle persone è cambiata, e con essa anche il modo di vivere il proprio ambiente domestico.
Questo è quanto emerge anche da una ricerca BVA-Doxa promossa da Groupama Assicurazioni per l’Osservatorio Change Lab, Italia 2030, che monitora e analizza i principali trend che modificheranno il modo di vivere degli italiani nel corso dei prossimi dieci anni, nonché il loro impatto su economia, ambiente e sviluppo del Paese.

Un luogo polifunzionale in cui la parola chiave è condivisione

Per il 73% degli intervistati, oggi la casa è un luogo polifunzionale in cui la parola chiave è ‘condivisione’, di spazi, momenti, esperienze, ma anche un investimento sicuro (35%) da lasciare in eredità ai figli a garanzia di un futuro più roseo (46%). Gli italiani sono un popolo di proprietari di casa (il 79% del campione dichiara di possederne una), ne percepiscono l’importanza e sentono l’esigenza di proteggerla. Sono 8 su 10, infatti, gli italiani che sostengono il valore di un’assicurazione sulla casa. E il 54% ha già provveduto a stipularne una.

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Cambiano le regole del dating: per GenZ parola d’ordine autenticità

La GenZ sta riscrivendo le regole e gli standard delle generazioni precedenti rispetto alle relazioni. Circa l’80% di chi ha 18-25 anni considera il proprio benessere una priorità quando frequenta qualcuno, e il 79% ritiene che i potenziali partner debbano condividere questo tipo di approccio.
Non solo: il 75% di giovani single conferma di trovare più attraente un match che lavora sulla propria salute mentale. Sono alcuni dati emersi dal report The Future of Dating 2023, ‘A Renaissance in Dating, Driven by Authenticity’ di Tinder. Con il ritorno alla normalità dopo la pandemia, il report di quest’anno individua nuovi trend e abitudini nel dating, costruite su tre pilastri fondamentali: inclusività, tecnologia, e soprattutto, autenticità.

Creare connessioni senza filtri e maschere

Insomma, la GenZ dà più importanza a relazioni basate su valori come fedeltà (79%), rispetto (78%), mentalità aperta (61%), e meno sull’aspetto fisico (56%). In pratica, la GenZ è disposta a mostrare la propria personalità senza filtri e maschere, prendere o lasciare. Quando si tratta di appuntamenti, creare connessioni reali e autentiche rimanendo fedeli al proprio io è in cima alle priorità dei giovani su Tinder. E avere idee e opinioni chiare è fondamentale. In questo, l’alcol, o meglio la sua mancanza, gioca un ruolo cruciale. Il 72% degli iscritti a Tinder afferma sul profilo di non bere alcolici o di farlo solo occasionalmente.

No a giochetti e strategie di conquista

Inoltre, giochetti e strategie di conquista non fanno parte della indole dei GenZ, che rispetto ai dater di età superiore hanno il 32% in meno di probabilità di sparire con una persona, il cosiddetto ‘ghosting’.
Inoltre, il 77% degli utenti di Tinder risponde a una persona che gli interessa nel giro di 30 minuti, il 40% in massimo 5 minuti e più di un terzo immediatamente. Un dato interessante se confrontato con il modo in cui i Millennial consideravano gli appuntamenti 10 anni fa. Il 73% di chi oggi ha tra 33-38 anni concorda che le strategie di conquista (farsi desiderare, dare segnali poco chiari, sondare il terreno) erano considerate la normalità quando avevano 18-25 anni, mentre oggi non lo sono più.

Tinder: un luogo sicuro  

Ora ciò che effettivamente conta sono le persone, ciascuna con la propria unicità. L’80% dei membri di Tinder afferma di aver conosciuto e incontrato una persona di un’altra etnia o cultura
Due terzi degli utenti (circa il 66%) ammette che grazie a Tinder ha potuto conoscere e frequentare gente al di fuori della propria cerchia sociale, riporta Adnkronos, conoscendo persone che altrimenti non avrebbe mai potuto incontrare nella quotidianità. Questo dato è rilevante anche per i membri della comunità LGBTQIA+, che riconoscono Tinder come un luogo sicuro in cui fare coming-out, ancora prima di farlo con familiari o amici.

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Per fare un figlio bastano da 500 a 1.000 euro al mese

Per fare un figlio le coppie italiane vorrebbero avere un’entrata mensile tra i 500 e i 1.000 euro al mese, a seconda del reddito, almeno fino al termine della scuola primaria del bambino. Non servono quindi meccanismi fiscali o sostegni complessi. È quanto è emerso da un sondaggio realizzato dalla Società di diagnosi prenatale e medicina materno fetale a 425 persone, di cui 270 donne in età fertile e 155 coppie, durante consulenze cliniche ginecologiche avvenute da gennaio 2023 a oggi. L’indagine ha chiesto agli intervistati quali tra bonus vigenti, detassazione, rafforzamento degli attuali sostegni sociali, ad esempio, per l’acquisto di libri, per asili, o congedi parentali, e un contributo di 500-1.000 euro a figlio, secondo il reddito, quale fosse la misura di sostegno più convincente. E che farebbe, quindi, decidere alle coppie di allargare la famiglia.

Le giovani coppie vogliono un sostegno economico per ogni nuovo nato 

Secondo il sondaggio, i bonus vigenti sono stati considerati assolutamente insufficienti, come insufficiente è considerata la detassazione e irrilevanti i sostegni sociali. Il contributo di 500-1.000 euro a figlio ha avuto invece il 100% dei consensi.
“È apparso evidente che le giovani coppie hanno le idee chiare su cosa permetterebbe loro di decidere di mettere al mondo un bambino – ha commentato Claudio Giorlandino, ginecologo e presidente della Società di diagnosi prenatale e medicina materno fetale -: ovvero un sostegno economico serio per ogni figlio”. 

I figli sono una ricchezza: garantiscono il futuro e muovono l’economia

Invece di erogare euro a pioggia, “si dovrebbero sostenere con denaro nelle tasche per ogni figlio quelle 50.000, 100.000 coppie che, per oggettivi limiti reddituali, non si possono permettere un bambino – ha aggiunto Giorlandino -. I figli sono una ricchezza, oltre a garantire il futuro, muovono l’economia. Si comincerebbero a vedere, di nuovo, per le strade le pubblicità dei prodotti dell’infanzia che stanno scomparendo, sostituite da una pletora di cartelloni gallows humor, macabri e imbarazzanti richiami per agenzie di pompe funebri”.

“Nascono 300 mila italiani a fronte di 800 mila decessi”

Giorlandino ha invitato quindi a “non dimenticare che nascono solo 300.000 italiani a fronte di circa 800.000 decessi: stiamo perdendo oltre 500.000 connazionali all’anno. Tra pochi decenni non ci saranno più italiani. Si perderà quel meraviglioso popolo che da oltre 2.000 anni è un faro di civiltà, cultura e progresso per tutta l’umanità. Qui non si tratta di evocare una complottistica ‘sostituzione etnica, ma è evidente che stiamo scomparendo”.

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